Coronavirus: cronaca “ragionata” di 50 giorni di epidemia

13 Aprile 2020 di fabio pizzul

Niente video quest’oggi, anche perché i dati sono particolarmente complicati da interpretare: pochi tamponi registrati (meno della metà di ieri) e una tendenza contraria ai giorni precedenti tutta da interpretare.
Mi sono dedicato a una sorta di ricostruzione di quello che è accaduto negli ultimi 50 giorni. Quasi una cronaca sintetica dell’epidemia.
Per me è stato un utile esercizio per raccogliere le idee su quello che è accaduto e che, purtroppo, non è ancora finito.
Se avete voglia e tempo di leggerlo, mi date un vostro parere sulla ricostruzione che ho tentato di fare?

Periodicamente nel mondo si manifestano virus che fanno molte vittime, non essendo conosciuti al sistema immunitario umano. Nel 1997 un virus influenzale nuovo, che mai aveva colpito gli uomini, l’H5N1, ha prima ucciso un bambino a Hong Kong e poi causato l’insorgenza di una serie di outbreak epidemici in estremo oriente (Cina, Indonesia, Vietnam), rivelando come uno dei virus più letali della storia umana (tasso di letalità 58%).

Dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso è partita l’allerta per una possibile prima pandemia del ventunesimo secolo. Come ha spiegato qualche giorno fa Ernesto Burgio, esperto di epigenetica e biologia molecolare nonché presidente del comitato scientifico della Società Italiana di Medicina Ambientale e membro del consiglio scientifico dell’European Cancer and Environment Research Institute di Bruxelles, l’allarme è stato ribadito a più riprese per 20 anni da scienziati e ricercatori. Si è anche verificata una serie di eventi, a partire dal coronavirus della Sars nel 2002-2003, che avevano ulteriormente accentuato l’allerta.
I Paesi asiatici – Cina, Giappone, Hong Kong e Taiwan e la stessa Corea, nonostante qualche momento di difficoltà iniziale – hanno saputo rispondere al virus, ognuno in modo diverso. In tutto l’Occidente, invece, non solo non c’erano veri piani per affrontare un’emergenza pandemica ma si è enormemente sottovalutato quello che stava succedendo in Oriente.

In Italia il 31 gennaio è stato dichiarato sulla Gazzetta Ufficiale lo stato di allarme pre-pandemico ma si è fatto pochissimo per prepararsi ad affrontarlo, cioè per informare correttamente i cittadini, formare correttamente gli operatori sanitari e soprattutto predisporre piani di protezione per ospedali e operatori sanitari.

Se ci fosse stato un piano e a gennaio, quando il contagio già dilagava in Cina, se si fossero cercate attivamente le polmoniti che alcuni già segnalavano, si sarebbe potuto evitare il lockdown perché avremmo avuto il tempo di fare quello che è stato fatto in Veneto.
Non avendo invece fatto subito strategie di contenimento e di sorveglianza attiva, in Italia si è perso un mese ed è stato necessario bloccare il Paese e ridurre drasticamente qualsiasi contatto fisico.

Il primo dato di fatto è che l’epidemia si ferma sul territorio, non negli ospedali. E questo è stato fatto in molto molto parziale e non certo in Lombardia, dove si sono sommate cause scatenanti, condizioni socio-economiche, leggerezze ed errori che hanno portato a una diffusione catastrofica dell’epidemia.

Le tante polmoniti anomale segnalate in gennaio e anche nei mesi precedenti, avrebbero dovuto fare scattare meccanismi di prevenzione e attenzione epidemiologica che solo a posteriori hanno attirato l’attenzione degli esperti. Si fa sempre più strada l’ipotesi che a circolazione del virus Covid-19 in alcune zone della Lombardia possa essersi attivata ben prima dell’individuazione del primo caso ufficiale di Covid-19 italiano a Codogno. Questo spiegherebbe anche la dinamica con cui l’epidemia si è diffusa nella regione più colpita.

