Istruzione tecnica e futuro dell’Italia

7 Maggio 2021 di fabio pizzul

Sono molto contento che si sia aperto un dibattito sulla formazione tecnica e professionale. Lo si deve al Presidente del Consiglio Draghi e alla scelta di inserire nel PNRR uno spazio specifico per valorizzarla.
Nei giorni scorsi Marco Bentivogli su Repubblica ha lanciato un allarme riguardo il rischio che gli ITS (Istituti Tecnici Superiori) finiscano nell’orbita della formazione universitaria, che potrebbe snaturarne la vocazione di grande vicinanza alle imprese e alla formazione pratica, gli inglesi direbbero “on the job”.
Rilancio, a questo proposito, un’articolata riflessione di Valerio Ricciardelli, manager supercompetente in formazione tecnica professionale. Spero, con lui, che l’intera vicenda PNRR non s traduca esclusivamente in maggiori finanziamenti per ciò che già esiste a livello di formazione, ma prefiguri una nuova modalità formativa più adeguata ai tempi e alle sfide dell’economia della transizione ecologica.
Il PD, soprattutto a livello nazionale, dovrebbe appropriarsi con forza di questo tema.

SCUOLA-RILANCIO DEL PAESE ATTRAVERSO L’ISTRUZIONE TECNICA, MA NON SOLO QUELLA TERZIARIA.

Ancora ieri 4 maggio, su Repubblica, è apparso l’allarme di Marco Bentivogli, dal titolo ”salviamo la scuola del lavoro”, dove il suo messaggio è rivolto al potenziamento degli ITS (istruzione terziaria) sostenendo che servirebbe attivare una “fase due”, indicando alcune azioni da fare.

Va a Bentivogli il merito di tenere alta l’attenzione sull’argomento e soprattutto di evidenziare che sarebbe un errore ricondurre gli ITS in ambito universitario.

E’ la verità!

Ne scrivevano già 30 anni fa, i veri esperti di allora, tra cui il prof. Giancarlo Zuccon, che sosteneva e, con tanti altri proponeva la necessità di avere quella che allora chiamavamo la “seconda gamba” del post diploma, intendendo con la prima il percorso universitario.

Nessuno si ricorderà l’iniziativa promossa, nel 2003 dall’allora Ministro Moratti, riguardante la proposta di attivazione di 60 ISTITUTI SUPERIORI SPERIMENTALI DI TECNOLOGIA, PER PERCORSI DI FORMAZIONE SUPERIORE biennali, che nell’area industriale dovevano conseguire il diploma di ingegnere tecnico.

Fu quel titolo di studio la causa dell’affossamento del progetto.

Feci parte di quel gruppo di lavoro, ma l’iniziativa non proseguì per le resistenze del mondo universitario che ha sempre visto la formazione superiore, incardinata in una possibile “seconda gamba” alternativa all’università, come un pericoloso concorrente che avrebbe sottratto iscritti all’università.

Prevalsero gli interessi di parte e non del Paese.

Non si era capito, e ancora oggi non si capisce, che il mondo del lavoro ha bisogno invece di professioni ( e tante) con saperi e competenze costruite in quelli che si chiamano : “percorsi di formazione applicata superiore”.

Quei percorsi sarebbero un po’ come quelli delle Fachhochschulen tedesche, o se non si vuole arrivare fino in Germania, come i percorsi di formazione superiore della SUPSI di Lugano (scuola universitaria professionale della Svizzera Italiana).

Attenzione però che non va copiata la Germania. In Germania c’è il “sistema duale” da 60 anni, che per funzionare abbisogna di un finanziamento annuo di alcune decine di miliardi di euro che l’Italia non può permettersi. Poi, la dimensione delle aziende tedesche è completamente diversa da quelle italiane (PMI) e le aziende tedesche hanno una sensibilità, a riguardo della “social responsability”, molto superiore a quella delle aziende italiane. I tentativi di copiare il “modello duale tedesco” sono stati degli errori.

Noi abbiamo bisogno invece di una “dual technical education” che è un’altra cosa.

