Emittenza locale: licenziamenti collettivi a Telenova

22 marzo 2017 di fabio pizzul

Solo qualche giorno fa, nel mio report settimanale, parlavo della crisi dell’emittenza locale in Lombardia. Giunge ora un’ulteriore conferma della gravità della situazione: Telenova, l’emittente della società San Paolo con cui ho avuto occasione di collaborare prima di diventare consigliere regionale, ha avviato una procedura di licenziamento collettivo.

L’azienda ha comunicato ai sindacati e all’Arifl, l’agenzia regionale che si occupa di crisi aziendali, la scelta di procedere al licenziamento collettivo di 21 lavoratori sui 34 attualmente in organico.
Si aprirà ora una fase di confronto con i sindacati per valutare come accompagnare i lavoratori all’uscita dall’azienda, ma il loro destino pare ormai segnato.
Al di là della solidarietà personale alle persone coinvolte nell’operazione, credo sia necessaria una seria riflessione sull’informazione locale lombarda: nessuna delle TV di rilevanza regionale naviga in buone acque. Gli ultimi anni sono passati con un pesante utilizzo di ammortizzatori sociali e ora si è aperta la fase dei licenziamenti collettivi che riguardano, oltre a Telenova, anche Telecity che non ha però ancora avviato la procedura formale.
Le proprietà delle emittenti regionali affermano che le attuali condizioni di mercato non consentono di mantenere gli organici che si erano consolidati qualche anno fa. Nel caso di Telenova si denuncia una pesante riduzione dei ricavi pubblicitari, calati, dal 2009 in poi, al ritmo di circa il 25% all’anno.
Questo ha portato a registrare, nel 2016, una perdita di 1,1 milioni di euro a fronte di un fatturato di 3,7 milioni.
I numeri sono spietati, ma viene da chiedersi perché un settore fino a qualche anno fa, tutto sommato, in salute, sia potuto crollare così.
Una spiegazione può essere rintracciata nei pesanti investimenti per la transizione al digitale terrestre che ha moltiplicato i canali (e i relativi costi di gestione) a fronte di una inesorabile riduzione degli investimenti pubblicitari. Questi ultimi, tra l’altro, sono stati drenati dalle emittenti nazionali che, moltiplicando i propri canali, hanno iniziato a vendere pubblicità secondo modalità e tariffe tipiche delle emittenti regionali, che si sono viste così sfilare una quota rilevante di mercato.
Anche la massiccia diffusione di contenuti multimediali sul web ha penalizzato le Tv locali che possono contare su un’audience sempre più anziana e ristretta.
C’è anche da dire che da qualche anno le TV locali, per i bilanci sempre più critici, hanno smesso di investire e questo le ha portate a una sostanziale ripetizione di schemi e stili che non ha consentito loro di rinnovarsi e di conquistare un pubblico sempre più bombardato da altre offerte nell’etere e on-line.
So bene che decisioni come quella annunciata da Telenova non sono prese a cuor leggero e pesano su chi le ha prese; non so quanti margini di trattativa possano esserci, ma mi sento in dovere di sollecitare la proprietà affinchè esplori tutte le possibili strade per limitare al massimo gli esuberi. L’avvio di una procedura di licenziamento collettivo è un fatto grave, ma spero però possano esserci margini per un ripensamento.
Anche perché, mi sia consentita una battuta, non mi pare il modo migliore con cui un’emittente di ispirazione cattolica possa accogliere il Papa in visita a Milano. Lo stesso papa Francesco che, non più tardi di una settimana fa, aveva rivolto ai lavoratori di un’altra Tv, Sky, le seguenti parole: “Il lavoro ci dà dignità, e i responsabili dei popoli, i dirigenti, hanno l’obbligo di fare di tutto perché ogni uomo e ogni donna possa lavorare e così avere la fronte alta, guardare in faccia gli altri, con dignità. Chi per manovre economiche, per fare negoziati non del tutto chiari chiude fabbriche, chiude imprese e toglie il lavoro agli uomini, questa persona fa un peccato gravissimo”.
Vicende diverse, riflessioni amaramente sovrapponibili, anche se nel caso di Telenova fatico a intravvedere manovre o negoziati non del tutto chiari. Chiarissimo, invece, il fatto che si sta parlando del lavoro di 21 persone e delle loro famiglie.

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