Il PD e i giorni delle emozioni tristi. Proprio impossibile fermarsi?

20 febbraio 2017 di fabio pizzul

Il giorno dopo l’annunciata scissione del PD si sono sprecati commenti e ipotesi su quello che sarà. Non sono nelle condizioni di capire quello che potrà accadere domani, nel passaggio decisivo in Direzione nazionale, men che meno posso pretendere di dare suggerimenti a chicchessia, ma constato come ci troviamo di fronte a una sorta di corto circuito emotivo.
La politica non è solo razionalità e calcolo.

La dimensione emotiva gioca un ruolo fondamentale.
Il confronto (o forse è meglio dire gli scontri) degli ultimi giorni e la stessa assemblea di domenica hanno scatenato una vera e propria tempesta di emozioni negative e regressive.
La tensione che si è percepita nelle dichiarazioni dei protagonisti del confronto lasciava trasparire un’insoddisfazione di fondo per quello che stava accadendo, da una parte e dall’altra.
Le emozioni prevalenti mi pare potessero essere comprese nell’intervallo tra lo sconforto e la rabbia.
Nessuna traccia, mi pare evidente, di emozioni positive.
Al di là delle diverse posizioni in campo, la sensazione di un malcontento e di un malessere generale, soprattutto nella cosiddetta base del partito, è diffusa.
Che cosa c’entrano le emozioni con la politica?
Tutto, credo di poter dire: le scelte elettorali dei cittadini sono solo in parte razionali e hanno molto a che fare con le emozioni positive che i partiti sono in grado di trasferire.
Il Partito Democratico di questi giorni è prodigo di emozioni negative. Che cosa questo possa significare in termini di consenso e sintonia con il Paese è facile immaginarlo.
La ragione suggerirebbe di fare tutto il possibile per evitare una scissione che, a parole, nessuno dichiara di volere. Le emozioni tristi che riempiono gli sguardi dei protagonisti e dei loro sostenitori confermano come la strada intrapresa venga considerata dai più come una sorta di vicolo cieco.
Possibile che non si possa invertire questa spirale negativa?
Le emozioni hanno origine e percorsi irrazionali e inaspettati. Spero che facciano breccia nella confusione di queste ore. Se la politica non è più in grado di suscitare emozioni positive, ha già fallito.

2 commenti su “Il PD e i giorni delle emozioni tristi. Proprio impossibile fermarsi?

  1. Marco

    Caro Fabio, annoveri tra le passioni tristi anche la paura di non essere ricandidati? Non si spiegherebbero altrimenti certi silenzi e incapacità di chiamare per nome e cognome chi davvero potrebbe fare qualcosa. Tipo qualche democratico di maggioranza che dica apertamente ‘Renzi, ma perché non fai la tua replica conclusiva con qualche apertura?’ oppure ‘Renzi, forse non è il caso di continuare a trattare gli avversari con sufficienza’ oppure anche solo ‘Matteo, tu che sei un vero leader facci un altro (?) capolavoro politico, tieni unito il partito’. Così come dall’altra parte nessuno che dica alla luce del sole: ‘Bersani, chiariamo meglio le posizioni, perché non è che si capisca tutto proprio bene’ oppure ‘partecipiamo anche a questa direzione’.
    Forse è tutto figlio del sistema elettorale (per altro teoricamenre ancora da rivedere) compreso soprattutto il tema delle liste scritte dalle segreterie dei partiti. La più grande tristezza è l’impressione di vedere già anche nel PD tanti soldatini che sfilano ben intruppati davanti ai capi, che il più delle volte premiano quelli che si dimostrano in ogni circostanza più realisti del re. In assenza di persone veramente libere accanto ai leader vincono quelli che ne interpretano le posizioni più tristi, tipo quelli che urlavano ‘fuori fuori’. Però un po’ di coraggio di chiamare serenamente per nome i responsabili di questa situazione è necessario, altrimenti anche tutte le riflessioni e persino gli appelli all’unità sono solo parole di circostanza poco credibili.

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  2. Pierluca Meregalli

    In realtà si vorrebbe fare come fecero Letta e Prodi. Un bel programma con dentro tutto e il suo contrario e poi defatiganti trattative al termine delle quali per non rompere si finisce per non far nulla. Del resto quello che si è fatto viene considerato totalmente sbagliato.
    Quindi torniamo ai tempi di Andreotti. E poi ci si domanda da dove venga il nostro debito pubblico: dal non far nulla salvo il da nobis hodie panem et circenses. L’alternativa resta quella del M5S: spaccare tutto e poi si vedrà.

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