Oltre il muro del carcere: per una nuova concezione della pena

23 maggio 2016 di fabio pizzul

Oltre 19000 detenuti sui 53000 attualmente presenti nelle carceri italiane devono scontare ancora meno di tre anni di pena. Che ci stanno a fare in carcere? Se lo è chiesto il provveditore alle carceri del NordOvest Luigi Pagano durante un incontro promosso a Milano dalla Sesta Opera San Fedele per illustrare le conclusioni degli Stati Generali della Pena che, dopo un anno di lavoro, hanno consegnato al ministro Orlando le proposte per un nuovo modo di gestire la pena, superando la centralità del carcere.
Un lavoro imponente, che è stato però pressoché ignorato dai media.
Parlare di alternative al carcere non crea consenso. E la campagna elettorale in corso suggerisce forse di evitare certi temi…

Eppure i numeri parlano chiaro: chi non passa l’intera pena in carcere tende a delinquere molto meno di chi la passa interamente in cella.
C’è un altro aspetto che Luigi Pagano ha voluto sottolineare: siamo passati da 67000 a 53000 detenuti nel giro di pochi mesi e il tasso di criminalità nel Paese non è aumentato. Un indice forse del fatto che era inutile che quelle persone stessero in carcere?
Serve un grande lavoro culturale su questi temi per far sì che il carcere diventi una sorta di extrema ratio, soprattutto per chi ha problemi di dipendenze. Lo ha ricordato il responsabile del dipartimento dipendenze dell’ATS di Milano Alfio Lucchini sottolineando come il regime sanzionatorio sulle dipendenze è troppo pesante: serve diversificare pene per spaccio e traffico. Chi ha problemi di tossicodipendenza non dovrebbe entrare in carcere: meglio venga affidato a professionisti in spazi ad hoc.
Tra l’altro, come ha ricordato l’Avv. Antonella Calcaterra, dal 1999 è sancito per legge il diritto dei detenuti di avere gli stessi servizi per la salute dei liberi. Ma è un diritto non garantito, tanto che il carcere si può definire come un grande malato che crea disagio e malattia. Per non parlare delle enormi differenze che si riscontrano tra una regione e l’altra. Nelle carceri di una stessa regione (è il caso anche della Lombardia) non esiste spesso il diritto alla continuità di cura perché non ci sono sistemi per far circolare di dati sanitari. Anche la commissione carceri regionale si è mossa su questo fronte, approvando una risoluzione che invita la Giunta a far sì che si possa presto avere un fascicolo sanitario elettronico per i detenuti. Ma ci vorrà del tempo. A questo si aggiunge una prassi che si è consolidata negli ultimi mesi anche a Milano: tutti gli imputati per droga, anche per pochi grammi, sono qualificati come socialmente pericolosi, questo significa che finiscono in carcere e non vengono affidati a servizi specialistici che potrebbero garantir loro un trattamento più adeguato.
Quelli che ho riassunto sono solo alcuni degli interventi che hanno raccontato quanto emerso nei diversi tavoli degli Stati Generali per l’esecuzione della Pena.
Un plauso alla Sesta Opera san Fedele che ha voluto che si tornasse sul lavoro fatto in quest’anno, con la speranza che non vada disperso.
Le idee buone sono molte e potrebbero davvero cambiare il volto del sistema carcerario italiano, facendo anche spendere meno quattrini.
L’impressione è però che la strada sia ancora lunga e che l’opinione pubblica sia ancora vittima dell’idea che l’unica soluzione per creare maggiore sicurezza sia quella di riempire le carceri e fare in modo che non ne esca nessuno prima dell’ultimo giorno di pena.
Nulla di più sbagliato. Ma provate a dirlo in TV…
Vi indico il link delle sintesi conclusive degli Stati Generali: 100 pagine che aprono prospettive nuove per il sistema carcerario italiano. Spero non rimangano solo sulla carta, a partire dalla frase conclusiva del documento: “La società che offre un’opportunità ed una speranza alle persone che ha giustamente condannato si dà un’opportunità ed una speranza di diventare migliore”.

documento_finale_Stati Gnereali Esecuzione della Pena

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