Reddito di cittadinanza: domande giuste, ma le risposte?

12 Marzo 2019 di fabio pizzul

Dallo scorso 6 marzo è possibile presentare domanda per ottenere il Reddito di Cittadinanza.
Il contrasto alla povertà è un tema di estrema importanza, ma le modalità con cui viene proposto il Reddito di Cittadinanza lasciano molti dubbi.
Una fretta sospetta e inutile sta creando numerosi disagi: ma vi sembra possibile che si dia il via a una misura che non ha ancora avuto il via libera dal Parlamento?
Qui di seguito vi propongo alcune considerazioni che fotografano la posizione del PD lombardo sul Reddito di Cittadinanza.

Il 6 marzo è iniziata la corsa per richiedere il Reddito di Cittadinanza.
Con l’introduzione del Reddito di Cittadinanza questo Governo ha eliminato il Reddito di Inclusione, creato dai governi Renzi-Gentiloni, assorbendone 6,6 miliardi già previsti per finanziare con i complessivi 23 miliardi di stanziamento che dovrebbe coprire i prossimi tre anni.
La nostra posizione è che il rdc sia la risposta sbagliata e ideologica a bisogni reali e concreti.

Per come è stata disegnato, ci saranno effetti negativi nel contrasto alla povertà in quanto aumenteranno le disparità tra le diverse forme di povertà, aumenteranno le disuguaglianze territoriali, verranno penalizzate le famiglie numerose e si creeranno nuove sacche di marginalità.
A seguito dei confronti avuti con le parti sociali ed economiche e del lavoro in Commissione parlamentare, abbiamo avuto modo di entrare più nel merito di alcuni effetti distorsivi che il reddito di cittadinanza genererà. Riportiamo una sintesi dei temi più rilevanti.

»» Disparità tra diverse forme di povertà
Il reddito di cittadinanza equipara diverse situazione di difficoltà sociale ed economica non riconoscendo le diverse dimensioni della povertà: occupazione, relazionale, abitativa, di salute. Per chi vive in condizioni di estrema marginalità sociale, spesso la soluzione non è legata (solo) a trovare un posto di lavoro quanto alla possibilità di costruire un percorso di inclusione sociale.
Paradossalmente i senza tetto, che non hanno una residenza, stimati in circa 50 mila persone, non potranno richiedere il sussidio. Si tratta di persone che vivono al di sotto dei livelli di povertà assoluta, in condizioni precarie e rischiano di essere ancora più marginalizzati.
Così come molti stranieri che, se residenti in Italia da meno di dieci anni (di cui gli ultimi due continuativi), non potranno accedere alla misura. In questo modo vengono depotenziate politiche di inclusione legate al mondo del lavoro, che invece sono fondamentali per accelerare il processo di integrazione anche culturale.

»» Disuguaglianze territoriali
Il reddito di cittadinanza inoltre non considera che nei diversi territori il costo della vita, così come il valore degli affitti, può variare di molto. I richiedenti delle Regioni del Nord, dove i costi della vita e i valori immobiliari sono tendenzialmente più alti, saranno penalizzati. Le disuguaglianze saranno anche tra città centrali e aree di periferia, con un’accelerazione dei processi, già in atto, di fuga verso l’hinterland dove la vita costa meno ma dove le possibilità di integrazione e di riscatto sociale sono inferiori.

»» Non è una misura per famiglie
Il coefficiente familiare è troppo basso e non agevola le famiglie più numerose né quelle con persone con disabilità. Se un componente single adulto può ricevere un’integrazione al reddito fino a 500 euro e un contributo affitto fino a 280, per un totale di 780 euro; un nucleo composto da due adulti e due minori potrà percepire un’integrazione al reddito fino a 900 euro e un contributo affitto fino a 280, per un totale di 1.180 euro; un nucleo composto da due adulti e tre minori potrà percepire un’integrazione al reddito fino a 1.000 euro e un contributo affitto fino a 280, per un totale di 1.280 euro.
E’ evidente la mancata proporzionalità e la penalizzazione dei nuclei familiari più numerosi, oltre al fatto che, come annunziato dal Forum delle famiglie, il 50% dei beneficiari saranno single.