Anche di fronte a un allarme ormai conclamato, con notizie precise e preoccupanti provenienti dalla Cina, non si è intervenuti tempestivamente e le prime misure di contenimento, oltre che tardive, orma è chiaro che siano state anche insufficienti.

A posteriori non si può che giudicare come gravi imprudenze, di fronte a un’emergenza epidemica ormai dichiarata, alcune manifestazioni che si sono tenute in Lombardia nelle settimane precedenti lo scoppio ufficiale dell’infezione.
Il 19 febbraio è stata giocata allo stadio Meazza di San Siro a Milano Atalanta Valencia, con la presenza sugli spalti di quasi 46.000 spettatori, 40.000 dei quali provenienti dalla zona della bergamasca, una di quelle che sarebbero state colpite in modo più drammatico da Covid-19.
Nel mese di Febbraio in Fiera Milano si sono svolte ben otto rassegne che, seppure meno affollate per il mancato arrivo di compratori ed espositori dalla Cina e dall’estremo oriente, hanno certamente creato condizioni favorevoli a un possibile contagio.
Venerdì 21 febbraio, proprio nella serata in cui a Codogno è emerso il “primo” caso italiano di Covid-19, si è giocata allo Stadio Rigamonti Brescia-Napoli con oltre 14.000 spettatori sugli spalti e solo nei giorni successivi si è gradualmente deciso di disputare le gare a porte chiuse e, in seguito, ad annullarle.

Le stesse pubbliche amministrazioni lombarde non hanno preso immediatamente coscienza della possibile gravità della situazione. Domenica 23 febbraio sono stati convocati i sindaci dei comuni delle diverse province lombarde presso le sedi territoriali della regione, portando a riunioni di oltre 300 persone, come è accaduto presso la Sala Biagi di Palazzo Lombardia, alla presenza del Prefetto di Milano Saccone che, nell’occasione, sottolinea il fatto che riunioni di quel tipo non avrebbero più potuto avvenire.

Nei giorni successivi, diversi amministratori locali lombardi aderiscono a campagne promozionali all’insegna della necessità di non fermarsi e di non bloccare le attività sociali ed economiche, salvo poi scoprire che anche queste sollecitazioni hanno contribuito a rendere più probabile la diffusione del virus, evidentemente già presente in Lombardia.
Lasciano molto amareggiati, in questo senso, le polemiche di inizio febbraio riguardo una forma di emarginazione della comunità cinese e delle sue attività economiche per timore di un possibile contagio. L’idea che il virus potesse rimanere confinato in zone ed etnie lontane dalle nostre non ha fatto scattare le fondamentali procedure di protezione e il necessario piano pandemico.

Sono tutti eventi che possono aver dato il loro contributo alla pesante diffusione del virus in zone dove poi è dilagato.

Dalla fine di febbraio l’emergenza è ormai una realtà.

Il 38enne di Castiglione d’Adda, identificato come “paziente1”, si presenta in pronto soccorso il 18 febbraio, dopo i primi sintomi. Non essendo però andato di recente in Cina e non dichiarando, in quel momento, di essere stato in contatto con persone che provenissero dalla Cina, gli viene prescritta una cura a base di antibiotici e viene rimandato a casa, senza essere sottoposto al test per il virus Covid-19. All’indomani, quando le sue condizioni peggiorano, una volta tornato in ospedale, gli viene fatto il tampone in quanto la moglie ricorda l’incontro del marito nei giorni precedenti con un amico tornato in gennaio dalla Cina (anche se poi questa si rivelerà una pista senza fondamento). La certezza del contagio arriva nella notte tra il 20 e il 21 febbraio.

Una prima ricostruzione degli spostamenti e dei contatti del “paziente 1” porta alla scoperta di diversi altri contagiati e l’ospedale di Codogno, dopo l’evidenza di un contagio ormai presente nella struttura, lo stesso 21 febbraio viene chiuso, mentre il sindaco di Codogno decreta la chiusura delle scuole e di tutti gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande, di pubblico intrattenimento ed i luoghi di ritrovo ed assembramento del pubblico. Ordinanza assunta, nelle ore successive, anche dai sindaci di Castiglione d’Adda e Casalpusterlengo.
La decisione di chiudere i dieci comuni del Basso Lodigiano nell’area attorno a Codogno e di istituire la zona rossa arriva da parte del Governo la sera del 23 febbraio.

