Una settimana di Coronavirus

29 Febbraio 2020 di fabio pizzul

Una settimana che ricorderemo a lungo. L’emergenza coronavirus ci ha messi di fronte alla fragilità e alla forza, alla paura e al coraggio, all’ansia e alla razionalità. Sentimenti contrastanti che hanno attraversato i giorni del blocco delle attività, in un’atmosfera surreale e sospesa.

Va dato atto ai cittadini lombardi di aver affrontato con grande responsabilità l’improvvisa accelerazione degli eventi. Va riconosciuta alle istituzioni, di ogni livello, la capacità di agire in tempi rapidi e con una sostanziale concordia, nonostante il diluvio di informazioni e commenti che ha fatto parlare molti, giustamente, di infodemia. Vanno ringraziati, e mai abbastanza, tutti gli operatori che si sono trovati a gestire una situazione inedita e improvvisa e non si sono tirati indietro di un millimetro, dimostrando che cosa significhi svolgere oggi un servizio pubblico, in tutti campi. La lotta contro un virus non è però un videogioco, all’interno del quale basta eseguire i comandi giusti per giungere a una completa vittoria. La lotta contro il coronavirus si intreccia in modo complesso con la nostra esperienza e chiama in causa la scienza, la politica, la società, le nostre relazioni personali, in una parola, la vita di tutti noi. In questi giorni abbiamo scoperto quanto dipendiamo gli uni dagli altri, quanto sia necessario vivere con gli altri, quanto sia importante la libertà. Lo sanno bene gli abitanti della zona rossa, lo abbiamo intuito tutti noi. La fase dell’emergenza, che inevitabilmente porta con sé esagerazioni, errori, crisi di nervi, va superata, ma non si può semplicemente invocare un’astratta normalità: va costruita una forma di convivenza con un virus non pericoloso come si paventava, ma sicuramente insidioso, che ci terrà compagnia per molto tempo. Noi italiani siamo straordinari nell’emergenza, dobbiamo diventare capaci di esserlo anche nella normalità. E’ compito anche, e soprattutto, delle istituzioni che devono costruire fiducia ed evitare di diffondere paura. La domanda di fondo è una sola: vogliamo migliorare la vita delle persone o conquistare il loro consenso?

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