L’alternanza scuola lavoro può essere una piccola soluzione positiva, ma va completamente riprogettata. Su questi temi ho già scritto, più volte, nel passato.

Ma da dove partire, per uscire da questo empasse?

Da un grande progetto di RILANCIO DELL’ISTRUZIONE TECNICA, NELLA SUA GLOBALITA’ e non solo negli ITS.

Se è vero che l’istruzione tecnica è una leva strategica per fare crescita economica ed occupazionale, immediata e sostenibile, allora bisogna dare significato a queste parole, creare un gruppo di lavoro di esperti (ma quelli veri) e in poche settimane scrivere un documento progettuale.

Vanno presi in considerazione anche gli istituti tecnici e la loro offerta formativa (istruzione tecnica secondaria)

Per occuparsene servono competenze di economia, di mercato del lavoro, serve conoscere i trend del manufacturing mondiale sia per le professioni industriali che per quelle dei servizi avanzati, serve sapere come si progetta un sistema TVET.

Certo che gli ITS sono importantissimi, ma sono una parte di tutta la questione.

Si deve partire dall’individuare la GRAMMATICA DI BASE E AVANZATA necessaria per costruire un nuovo sistema TVET nazionale, ma non partendo da “tavoli allargati”, ma dalle competenze che servono per occuparsi di queste cose.

Ci sono queste competenze e chi le ha?

Ecco perché serve attivare una sorta di “stati generali” per il rilancio dell’istruzione tecnica nel Paese.

E’ una questione politica!

Certo che oggi ci sono i soldi del Recovery Plan, ma la disponibilità dei soldi in assenza di visione, idee, progetti chiari (ma chiari!) non è sufficiente a costruire un sistema stabile.

Un sistema stabile non si costruisce moltiplicando dei sottosistemi instabili e precari.

In Germania e in Franca e in Svizzera e in tantissimi altri Paesi anche in via di sviluppo, quando costruiscono il loro sistema TVET e lo aggiornano, hanno una loro ben chiara GRAMMATICAS DI BASE da applicare. Non fanno “i tavoli allargati”.

Allora se le forze politiche non vogliono o non sanno come applicarsi, non ci resta che favorire la costituzione di un movimento nazionale per il rilancio dell’istruzione tecnica come LEVA STRATEGICA PER FARE CRESCITA ECONOMICIA E OCCUPAZIONALE SOSTENIBILE E PREVENZIONE E REGOLAZIONE ALLA MIGRAZIONE ECONOMICA.

Solo così i soldi del Recovery Plan che si spenderanno, potranno costituire un debito buono, ossia in grado di produrre valore tangibile a medio e lungo termine.

Non è quello che vorrebbe Draghi?

Valerio Ricciardelli 5 maggio 2021

Un commento su “Istruzione tecnica e futuro dell’Italia

  1. Giuseppe Giorgetti

    Buonasera carissimo Fabio, ogni tanto mi faccio sentire e grazie al tuo invito anche in questo caso lo faccio con molto piacere
    Sono un Perito diplomatosi nel 1967 al BERNOCCHI di LEGNANO studiando di sera. Successivamente ho Insegnato in vari Istituti della provincia di Varese trasmettendo entusiasmo e caparbietà con testimonianze di ritorno graditissime. Sono iscritto nell’Ordine dei Periti della Provincia di Varese dl 1968 assumendo la carica per circa un ventennio la carica di Consigliere. Tale carica mi ha permesso di accostarsi con determinazione e senso di servizio ai vari Ministeri per far si che il titolo di Perito ovvero ESPERTO assumesse la giusta riconoscenza come lo fu negli anni 50/60. Invano con il passar degli anni la decadenza purtroppo avvenne. Il motto CHE CHI SMETTE DI IMPARARE INIZIA A INVECCHIARE prese il posto del desiderio di essere protagonisti attivi nell’interesse del PAESE ITALIA. La rivalutazione degli ISTITUTI TECNICI la proposi unitamente ad altri colleghi circa 10 anni fa..Speriamo che si riesca. La disponibilità esiste con lo stesso entusiasmo di allora. CIAO FABIO

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