Sempre più soli e fragili: la provocazione dei poveri alla società lombarda

20 novembre 2017 di fabio pizzul

Sempre più fragili, con una disoccupazione di lungo periodo e grossissimi problemi di carattere economico. E’ questo l’identikit dei poveri che si rivolgono ai Centri di Ascolto delle Caritas parrocchiali della Diocesi di Milano. La fotografia è stata scattata dal XVI Osservatorio diocesano sulle povertà, con dati riferiti al 2016. La presentazione dell’Osservatorio è stata anche l’occasione per riflettere sul profilo e il ruolo dei Centri di Ascolto, in una società che pare sempre più individualizzata e incattivita.

Rileggendo i dati emersi dal’indagine, il sociologo Aldo Bonomi ha parlato di “solitudine resiliente”, definendola come la condizione che i Centri di Ascolto stanno vivendo. In termini teorici e retorici, la stragrande maggioranza della popolazione condivide l’operato di Caritas, ma non c’è poi alcun coinvolgimento pratico nel lavoro di cura che, anzi, è guardato spesso con fastidio.
Secondo Bonomi , viviamo ormai nella società dell’individualismo compiuto, frutto di anni in cui tutto sembrava crescere (a partire dal PIL), ma nessuno si occupava di tenere saldi i legami sociali che si sono, nei fatti, desertificati. Per una realtà come Caritas è difficile operare in un contesto di questo tipo, anche perché, ormai, fa fatica a contaminare positivamente una società sempre più indifferente, se non piena di rancore.
La sfida, secondo il sociologo, è quella di andare oltre l’erogazione di servizi per tornare a dialogare con chi è preda della paura e del rancore e tentare di recuperare una dimensione di comunità che oggi si declina quasi esclusivamente in chiave difensiva e impaurita (conserviamo le tradizioni e difendiamo i “nostri” prima degli altri). Per dirla in altri termini, la cosiddetta comunità di cura, ha sottolineato il sociologo Gusmeroli, ha la necessità di non tagliare i ponti con il malessere diffuso nella società che ha portato a una scomparsa progressiva delle reti di mutuo aiuto e dei sostegni sociali e istituzionali.
Le considerazioni dei sociologi sono state raccolte rilanciate dal presidente di Caritas Ambrosiana Luciano Gualzetti che ha riconosciuto come le caritas abbiano attraversato periodi di forti tensioni (anche nella comunità cristiana molti erano perplessi e parlavano di “buonismo”) continuando a offrire servizi, ma senza riuscire a dare risposte culturalmente forti e persuasive. Non per questo, ha continuato Gualzetti, bisogna rinunciare alla sfida culturale, che deve però essere affrontata con uno spirito diverso, a partire dal passaggio dalla povertà ai poveri, rimettendo al centro le persone e le loro storie personali.
D’altronde il ruolo di Caritas non è mai stato quello di organizzare i servizi, quanto piuttosto di promuovere e coordinare, accompagnando la comunità in una crescita di attenzione verso i poveri.
Gualzetti ha anche sottolineato come sia urgente spendere meglio le risorse che lo Stato destina alla povertà: dei 17 miliardi che ogni anno in Italia vengono spesi quanti vanno realmente ai poveri? L’arrivo del Rei (reddito di inclusione) potrebbe dare una svolta in positivo, ma c’è bisogno di un cambiamento culturale: i soldi per la povertà non sono un costo, ma un investimento.

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