Nelle stesse ore si verifica una situazione anomala anche presso l’ospedale di Alzano Lombardo con la presenza di diversi casi di polmonite che solo nel pomeriggio di domenica 23 vengono identificati come casi di Covid-19, portando alla chiusura per qualche ora del Pronto Soccorso. Sulla successiva decisione di riaprire la struttura e di continuare regolarmente l‘attività dell’ospedale sono ancora in corso i necessari approfondimenti.

Nel giro di poche ore, gli accessi ai Pronto soccorso della zona del lodigiano si fanno molto numerosi con immediata necessità di procedere a trattare in terapia intensiva decine e decine di pazienti che presentano situazione di polmoniti interstiziali che necessitano la ventilazione assistita.

In pochi giorni svanisce l’illusione di poter tracciare il contagio a partire dal “paziente 1” e la ricerca del “paziente 0” non dà i frutti sperati, rendendo evidente come l’epidemia sia rapidamente finita fuori da ogni possibile gestione e controllo.

A partire dal 21 febbraio, praticamente tutti gli ospedali registrano ingressi in Pronto Soccorso di casi di Covid-19 senza che siano stati predisposti percorsi separati e reparti o strutture dedicate ai contagiati dal virus. In pochi giorni, mentre si riflette sulla necessità (già raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità) di creare strutture dedicate esclusivamente a pazienti Covid-19, la maggior parte degli ospedali lombardi è interessata da contagi che non riescono a circoscrivere e interessano un numero sempre più significativo di personale sanitario. Eppure, fin dall’inizio di febbraio, molti esperti hanno chiesto di organizzare corridoi alternativi, perché il virus non doveva entrare negli ospedali. Si comincia a guardare agli ospedali come luoghi di amplificazione del contagio. Nel vicino Veneto, la scelta è quella di evitare di portare i pazienti sospetti Covid-19 negli ospedali in maniera indiscriminata.

Nel frattempo, a fronte del repentino aumento dei casi di contagio nella zona della Bassa Val Seriana, segnatamente nei comuni di Nembro e Alzano Lombardo, si sviluppa un vivace dibattito sulla necessità di istituire un’ulteriore zona rossa che non sfocia però in alcuna decisione, anche per la mancata decisione da parte di Regione Lombardia che indica il Governo come unico titolare dei poteri per farlo.

Con una delibera dell’8 marzo, Regione Lombardia certifica il fatto che ormai il virus è diffuso in tutti gli ospedali della regione identificando 18 strutture ospedaliere (hub) in cui concentrare gli interventi per le altre patologie urgenti dedicando tutti gli altri nosocomi all’emergenza in atto. La scarsa disponibilità di DPI anche per il personale sanitario determina una drammatica escalation dei contagi tra medici, infermieri e personale ausiliario e amministrativo con oltre 6000 casi a metà marzo. A inizio aprile il dato italiano è impressionante: 12.300 operatori sanitari contagiati e 80 morti tra i medici. Sono dati, con tutta probabilità, largamente sottostimati e il fatto che, soprattutto in Lombardia, si sia tardato troppo a effettuare tamponi a tutto il personale può essere una delle cause scatenanti di quest’epidemia nell’epidemia.

In pochi giorni i ricoveri in terapia intensiva si moltiplicano, mettendo a dura prova la tenuta di molti ospedali della regione. A inizio marzo si segnalano come particolarmente problematiche le situazioni di Lodi, Crema, Cremona, Bergamo, Alzano Lombardo e Seriate. Ma anche altri ospedali registrano accessi al Pronto Soccorso di un numero crescente di pazienti con problemi polmonari e in condizioni sempre più compromesse.

