Per non restare a guardare: un ponte tra Milano e la Calabria

27 ottobre 2017 di fabio pizzul

Il 27 ottobre 2009 ad Amelia, in Umbria, scompariva Barbara Corvi, da allora non si hanno più notizie di colei che era compagna di uno dei Lo Giudice, una donna che aveva scelto uno “spazio altrove” di libertà e per questo ha pagato. Come tanti che in Calabria si oppongono alle logiche delle famiglie e del territorio controllato dalla ‘Ndrangheta.
Si è parlato anche di lei e del suo triste anniversario, oggi al Pirellone.

Il dialogo è la più grande forma di pedagogia antimafiosa.
Non possiamo rassegnarci al racconto di una Calabria completamente in mano alla ‘Ndrangheta: esiste una Calabria positiva che non riesce mai a trovare spazio nel racconto dei media e nella consapevolezza dell’opinione pubblica.
La ‘Ndrangheta è contro la Calabria: con i suoi traffici arricchisce se stessa, ma impoverisce il territorio che usa per perpetuare il suo potere all’insegna dei vincoli di sangue e territorio.
Siamo di fronte a un paradosso sociologico: paesini di 2 o 3mila abitanti della Calabria sono partiti alla conquista di mercati mondiali in una sorta di riscatto da una storia fatta di emigrazione e sofferenze.
Sono alcuni passaggi dell’incontro che si è tenuto oggi nell’Aula consiliare di Regione Lombardia per la presentazione di “Un ponte tra Milano e la Calabria”, iniziativa di educazione alla legalità promossa, tra gli altri, dalla scuola per la legalità Antonino Capponnetto, da Avviso Pubblico e da Libera.

Ho partecipato ai lavori della mattinata e vi assicuro che raramente ho sperimentato in aula consiliare un ascolto così attento e una così grande partecipazione. Davanti a un centinaio tra docenti e studenti delle scuole superiori milanesi aderenti alla rete per la legalità, sono intervenuti docenti universitari, giornalisti ed esponenti della società civile calabrese.
L’idea dell’incontro è stata quella di promuovere una sorta di gemellaggio tra Milano, la Lombardia e la Calabria per far sì che emergano le tante storie positive di lotta alla ‘Ndrangheta, impegno per la legalità e grande dignità sociale presenti in Calabria, ma non raccontate dai grandi media nazionali.
Va spezzato il circolo vizioso che unisce in un vincolo mortale la Calabria e la ‘Ndrangheta.
Il silenzio è lo strumento più efficace per la diffusione della subcultura mafiosa.
Milano e la Lombardia non possono sentire lontani questi argomenti.
Giuseppe Teri della scuola Capponnetto ha ricordato come il boss Antonio Piromalli sia stato arrestato in viale Brianza a Milano e come sua moglie facesse l’insegnante e le figlie frequentassero le scuole milanesi. Piromalli gestiva dal cuore della città attività legate all’agromafia e controllava l’Ortomercato, promuovendo attività di contraffazione alimentare internazionale. La presenza dei Piromalli a Milano non è casuale, perché gli affari si fanno qui. Di fronte alla presa di distanza delle figlie, il boss, in alcune intercettazioni, ha ribadito come gli affari della famiglia devono prevalere su tutto. Teri ha anche ricordato che la forza della ‘Ndrangheta non sarebbe mai stata possibile senza la collaborazione delle grande aziende del Nord che hanno vinto gli appalti per le opere pubbliche in Calabria: i lavori della Salerno Reggio Calabria hanno potuto essere realizzati con il beneplacito e l’accordo delle famiglie locali.
Nando Dalla Chiesa, fondatore del corso di sociologia della criminalità organizzata presso l’Università Statale di Milano, ha ripercorso velocemente la storia dell’ascesa della ‘Ndrangheta facendola risalire alla dimensione identitaria e comunitaria tipica del familismo calabrese che si trasforma in traffici criminali ormai su scala planetaria. Non va criminalizzata l’intera Calabria, ma non ci si può nascondere di fronte all’evidenza di una colonizzazione del territorio. Il senso di appartenenza alla comunità calabrese purtroppo diventa troppo spesso implicitamente appartenenza alla dimensione malavitosa da cui conseguono controllo di voti, affari e possibilità di offrire lavoro che legano le persone in relazioni malate.
Le testimonianze del giornalista sotto scorta Michele Albanese, che ha ricordato come l’economia criminale produca affari pari al 9,5% del PIL italiano mettendo a rischio il sistema democratico, del sindaco di Taurianova Fabio Scionti, che si è definito testimone più che eroe nonostante le ripetute e pesanti intimidazioni, e della ricercatrice universitaria calabrese Sabrina Garofalo, che ha ricordato la dignità delle vittime, troppo spesso dimenticate, hanno completato una mattinata intensa e, a tratti, commovente.
La speranza è che il ponte gettato tra Milano e la Calabria si consolidi e diventi un’occasione per promuovere legalità e impegno sociale.

Il programma dell’incontro

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