San Vittore, quartiere di Milano

24 Gennaio 2020 di fabio pizzul

Entrare nel IV raggio di San Vittore, abbandonato da decenni, è un’esperienza davvero singolare. Il tempo sembra essersi fermato negli anni ’70, il freddo è pungente, i muri e le celle che si intravvedono dagli spioncini regalano un viaggio nel tempo. Se poi nel raggio fari a led illuminano le fotografie artistiche di Margherita Lazzati, la magia è completa. Ma anche drammatica.

E’ stato la degna conclusione del percorso “San Vittore, quartiere della città”, promosso nel carcere milanese dall’associazione Verso Itaca. Un progetto che ha raccolto 49 storie di vita del carcere, attraverso interviste autobiografiche realizzate negli scorsi mesi. Operatori, volontari e detenuti hanno raccontato se stessi, i loro sogni sulla vita e sul carcere, mettendo a nudo emozioni e dolori.
Tredici storie sono state lette ieri sera nella Rotonda di San Vittore in un’atmosfera di grande emozione e condivisione.
Pensare a San Vittore come a un quartiere di Milano significa tentare di abbattare il muro che separa il carcere dalla città, quel muro fatto di ipocrisia e paure, nella folle idea che “buttare via la chiave” possa essere un modo per rendere tutti noi più sicuri.
Pensare a San Vittore come a un quartire di Milano significa anche riconoscere la forte dimensione simbolica del carcere che costringe a tenere assieme storie diverse, spesso drammatiche, e le consegna alla società perché possano essere restituite a relazioni meno violente e malate.
Una serata densa di umanità e di speranza che conclude un percorso e lancia una mostra fotografica che, dopo una permanenza in carcere, verrà liberata e diventerà itinerante. Le fotografie di Margherita Lazzati raccontano aspetti nacosti di San Vittore e li trasformano attraverso la poesia delle immagini che evocano sofferenze e speranze di chi è costretto ad abitare quegli spazi.
Una bella serata che non può però nascondere una domanda: San Vittore è una salutare provocazione per Milano ed è un bene che sia nel centro della città, ma difendere questa struttura datata e malconcia è compatibile con il rispetto di chi è costretto a viverci dentro?  

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