I posti di terapia intensiva negli ospedali lombardi sono passati in poco più di un mese da 879 a 1600: uno sforzo immane da parte del sistema sanitario che non ha però evitato più di 11000 decessi in una contabilità che risulta sicuramente sottostimata. Al 6 marzo i pazienti positivi ricoverati in terapia intensiva sono 306, salgono a 823 dieci giorni dopo, superano quota 1000 il 19, per raggiungere il record di 1381 il giorno 3 aprile.  

A proposito di terapie intensive, il 31 marzo si tiene una conferenza stampa per “inaugurare” il nuovo ospedale in Fiera Milano che può contare su 53 letti e dovrebbe averne circa 200 a regime. Un progetto annunciato il 12 marzo, illustrato a livello progettuale il 17 marzo e in grado di ospitare al 13 aprile una decina di pazienti. La piena operatività è rimandata alla fine di aprile. La gestione della struttura è affidata al Policlinico di Milano che deve far i conti con evidenti problemi di personale.

Solo il trasferimento di alcune decine di pazienti in altre strutture italiane e straniere evita, nei giorni di picco dell’epidemia, il tracollo del sistema. L’arrivo di equipe di medici dal resto d’Italia, grazie a un bando aperto della Protezione Civile nazionale e il reclutamento straordinario di personale in Lombardia, oltre all’arrivo di alcune squadre di medici da Cuba, dalla Russia, dalla Cina (non impiegabili sul campo) e dall’Albania contribuisce a mantenere operativo un sistema che rischia il collasso.

Vero punto debole dell’approccio lombardo all’epidemia si è rivelato il territorio e la sanità ad esso riferita: non si è applicata la strategia che si usa in tutte le epidemie, una sorveglianza attiva.
E’ mancata una conoscenza epidemiologica, è mancato completamente il supporto sul territorio della Sanità Pubblica. Nei dati riguardo i casi positivi comunicati quotidianamente in Lombardia è sempre mancato il numero dei casi domiciliari, anche perché i tamponi effettuati e registrati fanno riferimento quasi esclusivamente a pazienti che sono stati ricoverati in ospedale o hanno avuto sintomi molto evidenti della malattia. La stessa affidabilità statistica dei numeri presentati quotidianamente non è tale da poter delineare una fotografia credibile dello sviluppo dell’epidemia.
La battaglia si vince sul territorio non negli ospedali, ha dichiarato il virologo padovano professor Andrea Crisanti, precisando che, al 22 marzo, in Veneto sono stati fatti 53.000 tamponi per 4000 casi. Un tampone ogni 10 casi. In Lombardia, dove i casi evidentemente sono molti di più, è stato fatto un tampone ogni 4 malati. Una differenza pari a 40 volte.

Fattore decisivo per la medicina territoriale è la prevenzione e, più in generale, la cosiddetta Public Health. Questa cultura, nell’esempio veneto, si è concretizzata in una sanità pubblica diffusa in presidi radicati nelle realtà territoriali, con un potenziamento dei medici di medicina generale, pronti a gestire un rapporto diretto con gli ospedali grazie anche ad un aggiornamento costante tramite corsi offerti dalla Regione. L’impressione è che i medici di medicina generale del Veneto, anche nella contingenza attuale, siano più preparati a fronteggiare l’emergenza del Sars-CoV-2 che si configura proprio come un’emergenza di Sanità Pubblica.
La Lombardia ha fatto molti ricoveri, specie all’inizio dell’epidemia; precisamente il 66% , contro il 20% del Veneto. “Il 66% è un dato altissimo per questa patologia che richiede nel 16% dei casi cure e nel 6% una intensività di cure” – dichiara il prof. Giorgio Palù, già presidente della Società Europea ed italiana di virologia – “E in questo caso più ricoveri si fanno e più il contagio si estende, come avrebbe già dovuto insegnare l’epidemia di SARS nel 2002-2003”. “Altro dato oggettivo di riflessione” continua Palù “è la letalità che in Lombardia è arrivata al 14%, mentre in Veneto si è tenuta al di sotto del 5%. Non per fare paragoni tra chi è migliore o peggiore, ma sicuramente il Veneto si è distinto per l’organizzazione e una cultura di Public Health che non nasce ieri ma che è acquisita da lungo tempo”.

