Ma chi pensa davvero alla pace in Siria?

15 aprile 2018 di fabio pizzul

Come giudicare l’attacco di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia ai siti militari siriani?
Dal punto di vista geopolitico credo si tratti di una mossa comprensibile, ma più utile a obiettivi politici dei diversi protagonisti che a un percorso che possa portare la pace in Siria.

Bene ha fatto il Presidente del Consiglio ormai uscente Paolo Gentiloni a dire con forza che non ci deve essere alcuna escalation militare, ma il punto è un altro: per porre le basi per una pacificazione la violenza non serve, deve cessare al più presto.
Lo ha ricordato, o forse è meglio dire invocato oggi anche papa Francesco durante il Regina Coeli in piazza San Pietro invitando “tutte le persone di buona volontà a pregare incessantemente per la pace” e dicendosi “profondamente turbato dall’attuale situazione mondiale, in cui, nonostante gli strumenti a disposizione della comunità internazionale, si fatica a concordare un’azione comune in favore della pace in Siria e in altre regioni del mondo”.
E’ proprio questo che manca: un’azione comune per la pace che vada al di là di scelte che si basano esclusivamente su interessi concreti, economici e politici, degli attori in campo.
Le istituzioni internazionali, ONU su tutte, sono sotto scacco di nazionalismi che si proiettano sulle zone di crisi sparse per l’intero globo.
L’attacco alle basi siriane, a seguito dell’utilizzo di armi chimiche da parte del regime siriano (ancora da dimostrare con prove inoppugnabili), ha scatenato una reazione apparentemente violenta e determinata da parte dell’asse USA, Gran Bretagna e Francia.
In realtà, pare di capire come l’azione sia stata poco più che dimostrativa e che la Russia sia stata preventivamente avvisata riguardo l’attacco e gli obiettivi che si intendevano colpire.
L’attacco era necessario a Donald Trump per non perdere la faccia a livello internazionale, dopo la raffica di tweet minacciosi e ultimativi.
L’attacco era utile a Theresa May per tentare di risalire la china di una popolarità politica gravemente messa in discussione da Brexit e vicende interne.
L’attacco era strategico per Emmanuel Macron, in calo di consensi in Francia e alla ricerca di una proiezione internazionale sempre più globale.
Dal punto di vista militare, l’operazione è stata anche utile per testare alcuni nuovi missili e mettere alla prova (anche per conoscerlo meglio) il sistema di difesa antimissile predisposta in Siria dalla Russia.
Un’azione studiata e annunciata, dunque, per provare a ridefinire i rapporti di forza in uno scacchiere strategico come quello mediorientale con molti spettatori (si fa per dire) piuttosto interessati come Israele, Iran e Arabia Saudita e un paese, il Libano, che teme di diventare il prossimo terreno di scontro.
In tutto questo, l’Unione Europea è “persona” informata dei fatti, ma sostanzialmente fuori dai giochi e questo non è certo un bel segnale per il suo futuro: la Francia, che dovrebbe essere uno dei paesi chiave per il cambio di passo dell’Europa unita, ha ampiamente dimostrato di farsi i propri interessi senza attendere le decisioni di Bruxelles.
E da noi che cosa accade?
Salvini fa il tifo per la Russia e Di Maio si pronuncia timidamente per gli Stati Uniti.
Sulla collocazione strategica dell’Italia non devono esserci dubbi, ma l’Italia deve assumere un ruolo di protagonista nello scacchiere mediterraneo per far sì che l’Europa promuova un vero percorso per la pace e non per la guerra in Siria.
La sofferenza del popolo siriano non può essere considerato uno spiacevole effetto collaterale, ma deve essere il principale assillo della comunità internazionale.
L’unico leader che continua a ricordarlo è papa Francesco. Speriamo non rimanga inascoltato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *