“Modello Milano” da esportare?

17 marzo 2018 di fabio pizzul

Nella mappa elettorale del Nord Italia il centro di Milano è un’isola in un mare di consensi piovuti sul centrodestra.
Gli unici collegi uninominali in cui Pd e alleati sono riusciti a prevalere (se si fa eccezione per Bolzano e dintorni) sono quelli compresi nella cerchia dei bastioni di Milano.
Per questo da più parti si è invocato il “modello Milano” per la rinascita del PD e del centrosinistra.
Ma non tutti sono d’accordo.

L’Inkiesta ha pubblicato nei giorni scorsi un articolo di Francesco Cancellato che sostiene esattamente il contrario: ripartire del “modello Milano” sarebbe una sciagura per il PD. Qui il testo dell’articolo.
La tesi del direttore de L’Inkiesta è drastica: “Milano diventerà sempre più moderna, innovativa, aliena dal resto del Paese. Non trainerà un bel nulla, insomma, ma scapperà via. E il resto del Paese le voterà sempre, fisiologicamente, rabbiosamente contro proprio per questo”.
Esiste davvero, allora, il “modello Milano” ed è replicabile o davvero la città è un’anomalia che rischia di rimanere sempre più confinata nel centro della stessa?
Domanda difficile, anche se il risultato elettorale delle periferie milanesi dovrebbe far riflettere, al punto che qualcuno sostiene che quello emerso dalle urne del 4 marzo possa addirittura essere letto come un avviso di sfratto per la giunta di centrosinistra che mantiene i consensi in centro, ma li perde in tutte le altre zone della città.
L’analisi dei dati parrebbe confermare l’ipotesi che il PD sta diventando un partito d’élite, che riscuote consenso tra coloro che possono permettersi di guardare con fiducia alla dimensione sempre più internazionale di Milano, ma fatica a convincere le vittime della globalizzazione, ovvero le fasce più marginali della città e quell’ormai ex ceto medio che non ha più certezze di fronte a un mondo che cambia troppo in fretta.
In realtà, il PD non è un partito di tecnocrati e negli ultimi anni di governo ha varato molti provvedimenti che hanno dato risposte anche alle fasce più deboli, cito solo il REI, piuttosto che gli 80 euro o l’abolizione dell’IMU. Nonostante questo, Renzi è stato descritto e percepito come amico dei banchieri e rappresentante di chi con la globalizzazione ha fatto affari, alle spalle della povera gente. Possiamo ribellarci finché vogliamo a quella che riteniamo una rappresentazione ingiusta e ingenerosa, ma questo è quello che arriva alla gente.
Anche a Milano, nonostante il tentativo di porre le periferie al centro dell’azione dell’amministrazione comunale, la percezione diffusa è che il centro voli, mentre il resto della città arranchi. I dati statistici ed economici dicono il contrario, ma non possiamo far finta di nulla.
Per questo potrebbe essere pericoloso, o almeno imprudente, parlare della necessità di esportare il “modello Milano”. Che cosa ne dite?
Questo non significa che Sala e la sua giunta stiano lavorando male, anzi, credo sia vero esattamente il contrario. Serve però un cambio di strategia dal punto di vista di chi deve fare politica in città e, più in particolare, del Partito Democratico: stare in mezzo alla gente, attraverso i circoli (che devono sempre più aprirsi), gli incontri sul territorio, il dialogo con la gente, anche attraverso la presenza in luoghi d’incontro, come i mercati, non solo durante la campagna elettorale.
Aggiungo anche che non può essere solo un problema organizzativo, forse anche i temi scelti come decisivi possono essere determinanti: bene l’enfasi sui diritti e sull’innovazione, ma anche temi meno smart come il decoro urbano, la sicurezza sociale e la solitudine andrebbero recuperati ed elaborati.
Sono solo alcune suggestioni in un dibattito che è aperto e che riguarda il futuro dell’intero centrosinistra, non solo a Milano.
Discutiamone.

2 commenti su ““Modello Milano” da esportare?

  1. Elio Savi

    Sostanzialmente d’accordo con l’articolo di Cancellato. Milano è una bella città dal punto di vista urbanistico con molte ricchezze e altrettante eccellenze, ma la qualità della vita di un’intera comunita’ è un’altra cosa.
    Vista dalle periferie esistenziali sembra una città immobile.
    ELIO

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  2. Alessandro Radaelli

    Innanzitutto mi pare occorre intendersi sulla terminologia modello Milano.
    nel recente passato il concetto di modello Milano è stata evocato a sinistra per indicare un modello vittorioso di un centro-sinistra unito rappresentato prima da Pisapia e poi da Beppe Sala… per qualcuno è paragonabile all’ esperienza di Zingaretti in Lazio (Che ha vinto grazie alla dispersione voti nel centrodestra e non certo per alleanza con Leu).
    nel modello Milano “vincente” delle elezioni ultime la prevalenza di voto non è certo attribuibile ad una tradizionale sinistra..
    E queste due rappresentazioni sono in netto contrasto tra di loro pertanto occorrerebbe prima identificare bene a quale modello ci si riferisce.
    Dopodiché non mi trovo d’accordo in un passaggio laddove si sostiene
    “Possiamo ribellarci finché vogliamo a quella che riteniamo una rappresentazione ingiusta e ingenerosa, ma questo è quello che arriva alla gente.”
    Su questo percepito che è totalmente sbagliato il Partito Democratico e la sinistra tutta non ha fatto abbastanza i detrattori interni e il fuoco amico hanno contribuito a rafforzare quell’immagine negativa assolutamente ingiusta e alquanto inaccettabile.
    questa idea sbagliata andava combattuta da tutti con forza e determinazione…
    solo una visione comune riesce a restituire consenso.

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