“Caro Dario Fo” – in ricordo del giullare degli ultimi

21 ottobre 2016 di fabio pizzul

funerale-foA pochi giorni dall’ultimo saluto di Milano a Dario Fo, pubblico volentieri una lettera di Silvio Mengotto al premio Nobel scomparso. Al di là delle celebrazioni di rito e delle appropriazioni più o meno disinvolte di cui è stato oggetto, sono convinto che Dario Fo, in tutte le sue contraddizioni giullaresche, abbia contribuito a rendere Milano più bella e accogliente. Dario Fo era uomo di parte, spesso esageratamente di parte, si vantava di non essere un moderato, come leggete sullo striscione del centro sociale Cantiere esposto davanti al Duomo, ma credo che la sua arte siano patrimonio di tutti i milanesi. Anche di quelli che proprio non lo reggevano e non lo apprezzavano.

Caro Dario, «Hai dileggiato i potenti per ridare dignità agli umili», questa la motivazione per il premio Nobel per la pace che un biglietto sul vetro di un automobilista ti comunicò mentre viaggiavi in autostrada con Ambra Angiolini. Un premio che hai condiviso con gli ultimi, gli umili, i senza voce, gli “scartatati” dalla vita dai senza potere. Li hai amati e voluto bene e solo loro, nonostante gli scrosci di pioggia battente ti hanno accompagnato con musica e canti sul sagrato di piazza Duomo. Un mare di ombrelli accesi nei mille colori che cucivano e ricamavano il tuo vestito preferito: lo Zanni padano inseparabile dal grammelot inventato ma che ha il pregio di essere un linguaggio universale e comprensivo, nonostante le diverse lingue e dialetti, a tutti gli umili e poveri di questa terra. Una cosa è il ricordo, altra la memoria, che ancora oggi suscita negli occhi, nel cuore, la luce della tua passione consumata insieme, non solo sul palcoscenico, con gli “scartati” ridando loro dignità, la speranza per un futuro che molti potenti temono perché marcia verso la pace, la giustizia e la libertà.

Giullare degli ultimi
Sei il giullare che ha saputo far ridere anche Dio insieme agli ultimi.
Senza saperlo, credo misteriosamente, gli sei vicinissimo. Di Dio eri sospettoso. Ti definivi ateo rispettoso, ma con Gesù era un’altra cosa. Nelle tue folgoranti satire lo rappresentavi come un uomo straordinario che, a suo modo, dileggiava i potenti e si mescolava, viveva, con gli ultimi, i peccatori. Come Fabrizio De André per te Gesù «è il più grande rivoluzionario di tutti i tempi». Tra gli amici prevarrà l’anticlericalismo, ma voglio ricordare la tua passione verso la ricerca della verità. Nell’ultimo periodo della tua vita hai scritto tre libri sinceri e rispettosi che farebbero venire i brividi a tutti, compresi i cattolici. Li ricordo brevemente. Su un’idea del figlio Jacopo nel 2007, insieme a Franca Rame, scrivi Gesù e le donne dove guidi il lettore a riscoprire un fatto messo in parentesi tra i cattolici, non da papa Francesco. Nei vangeli la presenza e il dialogo di Gesù con le donne è un fatto costante e scandaloso anche per gli stessi discepoli. Una messa in parentesi che nel trascorrere dei secoli ha portato a «una serie di equivoci e distrazioni non sempre casuali nella lettura dei Vangeli». L’inizio del libro si apre con un canto andaluso gitano, scritto nella notte dei tempi, che ti colpì profondamente. «Di certo Cristo – dice il canto andaluso – era gitano; come noi non teneva casa, di continuo andava di qua e di là come uno zingaro, non una patria teneva […] Faceva miracoli grandi con niente, regalava la speranza ai poveri e ai mercanti bastonate, faceva festa a ogni occasione, suonava e naturalmente danzava, saltando o piroette e battendo i piedi, schioccava le dita. Perché era gitano. Di sicuro aveva una chitarra, faceva canti all’improvvisa, canzoni brevi e infinite che poi chiamava vangeli». Nel 2009 pubblichi Sant’Ambrogio e l’invenzione di Milano dove con originalità racconti la straordinaria ascesa di un uomo di 35 anni che con sua meraviglia viene proclamato vescovo e imposto dal popolo ad accettare buttando «alle ortiche l’abito nuovo del potere imperiale (amministratore, giudice, governatore, cioè al culmine della carriera), a calzare la stola e a impugnare il bastone del pastore d’anime». Nel 2014 pubblichi La figlia del papa dove staccandoti dalle ricostruzioni scandalistiche, in un romanzo ci riveli «tutta l’umanità di Lucrezia liberandola dal cliché di donna dissoluta e incestuosa e calandola nel contesto storico di allora e nella vita». La tua profonda stima verso papa Francesco, non solo è sincera ma deriva dal fatto che papa Francesco è ritornato a far brillare la “buona notizia” per tutti, ma in particolare per gli umili, gli scartati di ogni epoca ai quali i potenti tolgono la dignità. Se pur con misericordia papa Francesco ai potenti della terra non risparmia critiche severe ma costruttive.

Amico degli “zingari”
Per un soffio non ci siamo conosciuti. Il motivo è stato la pubblicazione del tuo ultimo libro Razza di zingaro (gennaio 2016). In forma romanzata racconti la storia vera di Johann Trollmann pugile sinti nella Germania nazista, il più bravo di tutti, ma è uno “zingaro”, termine dispregiativo attribuito al popolo rom, per cui viene ripetutamente perseguitato e ucciso in un campo di concentramento. E’ lui, lo “zingaro”, che inventa una sorta di danza agile al centro del ring che viene imitata dall’indimenticabile campione Cassius Clay. Con un gruppo di amici contattammo la tua segreteria per concordare la presentazione del libro con la tua presenza ma per ragioni di salute e impegni non fu possibile.
Mi fa pensare molto il fatto che gli amici rom sono stati i protagonisti del tuo ultimo libro in cui insegui una verità dilagante, e non solo tra i potenti, cioè l’ostracismo verso il popolo rom che continua ancora oggi nonostante, come scrivi nel libro, il popolo rom sia stato divorato nel “porrjamos” dove più di 500.000 persone rom furono sterminate nei campi di sterminio nazista. Questo ostracismo verso gli “zingari” non solo non ti appartiene, ma lo combattevi a testa alta come ha detto tuo figlio Jacopo sul sagrato del Duomo. Non eri un credente ma l’amore per gli ultimi ti ha reso credibile e incoronato come “giusto” nel mondo. Termino con un episodio sconosciuto ai milanesi, non a te e Franca Rame. Lo ricordo. Nella primavera del 2007 alcuni mesi prima dell’intervento della forza pubblica per sgomberare il campo rom di via San Dionigi, le famiglie rom del campo fecero una manifestazione pacifica a palazzo Marino, dove chiesero al Comune delle condizioni di vita migliori nel campo. Quel piovoso pomeriggio tu con Franca Rame avete portato la vostra solidarietà a quelle famiglie. Un raggio di sole oscurato da una stampa che, il giorno dopo, parlò della manifestazione dei rom ma non della vostra presenza. Ha ragione Albert Einstein «è più facile disintegrare l’atomo che il pregiudizio». Caro Dario, insieme al mio grazie, in lingua romanì ti saluto “But baxt to sastipe”, che significa “Che Dio sia con te”.

Silvio

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