Coronavirus: la chiave per gestire l’epidemia non si trova in ospedale

15 Aprile 2020 di fabio pizzul

“Ora più che mai è fondamentale che la medicina del territorio venga potenziata”.
Non lo dico io.
Sono parole di chi lavora da 25 anni nell’assistenza domiciliare
Senza quest’attenzione sanitaria di prossimità il rischio di una ripresa dell’epidemia appare troppo alto. Ogni ragionamento riguardo misure economiche e ripresa delle attività, “fase 2” non può prescindere da questo.
Più di tanti ragionamenti astratti, credo che valga la testimonianza di chi lavora sul campo. Gli ospedali sono stati e rimangono fondamentali, ma senza il lavoro territoriale rischiano di non farcela. Leggete quanto scrive Marta, un’infermiera che lavora da molto tempo nell’assistenza domiciliare. La ringrazio per il suo lavoro e la sua riflessione che vi invito a leggere attentamente.

P.S. impertinente:
Vi immaginate che cosa avrebbero prodotto in termini di assistenza territoriale i milioni impiegati per il progetto dell’ospedale in Fiera (con tutti i problemi di reperimento di personale).

Lavoro in un’equipe di Cure Palliative domiciliari da più di 25 anni.
Fiera ed orgogliosa di questo servizio territoriale che mi permette di entrare nelle case, fornire un’assistenza speciale e ad hoc per ognuno dei miei pazienti e dei familiari, permettendo loro di evitare, quando possibile, un accesso in ospedale che, soprattutto nella fase finale della vita, rischia di essere molto spersonalizzato.
Dall’inizio di questa emergenza sanitaria ho sentito forte ed importante il nostro ruolo nelle case di pazienti già di per sè molto fragili, e ci siamo adoperati per garantire un’assistenza di qualità pur nella difficoltà di reperire  i corretti D.P.I, di rimodulare giorno per giorno la nostra attività e di avere disposizioni e linee guida precise.
Abbiamo imparato ad usare i D.P.I, a vestirci e svestirci con attenzione, a fornire indicazioni di educazione sanitaria per i parenti, a fare counseling telefonico, a dare informazioni sulle modalità di contagio, abbiamo eseguito tamponi a domicilio.
E’ stato stressante, non nego i momenti di paura e di tensione, ma sicuramente siamo stati  orgogliosi di gestire sul territorio situazioni che, altrimenti, sarebbero state convogliate in Pronto Soccorso.
Ora i numeri dei nostri pazienti sono molto diminuiti, non perchè non ci sono più pazienti in fase avanzata di malattia, ma perchè questa gestione ospedale-centrica ha chiuso gli ambulatori, ha sconsigliato le visite mediche.
Ora più che mai è fondamentale che la medicina del territorio venga potenziata.
Le esigue U.S.C.A (unità speciali di continuità assistenziale) messe in campo non bastano, i medici che le compongono spesso sono poco formati, spesso non sono abituati a lavorare sul territorio.
Bisogna sostenerli, formarli, educarli, potenziarli in numero, affiancarli.
Ci vuole una regia del territorio che metta insieme le competenze assodate di chi sul territorio lavora da molto tempo (servizi A.D.I , servizi Cure Palliative, Medici di medicina generale ) e le nuove forze che devono essere potenziate.
E’ necessario fare tracking dei focolai, fare controllo dei contatti sociali dei pazienti positivi, spiegare bene come funziona la quarantena, istruire su come bisogna eseguire la disinfezione degli ambienti, monitorare i sintomi, fare counselling telefonico degli isolati.
Bisogna occuparsi della vulnerabilità di chi non ha potuto recarsi in ospedale per paura di contrarre il virus e che potrebbe riportarne conseguenze gravi, di chi non ha più potuto usufruire degli screening di prevenzione di molte malattie a causa della chiusura degli ambulatori.
Gli ospedali hanno dato una risposta eccellente, si sono reinventati, riorganizzati, sono stati aperti nuovi posti letto, è stato reclutato personale aggiuntivo.
Ora è fondamentale occuparsi della medicina sul territorio per garantire assistenza a chi viene dimesso, per curare a casa i pazienti positivi  e per evitare una seconda ondata di ospedalizzazione.

Marta Zani

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