Inizia la legislatura e la Lega mostra subito i muscoli

6 aprile 2018 di fabio pizzul

Con la seduta di ieri è iniziata l’XI legislatura del Consiglio regionale della Lombardia.
Al di là della confusione del debutto, con folla di parenti nei dintorni dell’aula, massiccia presenza di giornalisti, cameramen e fotoreporter e diluvio di foto e selfie ricordo, in programma c’era solo l’elezione dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio. Non sono mancate sorprese, soprattutto dalle parti della maggioranza, che si è presentata al primo appuntamento divisa, cordialmente litigiosa. Malumori evidenti che possono però essere messi a tacere non appena la Lega dica “basta”, forte dei suoi 28 consiglieri che potranno fare il bello e il cattivo tempo in Consiglio. Lo ha dimostrato già ieri.

Sotto la guida del democratico Pep Villani, consigliere anziano incaricato di presiedere la seduta, la legislatura è iniziata con un minuto di silenzio in memoria di Giuseppe Legnani e Gianbattista Galli, i due tecnici morti sul lavoro a Treviglio la mattina di Pasqua.

L’ELEZIONE DEL PRESIDENTE

Dopo la formale proclamazione degli eletti e la presentazione della Giunta, si è passati al voto per la scelta del Presidente del Consiglio.
Candidato unico del centrodestra era il comasco Alessandro Fermi, di Forza Italia, uno dei grandi delusi per l’esclusione dalla Giunta. La presidenza dell’assemblea è una sorta di risarcimento politico che, al di là dei discorsi di rito, non ha certo entusiasmato il vincitore della disfida comasca tra capetti di forzisti (Fermi ha avuto la meglio su Rinaldin non senza importanti strascichi polemici in ciò che resta del partito sul territorio).
Le regole erano chiare, ma è meglio ribadirle: nelle prime tre votazioni per eleggere il presidente era necessario ottenere la maggioranza dei due terzi dei votanti (54 voti), dalla quarta era sufficiente la maggioranza semplice, 41 voti.
Dal centrodestra erano arrivati diversi inviti a far sì che si potesse giungere all’elezione prima del quarto scrutinio per dare un segnale di collaborazione tra maggioranza e opposizione. Da parte mia, a nome del PD, avevo dato qualche disponibilità a patto che alla prima votazione il centrodestra si dimostrasse compatto.
Ecco che cosa è accaduto.
Prima votazione. Scheda bianca dalle minoranze. 44 voti per Fermi e 7 per Silvia Sardone, consigliera milanese di Forza Italia che avrebbe voluto entrare in Giunta in virtù delle oltre 11 mila preferenze raccolte e che ha catalizzato tutti i malumori della maggioranza (Beccalossi, Palmeri, Del Gobbo e qualche forzista sparso). Nulla di fatto, se non l’evidente spaccatura della maggioranza.
Seconda votazione. Scheda bianca dalle minoranza. 43 voti per Fermi e 11 per Sardone. Votazione a vuoto e nessuna ricomposizione nella maggioranza. A questo punto, segnalo ai capigruppo di Lega e Forza Italia che, forse, hanno qualche problemino interno da risolvere prima di chiedere voti alla minoranza. Touché.
Terza votazione. 47 voti per Fermi, 12 per Sardone. Qualche voto della minoranza, evidentemente, va alla sempre più imbronciata consigliera forzista milanese. Si va alla quarta votazione per la quale basterà la maggioranza di 41 voti.
Quarta votazione. Fermi viene eletto presidente con 55 voti, una quota che gli sarebbe stata sufficiente per essere eletto fin da subito. Sardone 9. E’ evidente che qualche voto della minoranza ha sostenuto il neo presidente anche se non sarebbe stato necessario: è un segnale di apertura di credito e un auspicio per una conduzione dell’aula attenta alle prerogative di tutti e non succube della debordante maggioranza leghista.

LA NOMINA DI VICEPRESIDENTI E SEGRETARI

La prassi istituzionale vuole che un vicepresidente tocchi alla maggioranza e uno alla minoranza. L’equilibrio è garantito dal fatto che ognuno degli 80 consiglieri può esprimere sulla scheda un solo nome, così da evitare che la maggioranza si prenda tutto.
Il risultato elettorale parlava chiaro: avendo il PD ottenuto molti più voti popolari del Movimento 5 Stelle, al PD spettava la vicepresidenza. Un esito non scontato, perché la maggioranza avrebbe facilmente potuto concedere al Movimento i cinque o sei voti necessario per fare lo sgambetto a Carlo Borghetti, candidato designato dal PD.
Non ho problemi a dire che c’è stato un accordo con Dario Violi, ex candidato presidente di 5 Stelle: il Pd lo avrebbe votato come Consigliere Segretario e i 5 Stelle avrebbero votato Borghetti come vicepresidente. Accordo annunciato in aula prima del voto e puntualmente onorato nel segreto dell’urna.

Minoranza compatta e leale con Borghetti vicepresidente e Violi segretario.

Un po’ diversa la situazione dalle parti di chi ha vinto le elezioni.
Tutto liscio per la vicepresidenza, andata alla leghista varesina Francesca Brianza, che aspirava a una riconferma come assessore, ma ha dovuto accomodarsi in Ufficio di Presidenza, anche in virtù di una sorta di veto territoriale della Lega varesina sul suo conto. Una curiosità: l’avvocato Brianza è parte di uno studio legale varesino denominato “Fontana – Marsico” i cui titolari forse vi sono noti, l’avvocato Attilio Fontana, da poco presidente della Lombardia, e l’avv. Luca Marsico, ex consigliere nelle file di Forza Italia e già apprezzato presidente della Commissione Ambiente nella scorsa legislatura.
Per il Segretario l’aula che spetta alla maggioranza c’è stata, al contrario, un’evidente forzatura della Lega che ha scelto così di tenere per sé due dei 5 posti in Ufficio di Presidenza: è risultato eletto Giovanni Malanchini, “serenissimo” (come scrive sul suo profilo twitter) sindaco leghista di Spirano, nella bergamasca. Pive nel sacco per i centristi di Lupi e Parisi, i cui due rappresentanti, Del Gobbo e Palmeri, aspiravano a un posto nella stanza dei bottoni del Consiglio.

Ecco, in sintesi, la composizione dell’Ufficio di Presidenza: presidente Alessandro Fermi (FI), vicepresidenti Francesca Brianza (Lega) e Carlo Borghetti (PD), segretari Giovanni Malanchini (Lega) e Dario Violi (Movimento 5 Stelle).

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