Superare l’emergenza immigrazione. Le proposte delle Caritas lombarde.

24 ottobre 2016 di fabio pizzul

I direttori delle Caritas diocesane della Lombardia hanno firmato un documento in cui delineano alcune prospettive per la gestione del fenimeno migratorio.
É necessario cambiare passo e andare oltre gli allarmi, le strumentalizzazioni e l’improvvsazione.
A considerazioni di ordine generale i firmatari fanno seguire proposte specifiche e concrete.
Spero che il documento possa stimolare una quanto mai necessaria discussione su un fenomeno che finora é stato affrontato senza la dovuta lungimiranza.
Il dibattito é aperto.

Le esperienze delle Chiese/Caritas lombarde

Le Chiese e le Caritas lombarde sono impegnate nell’accoglienza dei migranti richiedenti-asilo (cosiddetti profughi, termine generico e piuttosto impreciso) sia in convenzione con le Prefetture su finanziamento del ministero dell’Interno, che fuori convenzione, con spese totalmente a proprio carico (ad esempio per le persone uscite dai Centri di accoglienza straordinari, arrivate nei Centri di ascolto delle povertà, nelle mense, per le docce, nei dormitori o in altri Centri di accoglienza non convenzionati).

In una logica sussidiaria, con grande senso di lealtà e di responsabilità, le Caritas diocesane hanno dato seguito anche alle attese dello Stato e delle Istituzioni, in difficoltà nel dare una risposta ai bisogni, realizzando grazie ai contributi pubblici ricevuti, un sistema di ospitalità diffusa, a piccoli gruppi, in Parrocchie e in ambienti di proprietà ecclesiastiche, d’intesa e in collaborazione con il volontariato e le comunità locali, avviando percorsi attenti anche alla massima responsabilizzazione delle persone ospitate e delle comunità ospitanti.

Le Chiese e le Caritas lombarde pongono dunque una domanda e un appello forte alle Istituzioni: a quale destino sono consegnati i migranti salvati dal naufragio nel Mediterraneo? Si sta manifestando, infatti, una grave incongruenza tra il tempo, le energie e le risorse impiegate nel soccorso in mare e il risultato conseguito. Bisogna quindi pensare e mettere in pratica nuove soluzioni, che non si costruiscono evidentemente con i muri, né, com’è stato ipotizzato, con l’affondamento delle imbarcazioni nei porti di partenza, con le espulsioni, e, tantomeno, con la propagazione dell’odio e del conflitto pseudo-religioso.

Certo, costa molto anche accogliere. Tuttavia, dopo aver accolto per mesi e anni siamo, aver profuso energie e risorse, sarebbe davvero uno spreco “congedare” queste persone “sulla strada”, lasciandole senza prospettive e perciò esponendole a grave rischio di emarginazione, sfruttamento da parte di organizzazioni illegali e a condizione di pericolo per sé e per la popolazione.

Proposte e istanze

Di fronte a un fenomeno storico internazionale di tale portata, nessuno è evidentemente in grado di proporre facili e rapide soluzioni – prive di costi da sostenere (non solo economici) – a problemi di enorme complessità. Neppure ovviamente la Chiesa le possiede. E tuttavia, alla luce del Vangelo e del Magistero, avvalendosi delle esperienze quotidianamente maturate, le Caritas delle Diocesi lombarde sentono di dover esprimere al livello politico qualche indirizzo e premurosa istanza ai propri interlocutori – lo Stato Italiano e la Regione Lombardia per le rispettive competenze sul tema dell’immigrazione – consapevoli tuttavia che la portata del fenomeno deve coinvolgere ben più alti livelli istituzionali:

