L’agricoltura lombarda cresce, ma non abbastanza

14 Marzo 2019 di fabio pizzul

L’agricoltura lombarda sta meglio di quella italiana, ma dovrebbe migliorare la sua capacità di vendersi all’estero e aprirsi all’innovazione tecnologica.
Sono alcuni dei punti emersi questa mattina al Pirellone nel corso di un incontro nel quale sono state presentate alcune anticipazioni sull’andamento del settore agroalimentare in regione. Il settore cresce, ma non come potrebbe e neppure in modo sufficiente per essere considerato in salute.

Vi propongo alcune considerazioni sintetiche, frutto di una mia rielaborazione sulla base degli appunti presi questa mattina.

La superficie agricola utilizzata in Lombardia nell’ultimo anno vede la riduzione di mais e riso e l’aumento significativo delle leguminose. Il mais ha perso 55mila ettari di coltura dal 2014 ad oggi.
Le rese imangono buone con forti aumenti per le foraggere e l’ulivo e vero e proprio boom della vite da vino (+57%). Nel complesso si riducono gli allevamenti, ma aumentano i capi (una stalla media ha oggi 190 capi).

La quantità delle produzioni agricole lombarde in complesso cresce: +2,9% su 2017, con aumento della quantità e riduzione dei prezzi.

C’è stato un forte incremento dei consumi intermedi e questo porta a una riduzione del valore aggiunto di circa il 2,5%.

Per quanto riguarda il settore lattiero caseario, le consegne di latte hanno superato per la prima volta le 5 milioni di tonnellate.

Si conferma la crescita in valori correnti della produzione agricola +25% e questo ha portato la Lombardia al 12% del valore produttivo nazionale.

Siamo di fronte ad un’agricoltura sempre più multifunzionale.

Il settore agricolo ha resistito meglio di altri alla crisi, anche se i consumi domestici sono diminuiti anche in Lombardia.

Occorre investire su innovazione tecnologica, formazione e assistenza tecnica.

Servono imprese innovative: l’ultima significativa innovazione é stata l’introduzione degli ortaggi di quarta gamma, ovvero le verdure e gli ortofrutticoli freschi che, dopo la raccolta, sono sottoposti a processi tecnologici di minima entità finalizzati a garantirne la sicurezza igienica e la valorizzazione, seguendo le buone pratiche di lavorazione. La loro introduzione è però ormai lontana negli anni.

Passando al settore lattiero caseario, bisogna sottolineare come l’80% del latte lombardo diventa formaggio. Le importazioni mondiali di latte e formaggi continuano a crescere e metà dell’export italiano dell’agroalimentare é dovuta proprio ai formaggi.

In Lombardia si è assistito a una netta riduzione del numero di aziende produttrici di latte, soprattutto in montagna. Avevamo 12500 aziende venti anni fa, oggi siamo a poco più di 5000. Un sesto delle aziende da latte italiane sono comunque in Lombardia e garantiscono il 40% della produzione.
In 20 anni abbiamo avuto un -56% per le aziende di pianura e un -71% per quelle di montagna, con una moria molto forte negli ultimi 5 anni.
La dimensione media delle aziende é triplicata. Molte aziende da latte non coprono tutti i costi di produzione, si limitano a quelli degli investimenti monetari. Aumenta la dimensione efficiente minima delle aziende da latte: 1000 tonnellate all’anno di produzione é il livello più credibile per far quadrare i conti ed é tendenzialmente in aumento.

Il 10% del latte regionale viene venduto fuori regione e la grande volatilità del prezzo del latte indica la necessità di imprese più strutturate.

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