40 anni fa Martini entrava a Milano

10 Febbraio 2020 di fabio pizzul

Quarant’anni fa mons. Carlo Maria Martini faceva il suo ingresso nella diocesi di Milano come Arcivescovo. Decise di farlo partendo dal carcere di San Vittore e attraversando poi il centro di Milano a piedi, lungo l’asse tra il Castello e il Duomo, con il Vangelo tra le mani. Già questi semplici gesti suggerivano alcuni elementi fondamentali del suo successivo magistero.

Personalmente ebbi la fortuna di incontrarlo direttamente il giorno dopo, perché partecipò alle celebrazioni dell’anniversario dell’apparizione della Vergine Maria a Lourdes nell’omonima parrocchia milanese, che era la parrocchia che frequentavo. Ricordo bene quel giorno perché, quindicenne, fui incaricato, insieme a un amico di due anni più “anziano”, di realizzare le foto della giornata per l’oratorio. Non conservo le foto (che poi erano diapositive) della giornata, che credo siano scomparse durante lavori di ristrutturazione dell’oratorio, ma rimane in me il ricordo della figura del nuovo arcivescovo, timido, riservato, ma disponibilissimo all’ascolto di chiunque gli si presentasse di fronte. Caratteristiche che poi ho avuto modo di apprezzare lungo tutto il suo lungo episcopato in varie occasioni e ruoli che mi hanno consentito di incontrarlo.
Al di là di queste pennellate di memoria personale, riporto qui di seguito il testo (quasi uno schema) dell’omelia che mons. Martini pronunciò in occasione della celebrazione eucaristica per il suo ingresso in diocesi. Riprendo il testo e la foto da un articolo pubblicato il 5 giugno 2008 sul sito della diocesi di Milano, www.chiesadimilano.it.

1. Il profeta Isaia, di cui ci parla la prima lettura, contemplava il mistero di Dio, la sua gloria e si sentiva incapace di esprimerlo: «Ohimé io sono perduto perché un uomo dalle labbra impure io sono!» (Is. 6, 5).

Anche a me è stato dato questa sera di contemplare un aspetto del mistero di Dio, una manifestazione della sua gloria: questa meravigliosa ed entusiasmante chiesa di Milano, questo popolo generoso, che mi viene incontro a cuore aperto, questa antichissima e vivissima Chiesa ambrosiana alla quale io stesso per volontà del Signore considero da oggi la mia vita indissolubilmente legata.

2. Ma come Isaia non si sentiva capace di esprimere la grandezza di ciò che sperimentava – si sentiva come schiacciato da ciò che i suoi occhi vedevano – così anch’io, questa sera, contemplo cose più grandi di me, vivo avvenimenti di cui non mi è dato cogliere la portata. Ed è soltanto lo Spirito del Signore in me, la sua Parola di salvezza che risuona al mio e al vostro orecchio che ci può far intendere qualcosa di ciò che stiamo vivendo insieme.

3. E parliamo prima di tutto di questa città –e lo faccio non con parole mie, ma citando da una delle migliaia di lettere ricevute in questi giorni da tante persone che ancora non conosco. Dice dunque tra l’altro questa lettera: «… Milano è una città meravigliosa e terribile: tenera nel donarsi, crudele nell’imporre ritmi e sistemi di vita. Qui si spara quasi ogni giorno, ma si compiono anche grandi atti d’amore; si bestemmia la vita, ma, maggiormente si prega e si loda Dio. E’ una città viva, aperta, giovane, che ha bisogno di una mano forte e tenera allo stesso tempo e di un “linguaggio nuovo”, anche se, in realtà, vecchio di 2000 anni»…

«… gente che lavora sodo, che apparentemente sembra pensare solo a raggiungere e a consolidare il proprio benessere; ma che nell’intimo ha una grande potenzialità d’amore, che aspetta solo di essere suscitata per esplodere».

4. Sono qui tra voi come l’ultimo di tutti i pastori che hanno retto nei secoli questa Chiesa. E so di non avere né l’arte oratoria e l’intrepidezza di Ambrogio, né il fuoco apostolico di Carlo Borromeo, né, per venire al mio immediato predecessore, la profonda conoscenza della diocesi e la matura e dolce saggezza di colui che è stato per 16 anni Padre di questa Chiesa, l’amato e venerato Cardinale Colombo al quale desidero elevare con voi in questo momento il mio pensiero affettuoso, devoto e riconoscente.

5. Di me vale la parola di Gesú riportata dal Vangelo secondo San Giovanni: «Io vi ho mandati a mietere ciò che voi non avete lavorato: altri hanno lavorato, e voi siete subentrati nel loro lavoro» (4, 38). E’ la legge della continuità ecclesiale: quella che mi permette di raccogliere, in quest’ora, la preziosa eredità di uomini di cui questo Duomo conserva ancora vivo il ricordo, e che tanti di voi tengono ancora nel cuore: cioè degli arcivescovi Ferrari, Ratti, Tosi, Schuster e Giovanni Battista Montini, mio veneratissimo Padre e, oso dirlo, – perché egli stesso lo disse – «amico del Signore».

6. E’ dunque proprio su me, ultimo di questa serie, «uomo dalle labbra inadeguate» che si compie il misterioso rito di purificazione e di missione di cui ci parla la pagina di Isaia: «Ecco, questo carbone ardente, cioè la Parola e lo Spirito che è Fuoco, ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità: è come se il Signore mi dicesse: “Ho vinto la tua paura!”. “Il tuo peccato è espiato”. Poi odo la voce del Signore che mi dice: “Chi manderò e chi andrà per noi?” Ed io risposi: “Eccomi, manda me”. E dico: Signore, fa che io sappia amare, che sappia suscitare questa potenzialità d’amore».

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