I 40 anni del sequestro Moro

16 marzo 2018 di fabio pizzul

Quarant’anni fa, con il rapimento di Aldo Moro e il massacro degli uomini della sua scorta (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi), l’Italia subiva il più pesante attacco eversivo alle istituzioni repubblicane. L’intero paese piombò in un’angoscia che molti di noi ricordano ancora. La follia delle Brigate Rosse tentava di colpire al cuore le istituzioni in nome di una rivoluzione che evocava il potere del popolo.

Leggere le cronache dell’epoca e ascoltare le testimonianze dei protagonisti fa venire i brividi. I terroristi avevano completamente abbandonato ogni umanità in nome di un disegno strategico che guardava alle loro vittime come “cose” da colpire ed eliminare per affermare una giustizia fondata sull’odio per tutto ciò che aveva a che fare con il potere e lo Stato.
La vicenda umana di Aldo Moro colpisce perché è stata al centro di uno scontro tra il dovere dello Stato di tutelare se stesso di fronte all’attacco eversivo e la follia di un gruppo armato che si credeva onnipotente e legittimato dal popolo.
In quei giorni si consumarono trame che ancora oggi non riusciamo a ricostruire fino in fondo e si affossò definitivamente il tentativo di Moro di superare le contrapposizioni politiche e ideologiche della Guerra Fredda in nome del primato della politica intesa come possibilità di costruire assieme un bene condiviso e comune.
La ragion di stato e la follia della rivoluzione armata passarono in quei giorni sopra ogni rispetto per la persona e per la vita.
E’ giusto fare memoria di quei giorni ed è importante capire come non ricadere in quelle tenebre.
L’Italia ha saputo superare gli anni di piombo e, per fortuna, i tempi in cui si pensava di poter fare politica uccidendo le persone paiono lontani.
Rimangono ancora troppe zone d’ombra su quegli anni e sui motivi per cui Moro, alla fine, non poteva che essere ucciso.
Con il suo rapimento iniziò probabilmente la sconfitta della BR, ma finì anche quella una transizione democratica che avrebbe potuto cambiare la storia dell’Italia portandola a diventare una democrazia adulta e matura, traguardo che non possiamo ancora dire di avere raggiunto.
Oggi credo però sia giusto ricordare le vittime e stringersi attorno ai loro familiari.
Personalmente guardo con favore ai percorsi di riconciliazione e giustizia riparativa che hanno coinvolto terroristi e familiari, ma sono anche convinto che vada ribadito con forza come chi ha usato la violenza come strumento di lotta ha commesso un crimine e non vada giustificato in alcun modo. Molti dei terroristi hanno pagato quanto la giustizia ha assegnato loro come pena e oggi sono liberi o semi-liberi ed è giusto che si siano rifatti una vita. Credo però anche giusto pretendere da loro che riconoscano il male compiuto e rispettino il dolore che hanno alimentato con la loro follia.
Il passato non può essere cancellato, ma, come sostiene Agnese, la figlia di Moro, può arretrare ed essere sostituito da un reciproco riconoscimento tra le vittime e i carnefici. La violenza così non ha l’ultima parola perché le vite di chi ha ucciso sono ritornate delle vite buone. C’è sempre la possibilità di ricominciare.
E’ un percorso di umanità che non cancella la memoria e, soprattutto, è fatto da persone che lo scelgono liberamente.
Quanto allo Stato, non può dimenticare e non può neppure pensare di cancellare il peso di non aver saputo difendere la vita e le persone.

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