• Alla Regione Lombardia va il particolare appello per la ricezione dello spirito di queste note e per la massima collaborazione tra livelli istituzionali nella ricerca del maggior bene delle comunità.
• Allo Stato Italiano ci rivolgiamo per dire che la distinzione tra (potenziali) rifugiati e non rifugiati non regge più. O meglio: la misura di discrimine adottata (sin dal 2011) non l’abbiamo mai condivisa. Oggi siamo tutti meglio in grado di vedere gli esiti dell’applicazione di tale discrimine, con i problemi e i rischi che stiamo dichiarando pubblicamente.
• Proprio per ovviare a questi rischi chiediamo di introdurre accanto al permesso di soggiorno per ragioni politiche, velocizzando e semplificando l’iter per l’accertamento e il riconoscimento dello status oggi ancora troppo lento, di introdurre anche un permesso di soggiorno per ragioni umanitarie a tempo prestabilito (es. un anno) con spiccate finalità di studio-formazione e di ricerca lavoro, incentivando Enti di terzo settore e privati (anche famiglie) ad offrire la garanzia transitoria dell’alloggio.
• Riteniamo che solo in un molto più ristretto numero di casi (impossibilità di asilo, mancata accettazione delle opportunità, fallimento del progetto migratorio…) andrebbe applicata la misura del rimpatrio. Ma poi andrebbe effettivamente eseguita raggiungendo accordi con i Paesi di provenienza e potenziando il rimpatrio assistito in condizioni di sicurezza e nel rispetto della dignità delle persone.
• Con tali criteri andrebbe decisamente riorganizzato e finanziato il sistema di accoglienza: innanzitutto trasformato da straordinario (attuale modello CAS) in permanente (sul modello SPRAR), come peraltro dichiarato negli intenti del ministero degli Interni. Pensando per lo più a piccole strutture di accoglienza (ad esempio di massimo 10 persone), quanto più diffuse e radicate nei quartieri e nei territori, con il mandato di preparare un’effettiva ed utile integrazione.
• Il momento storico, oltre che le convinzioni del cuore, ci incoraggiano a suggerire una maggiore disponibilità e apertura istituzionale all’accoglienza, convertendo l’emergenza in pianificazione degli ingressi in maniera quanto più sicura. Si può perciò con più coraggio incentivare l’ingresso “mirato”, per casi di particolare necessità ma anche per potenzialità, attraverso i “canali umanitari”, dai campi degli sfollati nelle zone più calde e geograficamente più vicine del nostro Paese.
• Quanto qui espresso porta a una complessiva rivisitazione dei meccanismi di legge che regolano l’immigrazione in Italia e, in primo luogo, il definitivo superamento dell’impianto della legge Bossi-Fini.
• Un’ultima nota non può che riguardare la delicata condizione dei migranti minori non accompagnati (sempre più giovani anche di 12-13 anni): con grande apprensione e commozione assistiamo all’incremento dei numeri, alle difficoltà di collocazione nei centri di accoglienza deputati, alle “sparizioni” di molti di loro. Anche e particolarmente sui minori chiediamo alla nostra Regione un grande sforzo di umanità e d’investimento sul futuro per quanto questi giovani possono dare al nostro Paese. La via, ancora, ci appare quella dell’accoglienza, incrementando piccole e diffuse strutture accreditate allo scopo, con spiccate finalità d’integrazione, sostenendo i Comuni disponibili.

Conclusione

Le energie che le Chiese/Caritas delle Diocesi lombarde stanno, per natura propria, profondendo per l’accoglienza di migranti forzati nel nostro Paese e nei nostri territori, in questo momento davvero storico, le motiva a offrire ai livelli politici- istituzionali e all’opinione pubblica in genere, con rispetto, lealtà, ma pure con determinazione, rilievi e “parole nuove” per un coraggioso approccio al fenomeno migratorio: strutturalmente più aperto, capace di dare risposte immediate a problemi altrimenti gravi e insolubili e, in prospettiva, a generare una comunità quanto più integrata, non solo per il bene dei migranti, ma anche per il bene e lo sviluppo dei territori.

“Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici… con convinzioni chiare e tenaci”. (Evangelii gaudium).

Firmato i Direttori delle Caritas della Lombardia

Caritas di Bergamo, Brescia, Como, Crema, Cremona, Lodi, Mantova, Milano, Pavia, Vigevano

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