Con una tardiva delibera, Regione Lombardia il 23 marzo rafforza la sanità territoriale con “le Unità Speciali di Continuità Assistenziale (USCA), finalizzate alla gestione domiciliare dei pazienti affetti da COVID-19 che non necessitano di ricovero ospedaliero, anche in relazione alla necessità di fornire risposte alla popolazione nelle aree in cui sono maggiori i casi di positività per i medici della medicina generale” (DGR 2986 23 marzo 2020). Un servizio di supporto ai medici di medicina generale che non può certo risolvere il grave ritardo accumulato e non può, soprattutto, costituire una sanità territoriale di prossimità che è stata letteralmente smantellata dalla nuova organizzazione sanitaria lombarda, che deriva dalla legge 23 del 2015 che andrà profondamente rivista una volta finita questa emergenza.

La sanità territoriale, tra l‘altro, non può bastare a se stessa e richiede una compiuta integrazione con le reti sociosanitarie e assistenziali, come chiede con una lettera del 26 marzo 2020 ANCI Lombardia che formula alcune proposte concrete a partire dall’Integrazione dell’unità di crisi regionale con un referente espresso dagli enti locali. Secondo l’associazione dei sindaci è fondamentale anche il coinvolgimento dei sindaci stessi nel coordinamento territoriale, presso le ATS, a livello programmatorio e organizzativo dei presidenti dei Distretti/Ambiti e dei coordinatori degli uffici di piano, snodo essenziale per strutturare il coinvolgimento dei Sindaci e dei Comuni. ANCI chiede anche la valorizzazione del contributo dei soggetti del terzo settore, partner fondamentali per raggiungere, con le differenziazioni necessarie, tutti i soggetti interessati. Accanto a questo, facendosi voce dei rappresentanti territoriali, ANCI chiede una pianificazione efficace per garantire una immediata e capillare distribuzione di DPI anche per tutto il personale comunale e del sistema socio-sanitario e assistenziale impegnato sul territorio.

La vicenda dei DPI, già citata per quanto riguarda le carenze di dispositivi per gli operatori ospedalieri, si fa sentire in modo drammatico fin dalla fine di febbraio in tutto il territorio lombardo. Le inutili polemiche con la Protezione Civile nazionale, rea di non far pervenire il materiale necessario, e i ripetuti annunci di attivazione di una filiera lombarda di produzione di mascherine, non riescono certo a risolvere un evidente problema di approvvigionamento che riguarda anche gli acquisti realizzati tramite la società regionale ARIA e risulta risolto, almeno parzialmente, solo a metà di aprile. Nonostante l’annuncio di regione di mettere a disposizione gratuita dei lombardi di 3 milioni e mezzo di mascherine risalga al 5 aprile.

Dramma nel dramma, in Lombardia, è la situazione della RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali) per anziani: l’Istituto superiore di Sanità (ISS) calcola che, al 12 aprile, 1822 morti nelle circa 700 strutture lombarde. Solo a inizio di aprile Regione Lombardia, dopo numerose insistenze, accede alla possibilità di effettuare tamponi a tappeto nelle RSA. Questo rende praticamente impossibile ricostruire la reale portata del contagio in queste strutture e la stessa contabilità degli ospiti defunti risulta lacunosa e non restituisce il dramma che hanno vissuto. Secondo l’ISS, il tasso di mortalità fra i residenti, considerando i decessi legati al Covid-19, è del 3.1% a livello nazionale, ma sale fino al 6.8% in Lombardia. Da ulteriori approfondimenti, risulta che in Lombardia e in Liguria circa un quarto delle strutture (rispettivamente il 23% e il 25%), presenta un tasso di mortalità maggiore o uguale al 10%. Regione Lombardia con una delibera del 23 febbraio ha limitato, ma non impedito l’accesso di visitatori nelle RSA e questo può aver provocato l’ingresso del virus in luoghi in cui la fragilità degli ospiti ha creato condizioni favorevolissime alla sua diffusione. L’8 marzo regione stabilisce il divieto di visite dall’esterno, ma indica le RSA come possibile luogo di ricovero di pazienti Covid positivi dimessi dagli ospedali: nel tentativo di decongestionare questi ultimi espone le RSA a un rischio altissimo di contagio. La precisazione riguardo la necessità che gli eventuali pazienti Covid positivi siano ricoverati in strutture completamente isolate dal resto della RSA non rende certo meno imprudente la scelta fatta. La carenza di DPI e di procedure rigorose per la protezione degli operatori e degli ospiti crea enormi problemi nella gestione del personale delle RSA che rimangono realtà particolarmente colpite e a rischio. La disperazione dei familiari degli ospiti, che vedono morire i congiunti senza poter avere notizie delle loro condizioni e men che meno poter star loro accanto, provoca una serie di denunce all’autorità giudiziaria cha da inizio aprile inizia una serie di indagini in diverse RSA lombarde.

