Primo maggio: riscopriamo il valore del lavoro

1 Maggio 2020 di fabio pizzul

Vivremo questo Primo Maggio chiusi nelle nostre case.
Molti oggi non festeggeranno, perché il lavoro per loro è più un punto interrogativo che una certezza.
In queste settimane di blocco abbiamo riscoperto l’importanza della dimensione umana del lavoro: è proprio il caso di dire che il lavoro ha salvato l’uomo.
Ricordiamo, allora, oggi tutti coloro che hanno lavorato per noi, coloro che sono morti sul lavoro, coloro che non hanno un lavoro sicuro, coloro che non trovano lavoro.
La voglia di ripartire che noi tutti abbiamo ci fa riscoprire il valore del lavoro e della necessità che sia svolto in sicurezza, mettendo al centro le persone e non il profitto.
Vi propongo qualche passaggio dell’enciclica “Laudato Si’” in cui papa Francesco parla di lavoro nell’ottica di quell’ecologia integrale che può offrire un nuovo, attualissimo, orizzonte per la nostra vita civile, sociale ed economica.
Buon Primo Maggio!

126. Raccogliamo anche qualcosa dalla lunga tradizione monastica. All’inizio essa favorì in un certo modo la fuga dal mondo, tentando di allontanarsi dalla decadenza urbana. Per questo i monaci cercavano il deserto, convinti che fosse il luogo adatto per riconoscere la presenza di Dio. Successivamente, san Benedetto da Norcia volle che i suoi monaci vivessero in comunità, unendo la preghiera e lo studio con il lavoro manuale (Ora et labora). Questa introduzione del lavoro manuale intriso di senso spirituale si rivelò rivoluzionaria. Si imparò a cercare la maturazione e la santificazione nell’intreccio tra il raccoglimento e il lavoro. Tale maniera di vivere il lavoro ci rende più capaci di cura e di rispetto verso l’ambiente, impregna di sana sobrietà la nostra relazione con il mondo.

127. Affermiamo che «l’uomo è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale». [100] Ciononostante, quando nell’essere umano si perde la capacità di contemplare e di rispettare, si creano le condizioni perché il senso del lavoro venga stravolto.[101] Conviene ricordare sempre che l’essere umano è nello stesso tempo «capace di divenire lui stesso attore responsabile del suo miglioramento materiale, del suo progresso morale, dello svolgimento pieno del suo destino spirituale».[102] Il lavoro dovrebbe essere l’ambito di questo multiforme sviluppo personale, dove si mettono in gioco molte dimensioni della vita: la creatività, la proiezione nel futuro, lo sviluppo delle capacità, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione. Perciò la realtà sociale del mondo di oggi, al di là degli interessi limitati delle imprese e di una discutibile razionalità economica, esige che «si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro […] per tutti».[103]

128. Siamo chiamati al lavoro fin dalla nostra creazione. Non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale. In questo senso, aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro. Tuttavia l’orientamento dell’economia ha favorito un tipo di progresso tecnologico finalizzato a ridurre i costi di produzione in ragione della diminuzione dei posti di lavoro, che vengono sostituiti dalle macchine. È un ulteriore modo in cui l’azione dell’essere umano può volgersi contro sé stesso. La riduzione dei posti di lavoro «ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del “capitale sociale”, ossia di quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile».[104] In definitiva «i costi umani sono sempre anche costi economici e le disfunzioni economiche comportano sempre anche costi umani».[105] Rinunciare ad investire sulle persone per ottenere un maggior profitto immediato è un pessimo affare per la società.

[100] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, 63.

[101] Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus (1 maggio 1991), 37: AAS 83 (1991), 840.

[102] Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio (26 marzo 1967), 34: AAS 59 (1967), 274.

[103] Benedetto XVI, Lettera enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 32: AAS 101 (2009), 666.

[104] Ibid.

[105] Ibid.

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