La vittoria di Trump. Qualche prima considerazione.

9 novembre 2016 di fabio pizzul

Dunque Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti.
Un risultato inaspettato e ritenuto impossibile fino a qualche ora fa.
Ha vinto l’America più profonda, quella che ha sempre guardato con sospetto e insofferenza a Barak Obama, quasi fosse un intruso in un Paese che molti erano convinti avesse perso smalto e voglia di sognare nella propria grandezza. Ma quali Stati Uniti avremo ora?
Difficile dirlo, ma dalle prime parole di Trump presidente (fa un po’ impressione scriverlo, ma è così) si coglie la volontà di pensare agli Stati Uniti prima di tutto, per restituire a cittadini spaventati e disillusi una grandezza che si erano visto sottrarre da un multilateralismo che l’America più profonda ha sempre considerato come un tradimento del sogno americano.

“La maggioranza silenziosa sta con Trump”, era uno dei cartelli più diffusi nella sala in cui Trump ha pronunciato il suo primo discorso da “commander in chief”. Questa maggioranza silenziosa crede nel sogno di un’America che torni grande. Tutto sta ad intendersi che cosa significa grandezza dell’America.
Il voto dei cittadini, dico una banalità, va rispettato e rappresenta un’indicazione forte della frustrazione vissuta in questi anni dall’americano medio che, da dominatore del mondo, si era visto crollare il mondo addosso, a partire dal ridimensionamento del ruolo guida di una nazione che è sempre vissuta nella certezza (o illusione) di poter guidare il mondo.
Le prime parole di Trump sono state all’insegna dell’orgoglio nazionale, della necessità di riunificare tutti i cittadini nel sogno della grandezza e del coraggio. Trump ha sottolineato le grandi potenzialità inespresse dell’America e ha detto che tutti i cittadini, nessuno escluso, saranno coinvolti nella ricostruzione di un Paese che deve tornare quello che merita a partire da ponti, strade ed aeroporti con l’obiettivo di raddoppiare la crescita.
Musica per le orecchie dell’americano medio, che non si è evidentemente sentito rappresentato dal pensiero dominante dei grandi media e dei più autorevoli commentatori di giornali che non sono più in grado di rappresentare il senso comune dei cittadini. La ripresa che i dati macroeconomici hanno certificato per gli USA non è arrivata alla maggior parte della popolazione e questo aspetto è stato determinante per la scelta del nuovo presidente. Così come l’insofferenza verso le élite economiche, culturali e sociali.
Trump ha dato l’onore delle armi a Hillary Clinton definendola grande donna che ha molto lavorato e che va rispettata e ringraziata.
Per la Clinton si tratta di una sconfitta pesante. Il fatto di non aver voluto intervenire, come vuole la tradizione, per riconoscere la vittoria dell’avversario e ricucire il Paese dopo gli scontri della campagna elettorale peggiore della storia è molto significativo: è finita la sua carriera politica. E nel modo peggiore per chi ha dedicato la sua vita al sogno di diventare presidente. La Clinton, comunque, ha chiamato il suo rivale per riconoscergli la vittoria. Forse di più non avrebbe avuto la forza di fare.
Una cosa è certa: l’agenda della campagna elettorale è stata dettata da Donald Trump, la Clinton ha reagito alle provocazioni e si è dimenticata di fare proposte e, di fatto, politica.
L’irruenza e la schiettezza (apparentemente senza nulla da nascondere) di Trump ha avuto la meglio sugli imbarazzi di una Clinton che, agli occhi degli elettori, è sembrata avere molte, troppe cose da chiarire.
Cosa farà ora Trump?
Difficile dirlo. Anche per il partito Repubblicano che, pur avendo la maggioranza al Senato e alla Camera, non è certo di poter contare sulla condivisione di un presidente che si presenta come capo di un movimento più che del partito.
Un’elezione storica, quella di Trump, destinata a cambiare decisamente l’America e il mondo.
Come non lo sappiamo ancora. Ma Trump da oggi non è più un miliardario provocatore ed esuberante, è il presidente degli Stati Uniti d’America. Anche per lui da oggi cambierà tutto.
A livello internazionale, le reazioni più positive giungono, non a caso, da Mosca, dove Putin è convinto che la vittoria di Trump possa segnare una svolta nei tiepidi (per essere gentili) rapporti tra le due ex superpotenze.
Una domanda per concludere: ma dopo Brexit e Trump possiamo ancora credere dar credito a commentatori e analisti?

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