La partita del secolo

19 Giugno 2020 di fabio pizzul

In questi giorni è stata ricordata con grande enfasi la storica sfida di Messico ’70 tra Italia e Germania.
Finì 4 a 3 per gli azzurri che approdarono a una finale in cui furono annichiliti dal Brasile di Pelè.
Vista con gli occhi di oggi, quella partita è stata lenta e prevedibile, eppure è entrata nella storia come il simbolo di un’Italia che non si arrende e che raggiunge i suoi obiettivi.
Senza alcuna pretesa di analisi sociologica, provo a trarre qualche riflessione da questo anniversario e lascio a chi vorrà leggere l’articolo che Mario Sconcerti ha scritto sul Corriere considerazioni più fondate.

L’articolo di Mario Sconcerti

Italia Germania poteva essere una partita banale, se Karl Heinz Schnellinger non avesse spinto in rete il pallone del pareggio a pochi istanti dal novantesimo. Come racconta Gianni Rivera, con la pungente ironia che lo ha sempre contraddistinto, il difensore tedesco in forza al Milan si trovava nei pressi della porta italiana solo perché voleva raggiungere il più in fretta possibile gli spogliatoi, ormai rassegnato alla sconfitta. Il caso volle che gli arrivasse il pallone decisivo. Il terzino non si lasciò sfuggire l’occasione.
La prima considerazione è proprio legata a Schnellinger: è sempre necessario trovarsi pronti, anche se l’occasione non rientra all’interno di schemi e programmi prestabiliti. Il caso e la fantasia sono elementi che dobbiamo continuare a perseguire, altrimenti tutto diventa previsto, prevedibile e si schiaccia sulla cronaca, non diventa una storia da raccontare e la Storia con la maiuscola.

Gianni Rivera fu il protagonista assoluto dei supplementari di quella partita. Entrato solo nel secondo tempo, secondo lo schema della “staffetta” voluta da Valcareggi per sfruttare entrambi i grandi talenti a sua disposizione, Rivera pensava probabilmente di avere poco da dire in una partita in cui l’Italia doveva difendere il vantaggio siglato da Boninsegna all’inizio del primo tempo. E invece…
Invece si trovò al centro di diversi episodi decisivi. Al decimo minuto del secondo supplementare era sulla linea di porta e non riuscì a respingere un pallone debolmente indirizzato da Gerd Muller verso la porta difesa da Albertosi. Il pallone passò tra il corpo di Rivera e il palo e la Germania siglò il pareggio che avrebbe portato ai rigori. Invece di imprecare, Rivera tornò a centro campo e guidò l’azione che portò all’ormai impossibile gol della vittoria.
La seconda considerazione riguarda proprio l’atteggiamento di Rivera: più che recriminare o pensare a chi accusare, è sempre bene guardare avanti e prendersi la propria responsabilità fino all’ultimo secondo. Rivera racconta che avrebbe voluto prendere il pallone, dribblare tutti i tedeschi e andare in rete. Non fu così, ma fu lui a fare gol dopo un’azione corale, senza uno schema disegnato a tavolino, che prese di sorpresa i tedeschi che si stavano ancora sistemando in campo dopo il pareggio.

Anche il gol di Rivera fu una sorpresa: non un tiro di potenza, ma una palla piazzata, di piattone, che spiazzò Sepp Maier, inesorabilmente preso in controtempo. Il numero 14 azzurro non concluse di rabbia e potenza, utilizzando l’apparentemente più scontato piede sinistro, ma utilizzò il destro e, per questo, riuscì a mettere fuori gioco il portiere tedesco.
La terza considerazione riguarda proprio la necessità di superare gli schemi e di non limitarsi ad applicare in modo rigoroso regole e convenzioni. Il pensiero che va oltre l’automatismo crea opportunità che spesso non ci immaginiamo neppure. Qualcuno potrà considerare esagerata l’enfasi che è stata data al 50esimo anniversario della “partita del secolo”, ma abbiamo bisogno di racconti, di sogni, di miti e rappresentazioni. Per vivere pienamente non bastano numeri e procedure, schemi o certezze.
All’epoca avevo quasi cinque anni, di quel mondiale ho qualche sfocato ricorso legato a uno schermo in bianco e nero, una casa dei nonni paterni in cui si guardava ai mondiali più pensando a papà Bruno disperso in Messico per lavoro (le videochiamate e le chat erano fantascienza, le telefonate quasi miracoli) e poco altro. Eppure quella partita è memoria collettiva, è storia di ciascuno di noi, è un pezzo di identità di un Paese.

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