»» Centralizzazione del welfare
Siamo contrari a un processo di welfare fortemente centralizzato e tutto schiacciato sul livello nazionale. In questo modo si cancella il concetto di sussidiarietà, sia verticale che orizzontale, indebolendo il tradizionale ruolo di assistenza sociale dei Comuni (i Comuni non saranno più l’unico punto di accesso e non avranno il ruolo di regia della misura che gli riservava il REI) e del Terzo Settore, scardinando il sistema di welfare locale che, per prossimità, è il più adeguato per dare risposte alle diverse forme di precarietà attraverso politiche socio-assistenziali, dell’abitare, di inclusione e di integrazione. La gestione centralizzata fa percepire il beneficio come erogato direttamente dal Governo centrale ma rompe i legami di comunità sui territori.

»» L’effetto disincentivante per la ricerca di un’occupazione
Rispetto agli Paesi dell’Unione Europea, laddove esiste una misura simile, il reddito di cittadinanza è quello che, dopo la Danimarca, concede l’importo più generoso. Tale generosità rappresenta un rischio in quanto in Italia, a causa del basso livello salariale, molti lavoro hanno una retribuzione inferiore al sussidio offerto. In questi casi, il reddito di cittadinanza rischia di diventare un incentivo a lasciare il lavoro (oppure a continuare a lavorare in nero) per percepire il massimo del sussidio.

»»»» In Lombardia
Anche in Lombardia, dove il reddito medio delle famiglie è superiore alle altre regioni, le disparità tra i redditi netti delle famiglie è tornata a crescere.
Un dato preoccupante è l’andamento del 40% dei redditi più bassi: è calato nel 2009 (-10%), 2013 (-6,3%) e 2015 (-6,4%).
La spesa media delle famiglie e la percezione soggettiva dello stato economico restano alte, ma permangono diseguaglianze tra tipologie di famiglie (straniere, basso titolo di studio e famiglie giovani).
Ed è in aumento l’incidenza della povertà nelle famiglie e il rischio di esclusione sociale (oggi al 6%, superiore alla media europea del 5%).
Nel rapporto di Polis vengono quantificate in 180 mila le famiglie lombarde che vivono in condizioni di povertà assoluta. Sono state oltre 32 mila le famiglie lombarde che hanno beneficiato del REI nel 2018.
Le stime ipotizzano che saranno interessati al rdc circa 150 mila nuclei familiari lombardi, per complessivi 400 mila individui.
Le principali criticità attuative sono legate al ruolo dei Centri per l’Impiego, il cui adeguamento a questa norma richiederà almeno qualche anno, senza che sia chiaro il percorso per l’assunzione e il ruolo dei navigator, a cui le Regioni non intendono sopperire rivendicando le proprie competenze sulle politiche attive del lavoro.
Un ulteriore aspetto problematico è legato al ruolo dei Comuni che, pur perdendo il ruolo di regia, hanno compiti e adempimenti più impegnativi. A parità di organico (ma presumibilmente, in virtù di Quota 100, in diminuzione di organico) dovranno gestire più servizi. Si prevede infatti che la presa in carico e l’attivazione di progetti personalizzati con i “Patti per l’inclusione” riguarderà un numero maggiore di beneficiari di quelli attuali, oltre alle verifiche sui dati anagrafici e la gestione dei progetti di “utilità sociale” che saranno di competenza dei servizi sociali comunali.

In Regione Lombardia, infine, non è ancora chiaro come sarà il coordinamento con le altre misure quali Dote Unica Lavoro, Garanzia Giovani e Assegno di Ricollocazione, le cui platee si sovrappongono, in parte, a quella del reddito di cittadinanza.

Un commento su “Reddito di cittadinanza: domande giuste, ma le risposte?

  1. GIORGETTI GIUSEPPE

    E se il Parlamento , organo legislativo non dovesse approvarlo cosi come viene attuato, che reazione dobbiamo aspettarci? Come cittadino onesto propongo un referendum come per la TAV e per altre malefatte che purtroppo devo subire.

    Replica

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