Il filosofo che trovò l’anima di Milano

8 Ottobre 2021 di fabio pizzul

Il vuoto di pensiero in cui siamo piombati, da ieri è un po’ più profondo. La morte di Salvatore Veca per chi lo conosceva non è arrivata inaspettata, ma non per questo è meno dolorosa. Con il suo tratto gentile e affabile, Veca non ha mai fatto pesare la sua statura culturale e la sua forza di pensiero e si è sempre messo in dialogo con chiunque avesse voglia di approfondire temi di riflessione politica e sociale. Mi è capitato di incrociarlo in diversi convegni e mi ha sempre colpito l’attenzione con cui ascoltava e prendeva tremendamente sul serio i contributi di tutti, meglio se provenienti dai giovani. Un maestro vero e un filosofo disposto a mettersi in gioco sul duro terreno della vita quotidiana.
Veca ha letto con largo anticipo le derive di una democrazia malata e di un populismo che, sull’illusione di rendere onnipotente la politica, ha seminato disastri.
E’ giusto salutarlo tributandogli l’omaggio che si meritano i protagonisti della vita culturale e civile di una città come Milano di cui, parafrasando il suo ultimo intervento sul Corriere della Sera, credo proprio avesse trovato l’anima..
Vi invito, in un’ideale omaggio alla sua vita, che ora ha cambiato forma, ma certo non si spegnerà, a dedicare ancora qualche istante alla lettura di breve stralcio dal suo “L’idea di incompletezza” (Feltrinelli, 2011, pg. 23).

Questa idea di politica assoluta, in cui si avanza una pretesa di completezza ad opera della politica nella definizione questa idea di politica assoluta in cui si avanza una pretesa di completezza opera della politica nella definizione dei fini ultimi delle persone, ci orienta in una varietà di circostanze, non riducibili banalmente a casi patologici o a congiunture sfortunate “nello spazio della devianza ideologica”. Ci orienta nel mettere a fuoco “un meccanismo continuamente all’opera nelle nostre istituzioni”. Si osservi che il meccanismo della politica assoluta può concernere tanto movimenti collettivi entro uno spazio sociale, quanto assetti di istituzioni di governo su uno spazio sociale. Si pensi ai movimenti fondamentalisti di varia natura, a istituzioni di regimi teocratici o a derive populistiche oligarchiche dei regimi democratici ai giorni nostri. In ogni caso, all’idea di politica assoluta si addice l’elogio della società politicamente “perfetta” e del monismo con il corteo delle sue pretese di coerenza e completezza.
L’elogio dell’imperfezione è invece quanto è dettato dal pluralismo, che induce a mettere a fuoco un’idea di politica limitata e definita da confini, rispetto al vasto spazio sociale della varietà dei valori, degli interessi, dei bisogni, degli ideali, delle aspettative. E se è vera la tesi sul pluralismo dei valori, e se questa tesi rende conto di quale sia la natura di ciò che per noi vale, allora l’elogio delle imperfezioni si può riformulare, in altro senso, ancora una volta come un elogio dell’incompletezza.

Un testo denso, lontano mille miglia dalle logiche dei social e non semplice da comprendere, ma credo individui con grande lucidità (10 anni fa!) molti dei guasti che la politica italiana si è trascinata e scaricata addosso.

 

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