Uno sportello per il lavoro nel carcere di Opera

31 marzo 2017 di fabio pizzul

“Non solo un servizio, ma un modo per rileggere il processo con cui ci si prende carico dei problemi personali dei detenuti che finiscono la pena”. Con queste parole il direttore del carcere di Opera Giacinto Siciliano ha presentato ufficialmente lo sportello lavoro del “Centro per l’impiego” attivo nel carcere metropolitano in collaborazione con l’Afol, l’agenzia per la formazione e il lavoro di Città Metropolitana. E’ il primo di tre sportelli previsti dalla sperimentazione avviata dai ministeri della Giustizia e del Welfare. Gli altri due verranno attivati nelle carceri di Trani e Sant’Angelo dei Lombardi. All’inaugurazione erano presenti anche il ministro Poletti e l’assessore regionale Aprea.

Il carcere di Opera propone così un modello virtuoso e concreto delle trasformazioni che il sistema carcerario ha innescato dopo gli Stati Generali dell’esecuzione penale del 2015.
Il direttore di Afol Giuseppe Zingale ha evidenziato come ci si trovi di fronte a un vero e proprio patto di servizio per organizzare percorsi di politica attiva di accompagnamento delle persone all’inserimento lavorativo. Nel futuro c’è la volontà di aprire sportelli simili anche a Bollate e San Vittore.
L’assessore regionale Valentina Aprea ha tenuto a sottolineare come la collaborazione tra diverse istituzioni abbia permesso di innovare e sperimentare a partire da quanto permesso dalle leggi vigenti.
Potrà sembrare banale, ma una delle principali innovazioni riguarda il fatto che, grazie a un’autocertificazione confermata dal direttore del carcere, il detenuto che viene rimesso in libertà potrà comunicare la sua immediata disponibilità al lavoro unitamente al fatto di essere stato disoccupato di lungo corso, con la possibilità quindi di venire inserito nelle fasce più svantaggiate e, dunque, con maggiori possibilità di sostegno. Fino ad oggi un detenuto risultava disoccupato solo dal giorno della sua scarcerazione, quasi che in carcere fosse da considerare occupato. Paradossi della burocrazia italica.
Molto positivi anche i commenti della presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano Di Rosa che ha sottolineato come obiettivo dell’intero sistema carcerario dovrebbe essere quello di restituire dignità alle persone e il lavoro svolge un ruolo insostituibile in questa partita.
Non è così scontato che in carcere si possa lavorare e men che meno che si possa trovare un’occupazione a fine pena. Lo ha ricordato anche il direttore generale del trattamento del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria Roberto Piscitello indicando numeri impietosi: solo due detenuti su 10 lavorano, tra attività di lavoro interno e con ditte esterne per una cifra pari a circa 15000 sui 56000 attualmente in carcere. Il carcere da solo non funziona e detenuti nullafacenti sono molto più esposti al rischio di delinquere nuovamente una volta usciti.
Il ministro Poletti, rallegrandosi per l’iniziativa, ha auspicato che si possa presto andare oltre la dimensione sperimentale del progetto, perché spesso la sperimentazione diventa una scusa per non fare su larga scala operazioni difficili ma necessarie.
Il modello della presa in carico delle singole persone, secondo il ministro, deve diventare una costante nelle azioni di carattere sociale: presa in carico e progetto sulla persona sono gli unici modi per evitare l’assistenzialismo e aiutare davvero le persone a uscire dalle difficoltà. Un processo che chiese un cambio di mentalità profondo, risorse e strutture di servizio efficienti e che non può fare a meno di una virtuosa collaborazione tra pubblico, privato e privato sociale. Nessun cittadino deve stare a casa ad aspettare che qualcosa accada, soprattutto se in difficoltà, come accade spesso a chi si trova libero dopo anni di reclusione.
Il protocollo d’intesa che ha dato vita allo sportello risale al 15 settembre 2016 e l’attività nel carcere di Opera è ormai pienamente avviata.
E’ la dimostrazione che, anche con poche risorse, si possano attivare iniziative utili e innovative.

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