Che cosa ci unisce?

5 novembre 2018 di fabio pizzul

E’ una domanda che potrebbe essere decisiva per il PD di questi tempi.
La stessa domanda risulterebbe particolarmente calzante per i paesi dell’Unione Europea.
Il quesito non sarebbe mal posto anche se guardassimo alle diversi parti del nostro Paese.
Nulla di tutto questo: la domanda è stata il punto di partenza della riflessione che l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, ha posto sabato scorso a conclusione del sinodo minore “Chiesa dalle genti”.
Ma le risposte sul “che cosa ci unisce” offrono interessanti spunti di riflessione anche per altri campi.

Sintetizzo qui di seguito i punti salienti di un ragionamento che è pensato per la comunità cristiana, ma contiene indicazioni molto laiche e cariche di forti tinte sociali, ne sottolineo alcune con il grassetto.

Alcuni pensano che ci unisca l’uniformità.
Questo legame rende più facile lo stare assieme, ma non è un legame garantito, perché viene dalla carne e non dallo spirito. L’unità fondata sull’uniformità è selettiva, chiusa, noiosa fino a diventare insopportabile.

Altri pensano che ci unisca la buona volontà.
L’impegno e la buona volontà sono sicuramente una via da raccomandare, ma il tempo logora, esaspera e stanca.

Altri pensano che unisca l’autorità che impone una rigorosa osservanza.
Direttive chiare e procedure praticabili con le relative sanzioni sono una cosa positiva per la costruire concordia, ma le insidie del formalismo e della cura della facciata minacciano la normativa.

San Paolo, nella lettera agli Efesini, parla di unità nella vocazione alla condivisione della speranza: si tratta di un comunione al futuro che possiamo compiere come popolo che si mette in cammino per la promessa di Dio.

Cosa sarà questa comunione al futuro?
Prende vita da una convocazione, dalla commozione per ciò che Cristo, il Buon Pastore, ha fatto per noi. Tutto è grazia per la vita donata da Gesù: speriamo al futuro perché siamo stati amati così.
La speranza è un cammino: intelligenza, creatività, desiderio, senza paura dell’altro e della novità, questa è speranza al futuro. E’ un cammino di popolo, non di singoli.

Camminare al futuro è stile di virtù esercitata nel presente, è sguardo ai popoli con fiducia, senza cedere alla paura e alla tentazione dell’arroccamento.
Siamo un popolo radunato dalla speranza e dalla comunione al futuro.

Alla comunità ecclesiale ambrosiana il compito di iniziare il cammino al futuro verso una chiesa di popolo aperta alle diverse genti che già abitano nella diocesi di Carlo e Ambrogio.
A chiunque intenda costruire un impegno comune aperto al futuro, anche il chiave politica, credo possa servire riflettere sui motivi che possono unire anziché disgregare.

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