Mettere al centro il lavoro

1 maggio 2018 di fabio pizzul

Nella festa dedicata al lavoro in tanti appuntamenti si è parlato di sicurezza e di vittime sul lavoro, di lavoro che non c’è, di lavoro nero, di sfruttamento e povertà… Tanti temi che ci dicono come il lavoro, a dispetto di quanto proclamato dal primo articolo della nostra Costituzione, non può mai essere dato per scontato e va difeso, promosso, custodito e creato. Di lavoro si può morire, ma senza lavoro ci si spegne come persone prima ancora che come cittadini. La giornata di oggi è importante, perché ci permette di mettere al centro il lavoro e non il profitto o il denaro. Ma cosa vuol dire mettere al centro il lavoro?
Per tentare di capirlo vi ripropongo alcuni passaggi della relazione del professo Mauro Magatti alla Settimana Sociale dello scorso ottobre a Cagliari.

Primo: prendersi cura dell’umano in tutte le sue dimensioni.
Si discute di formazione e competenze. Ma una cosa va riaffermata con forza: occorre formare, cioè capacitare, la persona, superando le false dicotomie che separano invece di tenere insieme. Non va bene un’idea di cultura astratta, distaccata, rispetto alla quale la realtà non pare mai all’altezza; ma nemmeno un tecnicismo asfittico, schiacciato sul fare per il fare. Occorre ribadire che la persona intera è fatta di tante dimensioni (cognitiva, emotiva, manuale, sociale) che vanno tutte stimolate e curate, coltivando il sapere teorico che quello pratico, la conoscenza formale e quella informale. La possibilità di realizzarsi anche lavorativamente (senza produrre scarti) dipende dalla crescita armoniosa di tante dimensioni diverse. Un processo delicato che deve vedere tanti soggetti e istituzioni agire di concerto. Perché una formazione integrale non è mai solo un affare privato. Dice bene un proverbio africano: per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio. Tradotto nel linguaggio contemporaneo: L’educazione è un bene comune. Il che significa anche che, alla lunga, non c’è nemmeno crescita se la comunità non si cura dei propri giovani, soprattutto di quelli più fragili. In una prospettiva di sviluppo sostenibile, l’inclusione è un principio economico.

Secondo: mettere al centro il lavoro significa creare un ecosistema favorevole a chi lo crea e a chi lo pratica.
Obiettivo che in Italia appare rimane lontano. Andare in questa direzione significa: detassare quanto più possibile il lavoro e poi in generale le attività che lo creano; fare arrivare a chi crea lavoro (non a chi specula o vive di rendita) le risorse disponibili. Combattere il castello kafkiano della burocrazia. Gli avversari dunque sono chiari: finanza predatrice, stato distruttore, speculazione edilizia, sovranità del consumatore. Ma non si tratta solo di “liberare” il lavoro. Si tratta anche di creare nuovo valore. Cioè nuova economia. Obiettivo che richiede una rinnovata capacità di stipulare “alleanze” per creare quel “valore condiviso” tra le cui pieghe è nascosta buona parte dell’economia del futuro. Gli esempi sono tanti. Dal welfare all’edilizia, dall’ambiente ai beni culturali, dall’educazione alla ricerca, dall’energia alle infrastrutture: il lavoro può nascere solo la dove si saprà mettersi insieme per produrre nuovi tipi di beni. Quello che viviamo è un tempo di innovazione non di conservazione.

Terzo: non basta parlare del lavoro purchessia.
Il lavoro va sempre e di nuovo Umanizzato. Nell’epoca dei robot e della intelligenza artificiale, il lavoro si salverà solo capendo meglio e valorizzando la specificità del lavoro umano. Per reggere l’impatto della digitalizzazione c’è bisogno di una conversione culturale: passare da un’economia della sussistenza a un’economia dell’esistenza; produttrice, cioè, di saper-vivere e di saper-fare, dove il lavoro non sia mera fabbricazione, ma contribuzione. Come ha detto Papa Francesco, “Oggi la creazione di nuovo lavoro ha bisogno di persone aperte e intraprendenti, di relazioni fraterne, di ricerca e investimenti per risolvere le sfide del cambiamento climatico”. Per umanizzare occorre avere ben chiara la distinzione tra estrazione e creazione di valore. Nel primo caso si tratta di spremere il limone dell’efficienza andando a scovare tutti i frammenti di realtà a cui si può applicare un prezzo. Nel secondo caso, si tratta di cogliere i bisogni che non hanno ancora risposta, di mettere insieme ciò che è frammentato o disperso, di favorire la collaborazione tra le parti, di scommettere sulla capacità di iniziativa delle persone e delle comunità. Due strade in apparenza sovrapposte, ma che portano a esiti molto diversi.

Qui trovate il testo integrale della relazione che il prof. Magatti ha tenuto a Cagliari il 29 ottobre 2017

Un commento su “Mettere al centro il lavoro

  1. Sergio Moia

    Prima ancora dell’obiettivo di creare nuovo lavoro c’è quello di non perdere quello che c’è e quindi di rendere più competitive le nostre aziende, soprattutto quelle mediee piccole. C’è tanto da fare e in tempi brevi, perchè di tempo ne è già stato perso tanto, con il meraggio che possa essere la politica e soprattutto le sue proposte più demagogiche a risolvere il problema. Oggi invece occorre uno sforzo coordinato delle forze sociali e di quelle politiche per diffondere nelle aziende l’innovazioen organizzativa basata sulla parteciapzione operativa dei lavoratori. Con investimenti relativamete bassi si possono raggiungere risultati importanti e soprattutto dare basi concrete a possibili sviluppi nell’ambito delle tecnologie 4.0. Il governo negli untimi due anni ha dato orientameto e risorse alla contrattazione di secondo livello che si ponga questo obiettivo, ma non c’è ancora un supporto sufficiente nei territori. Soprattutto manca consulenza adeguata alle aziende e informazione ai lavoratori. La regione potrebbe orientare a questi obiettivi una parte delle proprie risorse per l’innovazione, ma fino ad oggi lo ha fatto troppo debolmente. Da PD potrebbe arrivare una forte spinta per questo indirizzo.

    Replica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *