La sconfitta di Maroni

24 ottobre 2017 di fabio pizzul

Finalmente, a ventiquattrore abbondanti dalla chiusura delle urne, abbiamo saputo quanti lombardi sono andati a votare: 3.017.077, pari al 38,34% degli aventi diritto.
Numeri che consentono qualche commento.

Partirei proprio dai numeri.
Maroni parla di vittoria e lo fa sulla base di quanto si era fissato come obiettivo per l’affluenza: 34%.
Da quando in qua, in democrazia, un 38% è sinonimo di vittoria?
Una consultazione popolare che non richiama alle urne neppure la metà degli elettori non può che essere considerata un fallimento.
Se entriamo nel dettaglio dei votanti, la situazione non cambia poi di molto.
Si è espresso per il sì, come ampiamente previsto, il 95,29% degli aventi diritto: un trionfo, non ci sono dubbi.
Se andiamo a dare un’occhiata ai dati numerici assoluti, possiamo fare qualche altra considerazione.
Hanno votato sì 2.875.438 lombardi.
Alle elezioni regionale del 2013 avevano votato per Maroni e Albertini (il centrodestra) 2.693.518 elettori; se a questi voti aggiungiamo quelli dell’allora candidato presidente Lele Pinardi che ipotizziamo favorevole al referendum, raggiungiamo quota 2.761.651. Se dovessimo sommare anche i voti raccolti nel 2013 dai 5 Stelle, che hanno votato sì al referendum, arriveremmo a quota 3.543.658.
Ogni elezione fa storia a sé, ma questi calcoli dicono che l’attuale fronte del sì nel 2013 sarebbe stato più forte, almeno dal punto di vista aritmetico.
Per tacere del fatto che, domenica scorsa, si sono recati alle urne votando sì anche elettori del centrosinistra.
EMaroni diceva che dal referendum avrebbe avuto maggiore forza per trattare con Roma; la realtà ci dice che il suo mandato si è addirittura indebolito rispetto alle elezioni regionali del 2013. Fossi in lui sarei, dunque, preoccupato. Soprattutto in vista delle regionali. Il risultato referendario conferma che la partita è tutt’altro che chiusa in anticipo.
Veniamo a qualche considerazione di carattere politico.
Maroni, dopo il referendum di domenica, cede la guida della battaglia del Nord a Zaia, vero trionfatore di questa consultazione. La Lombardia politicamente si accoda al Veneto, nonostante tutti gli indicatori economici e sociali raccontino esattamente il contrario.
Davvero un bel risultato per il presidente della Lombardia.
Rimane il dubbio: che cosa vogliono davvero i governatori?
L’autonomia pare essere sempre più un paravento per una battaglia tutta politica per mantenere il potere in zone che potrebbero dare tantissimo all’intero Paese, ma che vengono ormai da anni sfruttate per la sopravvivenza politica di chi non vuole risolvere, ma cavalca i problemi.
I soldi, danè o schei che siano, da trattenere sul territorio sono un argomento molto popolare e di facile presa, ma il reale progetto per i territori e il loro futuro non si è mai capito fino in fondo. Per il Veneto e la Lombardia, se i due governatori volessero davvero essere coerenti con quanto raccontano e propongono, ci sarebbe un’unica soluzione, la secessione fiscale e istituzionale. Alcuni la sognano; la maggioranza dei lombardi e dei veneti non credo proprio la vogliano.

Un commento su “La sconfitta di Maroni

  1. Ottavio D'Alessio Grassi

    vorrebbero maggiore autonomia per fare cosa poi? Continuare a indebolire la sanità pubblica per favorire quella privata affidando, per esempio, le cure ai malati cronici a imprese private? Autonomia nelle politiche ambientali per continuare a devastare suolo per fare autostrade o bretelle autostradali inutili e fallimentari? Oppure per fare favori alla lobby dei cacciatori per estendere le specie cacciabili?

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