50 anni fa l’assassinio Calabresi, vittima di una violenza ingiusta, insensata, spaventosa.

17 Maggio 2022 di fabio pizzul

Oggi ricorre il 50° anniversario dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi.
Questa mattina è stata celebrata la sua memoria nel luogo in cui fu colpito, in via Cherubini, a Milano ed è stata poi celebrata una Messa di suffragio nella basilica di San Marco. A presiederla l’arcivescovo, mons. Delpini, che ha pronunciato un’omelia che credo valga la pena di leggere. La ripropongo qui di seguito in un ideale abbraccio alla vedova Gemma e ai figli Mario, Luigi Jr. e Paolo, una famiglia segnata dal dolore, ma non dal rancore e tenacemente aggrappata alla memoria.

L’insensata violenza e la sua sconfitta

Nel cuore, un seme di violenza.

“perché cercate di uccidermi?”
(Gv 7,19); “Volete lapidarmi”(Gv 10,32); “i Giudei continuavano a urlare … (At 22,23).
Non possiamo tacere il nostro spavento. Che cosa c’è nel cuore umano perché un uomo giunga ad alzare la mano contro un altro uomo? Come succede che uomo diventi assassino? Perché Caino alza la mano per colpire il fratello Abele?
C’è un seme di violenza piantato nel cuore umano. Non possiamo tacere il nostro spavento.
Gesù riconosce i frutti di questo seme di violenza nei Giudei che raccolsero pietre per lapidarlo.
Paolo sperimenta l’aggressività violenta dei Giudei di Gerusalemme.
Il Commissario Luigi Calabresi, a servizio dello Stato apprezzato per le sue qualità, marito amato e padre, cinquant’anni fa ha subito la violenza ingiusta, insensata, spaventosa.
Non possiamo tacere il nostro spavento: nel cuore umano c’è un seme di violenza.

“opere buone da parte del Padre”.

Nella desolazione e nello spavento che minaccia di paralizzarci, di convincerci dell’impotenza dei buoni e della sconfitta del bene, Gesù rivela il desiderio del Padre. Il Padre vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità.
C’è dunque una promessa, ci sono buone ragioni per coltivare la speranza che il seme di violenza possa essere estirpato e il cuore umano possa guarire.
Gesù compie le opere del Padre, le opere buone che rendono buoni, le opere di amore che rendono capaci di amare. “Questo è il mio comandamento, che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”.
Amare invece che contrastare il male con il male, la violenza con la violenza.
Amare invece che consentire al seme di violenza di attecchire, cresce, esplodere in una seminagione di violenza che inquina la terra.
Amare invece che essere passivi, ingenui, fragili, ottusi, vittime delle passioni del momento che inducono a credere alle menzogne, a chiamare male il bene e bene il male, nemico il fratello, ostile il giusto, oppressore colui che serve.
Amare invece che essere indifferenti, accomodati nei luoghi comuni, chiusi nell’individualismo che ha come legge suprema di non essere disturbato.
Amare con un amore che rende capaci di amare, di praticare il comandamento dell’amore: questa è l’opera del Padre che Gesù compie per guarire il cuore e seminare nel mondo un principio di fraternità e di pace.
Come sarà possibile imitare Gesù, imparare da lui che mite e umile di cuore, praticare il suo comandamento che comanda di amare come lui ha amato?

“Nonostante”: l’amore fino al perdono

La forza che permette all’umanità di continuare a esistere si può chiamare “nonostante”.
Nonostante la violenza che tende a spegnere la vita, gli amici della pace continuano ad accendere vita, a vivere e a generare vita.
Nonostante l’assurdo scatenarsi delle passioni, la ragionevolezza continua a mettere ordine sulla terra. Nonostante il volto indurito dalla determinazione a fare del male, il sorriso mite del bene continua a suggerire la vocazione a sorridere di ogni volto umano.
Nonostante la mente sconvolta dall’ideologia, il pensiero docile alla verità continua a riconciliare il pensiero con la realtà.
Nonostante le parole della menzogna gettino fango sulle persone oneste, la rettitudine continua onestamente, tenacemente, pazientemente a ripulire le parole, a purificare il convivere, a seminare parole semplici e vere.
La forza del “nonostante” si può anche chiamare l’amore fino al perdono. Resistere è la tenacia irrinunciabile dell’amore

Amare fino a desiderare il bene comune: la giustizia, l’applicazione delle leggi giuste.

La forza che permette all’umanità di continuare ad esistere e a convivere si può chiamare “servizio al bene comune”.
Servire il bene del convivere è espressione di amore che non si limita alla pratica individuale, ma intende l’appartenenza alla vita sociale come responsabilità da condividere.
Il bene comune invoca giustizia, pretende leggi giuste, sopporta l’approssimazione, si affatica per migliorare le leggi e per cercarne la giusta applicazione. Aborrisce la violenza. L’appello di Paolo al suo diritto di cittadino romano lo salva dal linciaggio.
Non esistono leggi perfette. Non esiste la società perfetta. L’umanità continua ad esistere perché la gente continua a cercare la giustizia, a sopportare l’imperfezione e a cercare di correggerla perché si possa meglio convivere. Nessuno è perfetto, ma tra la gente ci sono molti che per cercare la giustizia, migliorare le leggi, sopportare l’imperfezione e riconoscersi imperfetti dedicano tempo, competenza, sacrificio. Ci sono persone così, perciò l’umanità continua ad esistere.

In conclusione ci sono uomini e donne come il commissario Calabresi che contribuiscono a sradicare il seme della violenza che nel cuore dell’uomo continua a depositarsi, spesso a germogliare e a produrre i disastri che ci spaventano.
Ci sono uomini e donne che praticano quella forma di amore tragico e promettente che si può chiamare il principio del “nonostante”, quella forma di amore che si può chiamare “servizio al bene comune”.
Ringraziamo il Signore per questa testimonianza. Ringraziamo la signora Gemma per la condivisione del percorso di vita cristiana che l’ha condotta a quel vertice dell’amore che è il perdono.
Ringraziamo tutti coloro che vivono il loro servizio al bene comune come una pratica dell’amore.

Mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano

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