Sì ai rimpatri, ma facciamoli davvero!

3 gennaio 2017 di fabio pizzul

Ha fatto molto clamore, nei giorni scorsi, l’annuncio da parte del Governo di voler rendere più stringenti le procedure di rimpatrio degli stranieri che non hanno titolo per restare in Italia. Tra le misure annunciate, anche la riapertura dei CIE, i Centri di Identificazione ed Espulsione, che tante polemiche e discussioni avevano creato prima della loro conversione in centri di accoglienza per i richiedenti asilo.
Qualche considerazione.

La legge prevede che gli stranieri giunti in modo irregolare in Italia che non facciano richiesta di protezione internazionale o non ne abbiano i requisiti siano trattenuti nei centri di identificazione ed espulsione (Cie), “istituiti per evitare la dispersione sul territorio di chi è in via di espulsione e consentire l’esecuzione del relativo provvedimento da parte delle Forze dell’ordine. Il tempo di permanenza (18 mesi al massimo – link al decreto legge n.89/2011 convertito dalla legge n.129/2011) è funzionale alle procedure di identificazione e a quelle successive di espulsione e rimpatrio”.
Da un paio di anni a questa parte, però, i CIE sono stati di fatto depotenziati, dopo numerose segnalazioni e proteste riguardo le condizioni in cui venivano tenuti i migranti.
Non credo che tornare a quella situazione sia un qualcosa di utile: il fallimento del precedente modello CIE era sotto gli occhi di tutti.
L’obiettivo, dal mio punto di vista, deve essere il rimpatrio e non tanto la reclusione di fatto degli immigrati irregolarmente presenti. Ecco perché credo che la priorità debbano essere gli accordi con i paesi di origine per dar corso effettivo ai rimpatri. Attualmente ne sono stati siglati solo 4 con Tunisia, Egitto, Nigeria e Marocco. Questo significa che solo i cittadini di questi stati possono essere rimpatriati.
Se non si dovessero siglare altri accordi, la riapertura dei CIE non sarebbe altro che un provvedimento destinato a incrementare le tensioni senza ottenere alcun risultato.
Sarebbe poi importante anche agire su un altro fronte, quello carcerario. Oggi uno straniero irregolare che finisce in carcere non deve essere identificato durante la detenzione; questo fa sì che non possa venire rimpatriato (ammesso che sia di uno dei quattro stati citati) se non al termine della detenzione e dopo essere stato identificato in un momento successivo.
Andrebbe rafforzato anche un altro metodo, quello dei rimpatri volontari e assistiti, spesso a seguito di corsi di formazione sostenuti qui in Italia. Tra il 2009 e il 2015 sono stati completati circa 4000 rimpatri volontari assistiti, un numero esiguo che andrebbe potenziato.
Ben venga, dunque, un maggior impegno sul fronte dei rimpatri, ma con misure realistiche ed efficaci e non con i soliti proclami all’insegna del “se ne vadano a casa loro” che non ottengono alcun risultato pratico.

Un commento su “Sì ai rimpatri, ma facciamoli davvero!

  1. giuseppe

    Giustissimo!
    Perchè non intervieni in aula e non ti fai promotore di questa campagna?
    sarebbe di grande utilità per tutti…
    Vedo sprecare troppe energie per temi risibili (lo sport femminile al confronto del grande problema migratorio) e dare poco tempo e pensiero a trovare soluzioni concrete per i migranti.
    Le tue considerazioni, se rimangono tali, non portano nulla di più alla società.
    Ti abbiamo votato per proporre leggi e intervenire in modo forte in questioni delicate come queste.
    Le “considerazioni” (se rimangono tali) sono chiacchiere che allontanano ancora di più noi cittadini da voi casta politica

    Replica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *