Storie di Covid #2 – Un medico ospedaliero

19 Ottobre 2020 di fabio pizzul

Un’altra storia di Covid, mentre arrivano notizie molto preoccupanti sulla disponibilità di posti in terapia intensiva. Regione ha iniziato le procedure per attivare nuovi reparti di terapia intensiva e ha affermato di poter arrivare ad attrezzarne fino a 1000 in pochi giorni, ma dagli ospedali arrivano già messaggi di reparti che non riescono a trasferire pazienti nelle terapie intensive. Ai piani “sulla carta” devono corrispondere informazioni e azione sul campo, altrimenti il sistema rischia di andare rapidamente sotto stress.

Ancora una volta tocca constatare che siamo alle prese con una minaccia molto più avanti di noi e ancora una volta manca il tempo.
Serverebbero due giorni in più per capire qualcosa di ciascun paziente ricoverato in ospedale, due settimane per capire i trend dell’epidemia, due mesi per capire quali farmaci potrebbero essere più efficaci, due anni per recuperare i ritardi della politica, due decenni per i ritardi di cultura politica.
È passato circa un mese da quando un collega che lavora nel sistema di prevenzione dell’ATS mi diceva che loro erano già in emergenza: organico carente, per nulla rafforzato dopo l’emergenza di primavera, procedure frastagliate e farraginose in molte realtà territoriali.
Tutti dovrebbero sapere ormai che le epidemie si controllano con il tracciamento dei contagi.
Questo virus non agevola ma il nostro SSR, per i numerosi ritardi accumulati, ancor meno.
Dall’altra parte manca la percezione responsabile della serietà del problema, ancora una volta non si capisce che se si vogliono evitare altri morti occorrono scelte dolorose, occorre limitare le attività non essenziali che sono una fonte di propagazione dei contagi.
Preferiamo concentrarci sui provvedimenti del governo senza esprimere una minima parolina sul fatto che non ha senso, ad esempio, che i ragazzi vadano a scuola con le mascherine al mattino e sui campi da calcio (magari all’oratorio) al pomeriggio.

Forse è troppo tardi ma vorrei sforzarmi di porre la domanda in termini propositivi(…): cosa intendiamo fare per rafforzare il sistema di tracciamento, nei luoghi più a rischio e fermare le catene di contagio?
Temo che, al di là di tanti discorsi legittimi e interessanti, se non si affronta questo nodo ci rimane solo la prospettiva del lock down.
Con tutta la tristezza di dover tenere ancora una volta a casa i bambini da scuola.

Un medico ospedaliero

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