In sintesi, la Lombardia, pur potendo contare su uno dei sistemi sanitari migliori d’Italia, non è stata in grado di fronteggiare un’epidemia che ha causato, a metà aprile, quasi 11.000 morti e ha travolto il sistema ospedaliero a causa della fragilità della sanità territoriale e di un ritardo di almeno 10-15 giorni negli interventi. L’impegno straordinario degli ospedali e, soprattutto, degli operatori, che non sempre hanno avuto indicazioni tempestive ed efficaci dalla regione, non ha potuto far nulla per evitare migliaia di morti di fronte a un’ondata epidemica che andava controllata e gestita prima di tutto a livello territoriale.

A proposito di medicina territoriale, è particolarmente duro il giudizio del virologo dell’Ospedale Sacco di Milano Massimo Galli in un’intervista dell’8 aprile: “C’è stato un clamoroso fallimento, e di questo ne dovremo prendere atto per il futuro, della medicina territoriale, ammettiamolo e riconosciamo questo aspetto”.  Un fallimento che, secondo Galli, ha molto a che fare con la scarsa disponibilità di tamponi: “Perchè non si sono fatti i tamponi? Perché non c’era il potenziale e non c’é nemmeno ora il potenziale per fare i tamponi. Ma diciamocelo chiaro una volta per tutte. Diciamo chiaramente che abbiamo moltiplicato fortemente ed in modo importante i letti di rianimazione, cosa sacrosanta, ma siamo stati incapaci, o qualcuno è stato incapace, di intervenire per moltiplicare le possibilità diagnostiche. Signori questo è il punto. Siamo verso la ripresa ma senza la moltiplicazione delle capacità diagnostiche anche la ripresa sarà estremamente difficile”.

In quest’ottica risultano particolarmente importanti i test sierologici sulla popolazione per individuare chi ha sviluppato anticorpi al Sars-CoV-2. A questa strategia sta lavorando l’Istituto superiore di sanità, in vista della “riapertura” del Paese e delle attività, per questo risulta fondamentale avere un quadro reale dei casi di positività e di chi ha contratto il nuovo virus e dunque sviluppato gli anticorpi. Alcune Regioni (Emilia Romagna, Veneto e Toscana ad esempio) sono già partite a inizio aprile con la sperimentazione: dopo una prima fase di impiego massiccio del test diagnostico del tampone per individuare anche le persone asintomatiche e paucisintomatiche che inconsapevolmente possono trasmettere la malattia, ora ci si affida anche alla sierologia che potrà fornire dati sulla prevalenza dell’infezione nella popolazione e dare maggiori indicazioni epidemiologiche. La Lombardia si sta attivando, anche su questo fronte con un po’ di ritardo, fronte affidandosi alle valutazioni del Policlinico San Matteo di Pavia.  
Una cosa è certa: non si può programmare una ripartenza delle attività senza colmare l’attuale carenza di dispositivi diagnostici. I test sierologici saranno utili, ma c’è bisogno di tamponi, perché avere gli anticorpi che possono indicare se l’infezione è avvenuta un mese prima non significa essere guariti, resta il rischio che le persone possano ancora trasmettere il virus.

