Coronavirus: non sembra proprio che la barca sia la stessa…

3 Aprile 2020 di fabio pizzul

Premessa necessaria.
Il testo qui sotto non è adatto ai social network e non contiene proposte concrete. Solo riflessioni, per di più un po’ amare. Detto questo, se avrete la pazienza e il coraggio di leggerlo, attendo vostre reazioni.

Il blocco delle attività economiche e sociali dovuto al Coronavirus ci costringe a riflessioni serie e non scontate.

Il dramma della morte è tornato a far parte delle nostre vite quotidiane e molte delle certezze che avevamo fino a ieri si infrangono di fronte a una malattia sconosciuta e insidiosa che si manifesta con la banalità di un’influenza, si diffonde con il semplice contatto personale e porta, non di rado, a conseguenze drammatiche. Contrastare il virus è semplice e maledettamente complicato: semplice perché basta non entrare in contatto con altre persone, complicato perché non possiamo vivere senza gli altri.
La realtà che stiamo vivendo in questi giorni rende evidente la fragilità, per non dire l’assurdità, di un modello sociale all’insegna dell’individualismo, nel quale si salva chi pensa solo a se stesso e chi ha le risorse per costruirsi un percorso basato sulla propria promozione, a scapito degli altri.
Nella solitudine “iperconnessa” delle nostre case scopriamo come da soli non si sta meglio, si rischia anzi di impazzire. Eppure fino a ieri il pensiero dominante esaltava la possibilità di restare da soli per poter avere di fronte a sé tutte le scelte possibili in un infinito gioco narcisistico. Ora la fine, o meglio, il fatto di poter veder finire la nostra vita si è materializzato concretamente di fronte noi.
Che fare allora? Disperarci, nel senso di perdere ogni speranza riguardo la possibilità di vivere una vita piena e buona?
L’impressione che ho in questi giorni è che, dopo un primo momento di smarrimento, in molti stiano già pensando a come trarre maggior vantaggio possibile da questa emergenza.
Cartina di tornasole di tutto ciò è, una volta di più, la politica.
Talvolta vedo più smania di mettere in difficoltà gli avversari che impegno a trovare soluzioni che possano portarci fuori dalla drammatica situazione che stiamo vivendo. Piuttosto che mettere assieme le forze e le risorse (spesso scarse) per dare risposte ai cittadini e ai più fragili tra loro, ci si concentra sulle strategie per difendere se stessi o per mettere in difficoltà chi non appartiene al proprio schieramento.
Di fronte a una situazione inedita, un leader tenta di chiamare a raccolta tutte le forze migliori a disposizione e fa di tutto perché ciascuno possa essere messo in grado di dare il massimo per la causa comune. Leader non sempre si nasce e talvolta lo si può diventare, ma bisogna avere il coraggio di mettere al centro gli interessi comuni e non la propria vicenda personale.
E’ umanamente comprensibile che, in situazioni complicate, si cerchi di difendere la propria posizione e per far questo, spesso, si tenda a scaricare sul altri colpe e responsabilità. Ciò che è umanamente comprensibile non è però sempre compatibile con il ruolo di chi ha il compito di gestire la cosa pubblica, soprattutto in tempi di pericolo e incertezza.
E’ la sottile, ma determinante, differenza tra chi tenta di uscire dalla crisi attraverso il conflitto e chi tenta di farlo attraverso la collaborazione e la cooperazione.
In tempi normali il conflitto è la strada più semplice e redditizia (anche se io non ritengo sia la più giusta), perché permette di eliminare problemi e avversari. In tempi eccezionali e di pericolo estremo, il conflitto aumenta il rischio e i problemi.
Le istituzioni possono sciogliere questo nodo in due modi, affidare la gestione a un dittatore (o a un commissario) o scegliere la via di una stretta collaborazione d’emergenza tra le istituzioni democratiche. Ogni tentativo, il più delle volte opportunistico, di fare qualcosa di diverso rischia di complicare la soluzione dei problemi e di lasciare sul campo molte vittime. Da lì scatta, inevitabile, la necessità di giustificarsi o incolpare altri dell’accaduto.
Un’amara constatazione per chiudere queste brevi e confusa riflessioni: venerdì scorso tutti hanno accolto con plauso le drammatiche parole di papa Francesco che ci ricordava come siamo sulla stessa barca, ma in pochi paiono averle prese davvero sul serio. Lo spettacolo cui stiamo assistendo, a livello politico e istituzionale, evoca più una battaglia tra barche nemiche che provano ad affondarsi.

P.S.
Martedì sera la  RAI ha interpretato al meglio il suo ruolo di servizio pubblico proponendo “Musica che unisce” un programma molto ben studiato e montato, che ha coinvolto decine di artisti sfruttando le potenzialità dei socialnetwork. Una serata che è stata un concentrato di emozioni e di voglia di contribuire ad un obiettivo comune, una vera boccata d’aria fresca in un racconto mediatico che è intessuto di scontri e polemiche, alimentate soprattutto dai politici, e che rischia di non restituire la responsabilità sociale con cui la stragrande maggioranza dei cittadini sta affrontando questa emergenza.
Una volta tanto, o forse sarebbe meglio dire ancora una volta, il mondo dello spettacolo e della cultura ha dato una lezione a una politica che fa davvero fatica ad essere all’altezza di questa difficile pagina della nostra storia. Gli artisti che hanno partecipato alla serata lo hanno fatto per mettersi in mostra? Non credo, quello che di sicuro hanno fatto con grande bravura è il regalarci emozioni positive che uniscono e ci hanno scaldato il cuore.

Un commento su “Coronavirus: non sembra proprio che la barca sia la stessa…

  1. Rota Angelo

    Pensiero pacato e condivisibile. A volte ho avuto l’impressione che qualche leader di partito smanioso di sostituirsi al governo . Questo paese ha bisogno di politici alla Degasperi. Moro. Berlinguer.e altri, industriali come Mattei.Olivetti…

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