Vacanze, mascherine e crisi di coscienza

2 Settembre 2020 di fabio pizzul

Vacanza, se ci si basa sulla sua etimologia, significa tempo vuoto.
Quelle che abbiamo vissuto o stiamo ancora vivendo rischiano davvero di essere giornate caratterizzate dal vuoto, ovvero dalla mancanza di molte delle attenzioni che abbiamo avuto in questi mesi a proposito della pandemia da Covid-19.
Lo dico a partire dall’utilizzo delle mascherine, ma è una riflessione che può allargarsi di molto.

A Milano, in questi giorni di fine estate, si notano tantissime persone che, anche all’aperto, indossano la mascherina. Per esperienza personale posso dire che non è stato così nei luoghi di vacanza. Eccezion fatta per i comuni in cui era obbligatorio indossarla anche all’aperto, l’utilizzo della mascherina mi è parso molto disinvolto, quasi che si volesse segnare con questo la differenza tra un tempo ordinario in cui le regole vanno prese sul serio e uno straordinario in cui si può essere in vacanza anche dalle regole.
C’era una gran voglia di lasciarsi dietro le spalle il lock-down e tutto ciò che ha comportato. Un sentimento diffuso che hanno interpretato in modo diretto (e spesso irresponsabile) anche diversi personaggi pubblici.
Ora si torna alla cosiddetta normalità con la sensazione di essersi, per qualche giorno, liberati dalle costrizioni.
E’ stata vera libertà o irresponsabile leggerezza?
Si potrebbe a lungo discutere su che cosa sia davvero la libertà, ma è meglio essere concreti e guardare alla dura realtà dei numeri del contagio.
Non credo ci si debba allarmare. E’ però necessario capire che, per poter essere davvero liberi, è necessario rispettare se stessi e gli altri. Lo si può fare anche attraverso il “banale” rispetto delle regole di protezione, igiene e distanziamento.
Ho l’impressione che con il ritorno alle normali attività le regole vengano più rispettate, forse anche per una sorta di crisi di coscienza da rientro: speriamo che la “vacanza” delle scorse settimane non la si debba pagare più cara del necessario.

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