Ora, giunti a metà aprile, si comincia a parlare di fase 2 dell’emergenza, con la necessità di costruire una progressiva ripresa dopo la possibile fine del lockdown totale a inizio maggio.
L’idea che debba ripartire l’economia è importantissima, ma non si può rischiare di avere un nuovo picco epidemico dopo 20 giorni: sarebbe una catastrofe ancora peggiore di quella vissuta fin qui.

In presenza di un rallentamento e, poi, di una diminuzione dei casi che consenta un ritorno a una certa normalità, auspicabilmente a metà maggio, tutto l’impegno dovrà essere indirizzato a ristrutturare un sistema sanitario nazionale che è stato letteralmente devastato negli ultimi 15-20 anni di tagli di risorse e di privatizzazioni. Scelte che hanno indebolito tutto e hanno ridotto il numero dei medici e dei letti disponibili.
Fondamentale sarà, inoltre, avere in dotazione tutto il materiale di protezione che oggi soltanto pochi ospedali garantiscono al proprio personale. Sì alla ripresa dell’economia, dunque, ma rafforzando il sistema sanitario, e aiutando i cittadini ad avere una diversa consapevolezza e ad essere informati, formati e protetti.

4 commenti su “Coronavirus: cronaca “ragionata” di 50 giorni di epidemia

  1. Rota Angelo

    Impareremo una volta per tutte da questa lezione per cambiare strada?
    Si dice che una volta toccato il fondo non si puo’ fare altro che risalire.

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  2. Pasquale

    La responsabilità maggiore è stata il fallimento della sanità territoriale e aver sottovalutato le probabilità della possibile pandemia fino al 23/02, nonchè il pensare di essere sempre e ovunque i primi della classe.

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  3. Guido

    Disamina faziosa, tutta improntata a denigrare il comportamento di Regio e Lombardia. Da Pizzul non me l’aspettavo. Ovviamente errori ci sono stati, ma la verità è una: il virus ha circolato per più di un mese, in un periodo in cui neanche i tecnici sospettavano la sua presenza, tanto che il 21 febbraio si è registrato quello che per settimane è stato creduto il paziente 1. Poi le strutture lombarde hanno dovuto affrontare un carico pazzesco e lo hanno fatto in un modo che forse nessun’altro avrebbe potuto fare. Zaia è stato bravo, ma aveva numeri molto inferiori fa gestire. Inoltre tutte le regioni si sono dovute muovere nell’assenza di Governo degno di questo nome, il che ha complicato le cose.

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  4. Luigi Massari

    La ricostruzione puntuale può apparire piuttosto critica nei confronti della Regione Lombardia, ed anche del Governo centrale, ma sono stati gli stessi esperti medici (di cui ho potuto ascoltare anch’io le interviste televisive) ad essere i più critici, ed in alcune occasioni hanno fatto anche i nomi dei ruoli istituzionali che secondo loro non hanno funzionato a dovere.
    Purtroppo l’approssimazione di alcuni interventi l’ho vissuta e la sto vivendo con alcuni parenti: una ricoverata all’ospedale di Codogno per accertamenti (poi dimessa), altri ricoverati in ospedali bergamaschi con alcuni in quarantena forzata a casa, un’altra è infermiera all’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, un altro ancora in una RSA milanese.
    L’impressione generale è che la Lombardia abbia preparato una buona difesa, ma non per gli oltre 10 milioni di abitanti.
    Chi ha scritto prima di me ha giustamente fatto notare che con la metà, anche meno, degli abitanti, ed un territorio meno urbanizzato, è comunque più facile (o meno difficile, se volete), controllare il contagio.
    Credo che questa situazione dovrà portare ad una revisione del sistema sanitario lombardo; forse non è necessario stravolgerlo, ma riorganizzarlo in modo tale, come in tempi non sospetti me ne aveva parlato il mio medico di base, in cui tutti i livelli del sistema sanitario vengano rapportati per non sovraccaricare il sistema dei vari Pronto Soccorso ospedalieri.

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