Storie di Covid #34 – La trincea della scuola

12 Dicembre 2020 di fabio pizzul

La storia di oggi arriva da Varese e me l’ha inviata una dirigente scolastica. Non si parla molto di coloro che siamo abituati a chiamare presidi, ma dal mese di marzo sono impegnati senza sosta per garantire l’offerta formativa ed educativa delle scuole, con tutte le difficoltà legate alla didattica a distanza, al distanziamento, alla sanificazione dei locali. Un impegno gravoso che, come racconta la prof.ssa Oprandi, non ha sempre trovato adeguata corrispondenza in coloro che avrebbero dovuto garantire i servizi necessari per il funzionamento della scuola, dai trasporti alla sanità. Ringrazio la prof.ssa Oprandi per la testimonianza e attraverso di lei manifesto la mia stima per chi sta svolgendo questo prezioso servizio per i nostri bambini e ragazzi.

Essere dirigente scolastica al tempo del Covid è una sfida in più. Forte, decisa, ineludibile, che dà comunque senso alle scelte di vita e professionali.
Una sfida che  ha messo in campo tanta passione e attenzione dallo scorso mese di marzo 2020, quando, in ogni scuola, si è attivata la didattica a distanza, con grande spirito di novità e sforzo: vale soprattutto dove le difficoltà linguistiche e di interrelazione comunicativa, nelle scuole a forte incidenza multietnica, hanno richiesto grande impegno da parte delle famiglie non italofone e delle scuole. Ci siamo sentiti un’unica famiglia e, da allora e fino ad ora, Docenti, Genitori, dirigenti sono stati in prima linea ad aiutare a comprendere cosa fossero le piattaforme, come funzionassero, seguire passo  a passo quanto venisse richiesto ed emergesse come necessità, a partire dal bisogno di metter ea disposizione pc e strumenti vari.
Questo sino  a fine anno scolastico 2020, vale a dire a giugno. Poi è partita l’altra sfida: organizzatevi – in nome dell’autonomia- sul futuro. Il Governo, onestamente non ha fatto mancare fondi per i device, per le dotazioni igienico-santarie. Ma ci sono dirigenti che non hanno fatto da marzo un solo giorno via da scuola poiché  sarebbe stato impossibile. Il distanziamento da garantire nelle aule, le misure di sicurezza, gli ingressi scaglionati negli spazi e negli orari e un futuro che non si riusciva nemmeno a immaginare.
Ce l’abbiamo fatta e i dati sono tutti a favore delle scuole che hanno davvero gettato “il cuore oltre l’ostacolo”.  La scuola è ripartita. Forse anche contro tante aspettative, forse perché ci si dimentica che il bene comune nelle aule si vive ogni giorno ed è un sano e generoso pane quotidiano che alimenta per tante donne e uomini la passione per la propria scelta professionale e non certo la smania di prestigio sociale o arricchimento personale.
Tra tante iniziali paure ci si è afferrati al buon senso nell’interpretazione delle norme (sempre alla mano) e all’amore per  i bambini e ragazzi che, nei nostri mai persi sogni, avevano diritto di continuare ad avere un futuro chiaro davanti ai propri occhi, desideri da raggiungere passo a passo, un successo formativo che non fosse negato da un virus sconosciuto, ancora incompreso e ineluttabile nella sua forza distruttiva.
Per noi, donne e uomini di scuola, nulla è cambiato nelle aspettative e nel progetto educativo: certamente si è fatta maggiore fatica perché, da un lato, per mesi è mancata la relazione quotidiana e dall’altro ci si è reinventati “insegnanti e dirigenti a distanza”. Quanto di più impensabile meno di un anno fa.
Passati i mesi da dirigente sola a scuola e da docenti dietro un pc (senza però mai perdersi e senza mai eludere il contatto con gli alunni) è iniziato il nuovo anno. Abbiamo riaperto le porte dei nostri istituti il 14 settembre e, una settimana prima, delle nostre scuole dell’infanzia. I genitori, salvo qualche comprensibile titubanza, si sono fidati e ci sono stati di fianco: solo qualche comunità straniera per paura Covid ha scelto la strada della scuola parentale. Ma anche in quei pochi casi si è stati e si è  loro di fianco, affinché gli alunni, tenuti via da scuola dalla paura degli adulti, possano rientrare il più in fretta possibile sereni e liberi dentro le nostre scuole-casa, come è sempre stato per tanti di loro.
Altra fatica è stata poi l’interpretazione concreta delle nuove emergenze: adulti e ragazzi positivi al Covid, classi da mettere in isolamento fiduciario, famiglie da rassicurare, paure da placare, domande cui dare risposta senza essere medici, situazioni – le più disparate – alle quali trovare risposte. Di nuovo è partito lo schieramento solidale di docenti, dirigenti e famiglie, senza il quale non avremmo trascorso questi tre mesi da settembre a quasi Natale: nessuno fa nulla da solo e non c’è dirigente che abbia guidato col proprio piglio una scuola, senza l’aiuto di una comunità educante attorno.
La situazione non è stata di immediata gestione: le prime classi messe in quarantena per un caso positivo hanno richiesto ore di inserimento dati, poi si è andati – dopo alcuni incontri con le ATS locali – ad uno snellimento delle procedure. E se, ai primi casi, c’erano i medici che chiamavano il dirigente per un caso Covid, generando una scarica di inquietudine come è davanti a qualsiasi novità , ora si è arrivati alla distanza siderale di mail con certificati e alcun interlocutore, sebbene ogni procedura sia molto semplificata.
Restano le situazioni impreviste e mai capitate, per le quali si devono anzitutto rassicurare docenti e famiglie, prendendo tempo e cercando di informarsi con colleghi e persone addentro alle situazioni, allo scopo di raccomandare ciò che è corretto.
Resta soprattutto il timore di sbagliare, di avere addosso una responsabilità alla quale non si è preparati professionalmente, ma solo informati con qualche riunione e ordinanza. Resta l’inquietudine di sapere dire la cosa giusta al momento giusto e nel modo giusto, perché ogni situazione di coinvolgimento di alunni e familiari nella eventuale positività al virus è un fatto assolutamente privato e dato sensibile. Resta l’incubo di guardare la mail personale venti, trenta volte al giorno fino a tarda sera, perché arrivano sulla posta del dirigente scolastico le informazioni di casi positivi e quindi, pronti con l’elenco aggiornato di alunni, classi, giorni di presenza a scuola degli stessi, occorre organizzare ( che sia sera, sabato o domenica) eventuali isolamenti e rientri, senza sbagliare perché altrimenti si scatena il delirio.
Serve riuscire a districarsi tra i casi individuali più disparati (positiva la madre, il fratello, il nonno….): ansia delle famiglie e il dirigente che deve essere per tutti punto di riferimento e certezza di risposta, quando magari ha bisogno per primo/a di capire, chiarirsi le idee, soprattutto davanti a numeri verdi o di centri informazione che non rispondono e tengono in attesa per tempi infiniti in balìa dei dubbi.
Essere dirigente scolastica al tempo del Covid è anche questo: ma prima di tutto c’è la certezza che tutto avrà un termine, che le nostre scuole saranno – come sono tornati ad essere i comprensivi in questi giorni – luoghi di vita e non di silenzio. C’è la voglia di una scuola al centro dei territori, opportunità aperta per le comunità. C’è il desiderio di condividere, incontrarsi senza paura di avvicinarsi. C’è la passione per una scelta professionale che, per uomini  e donne che amano la scuola, è più forte del Covid.

Luisa Oprandi
DS IC Varese 1 “Don Rimoldi”

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