Orrore in Francia: il terrore colpisce anche in chiesa

26 luglio 2016 di fabio pizzul

Un parroco ucciso, “sgozzato” scrivono i media, un fedele ferito gravemente. E’ questo il bilancio dell’assalto di due uomini che avrebbero inneggiato al Daesh (acronimo arabo per definire lo stato islamico) e, secondo alcune fonti, sarebbero qualificati come squilibrati.
Un episodio drammatico, che segna un’ulteriore escalation negli attacchi alla nostra vita e alla nostra civiltà.
Come si può definire se non barbarie e bestemmia un attacco a un luogo sacro in cui fedeli inermi stanno celebrando un rito secondo quanto prescrive la loro fede?
Non si può che essere indignati e sconvolti da una follia di questo genere.

Il problema riguarda il che fare.
Qualcuno, come il presidente Maroni, scrive che dobbiamo reagire.
Ma che cosa significa reagire?
E’ un termine generico. Troppo generico.
Serve, forse, a metterci a posto con la nostra coscienza, ma non ci fa fare un passo che uno verso una possibile soluzione.
La reazione delle forze dell’ordine, in realtà, c’è stata, perché i due assalitori sono stati uccisi dalle forze speciali francesi.
Che cosa significa, in più, “reagire”?
Forse restituire la cortesia attaccando una moschea o chiudendone qualcuna?
La mia sensazione è che si stia diffondendo una malsana tendenza all’emulazione da parte di persone instabili, emarginate, spesso dimenticate da una società che non guarda più in faccia nessuno e non fa altro che accentuare diseguaglianze che provocano rancore e odio nei confronti di chi viene considerato più fortunato o, semplicemente, diverso e felice del proprio modo di vivere.
“Warum”, “perché”, è stato scritto nei pressi del centro commerciale di Berlino dove sono stati uccisi nove giovani.
Già. Perché?
Perchè siamo di fronte a persone che, facendo riferimento alla follia dell’estremismo islamico, decidono che la cosa migliore per loro sia il porre termine alla loro vita e alla vita di altre persone?
Come è possibile che non trovino motivi sufficienti per vivere?
Perché il nostro stile di vita non riesce a dare risposte al nulla che pare essere l’unico orizzonte di chi si fa abbindolare dall’ideologia estremista islamica.
Forse il “perché” potrebbe essere trasformato in “per chi”.
La risposta al vuoto difficilmente potrà venire da riflessioni o idee che hanno a che fare con uno stile di vita improntato all’individualismo e al consumo che tende a soddisfare desideri, ma senza dare risposte profonde e credibili.
Il “per chi” suggerisce, al contrario, la possibilità di costruire relazioni che vadano oltre lo sfruttamento reciproco (che finisce per svuotare e amplificare il vuoto) e diventino occasione di incontro e condivisione reale con altre persone.
Non è un caso, ma lo dico con tutta l’insicurezza del caso, che molti di coloro che decidono di diventare kamikaze abbiano esperienze all’insegna di relazione problematiche con gli altri, per problemi di carattere mentale o per storie di grave emarginazione.
Non ho nessun intento giustificatorio, voglio solo abbozzare un tentativo di risposta all’angosciosa domanda che caratterizza sempre più spesso le nostre giornate: perché?
Questo non toglie nulla alla necessità di incrementare le misure di sicurezza.
Una preghiera per le vittime di quest’ennesima follia e perchè l’odio non prevalga.

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