Referendum trivelle. Che cosa farò domenica?

16 aprile 2016 di fabio pizzul

Mancano poche ore al cosiddetto referendum sulle trivelle per cui si potrà votare domenica 17 aprile dalle 7 alle 23.
Confesso di essere ancora molto in dubbio sul da farsi, ma vi avevo promesso di pronunciarmi e non mi sottrarrò a questa “responsabilità”.

Il quesito che ci viene sottoposto riguarda le concessioni per la trivellazione, dunque l’estrazione di idrocarburi, entro le 12 miglia dalle coste italiane. Posto che per legge è già stabilito che non si possano più concedere nuovi permessi, il tema è: lasciar estrarre petrolio e gas agli attuali operatori fino ad esaurimento dei giacimenti o fermarli una volta terminata la concessione in essere?
Premetto che, qualunque sia l’esito del referendum, credo cambi davvero poco per la nostra politica energetica, già peraltro saldamente indirizzata verso un progressivo minor uso di combustibili fossili e un necessario maggior investimento sulle energie rinnovabili.
Votando SI’ si può senza dubbio dare un ulteriore segnale sull’opportunità di andare oltre il petrolio e sulla necessità di essere sempre più rigorosi riguardo il rispetto ambientale. Si impedirebbe però in questo modo il completo sfruttamento di giacimenti attraverso piattaforme già in attività e, fino a prova contraria, molto sicure e controllate dal punto di vista ambientale soprattutto grazie all’elevata qualità delle aziende e dei tecnici italiani che esportano poi queste tecnologie ed esperienze in tutto il mondo.
Votando NO si sottolinea l’opportunità di non interrompere l’estrazione di idrocarburi e di sfruttare fino in fondo le peraltro non enormi disponibilità dei giacimenti. Questo permetterebbe anche, in linea teorica, di evitare nuove trivellazioni con relativi rischi ambientali che sarebbero comunque consentite oltre le 12 miglia.
Non andando a votare si sottolinea la scarsa incisività del quesito referendario e ci si schiera sostanzialmente per il NO, visto che il mancato raggiungimento del quorum del 50% degli aventi diritto al voto porterebbe alla non validità del referendum e all’automatico respingimento del quesito. Una posizione legittima e prevista dalla Costituzione nel momento in cui ha inserito la necessità di raggiungere un quorum per la validità dei referendum abrogativi.
Il senso di un referendum non è tanto quello di far valere ed esercitare un proprio diritto, quanto quello di operare una scelta politica. Data per scontata la prevalenza dei SI’ tra coloro che decideranno di recarsi al voto, l’opzione astensione diventa dunque una scelta pragmatica per far prevalere un’opzione piuttosto che l’altra.
A questi ragionamenti di merito si aggiungono anche questioni di politica più generale, con praticamente tutti i partiti che si schierano contro l’attuale governo Renzi impegnati a cavalcare il SI’ per dare un segnale forte contro il Presidente del Consiglio e il Governo. Questa strumentalizzazione del referendum non mi piace per nulla.
Che cosa farò, dunque, domenica?
Il cuore mi direbbe di votare SI’ per un’adesione alla necessità di politiche ambientali più coraggiose.
Il cervello mi suggerirebbe di votare NO per evitare di sprecare gli investimenti già fatti e per scongiurare nuove trivellazioni potenzialmente più rischiose.
La mano, che è quella che procede concretamente al voto, potrebbe fare sintesi tra le due posizioni precedenti e non tracciare alcun segno, anzi, non ritirare proprio la scheda per sottolineare come lo strumento referendum debba essere utilizzato per stare sul merito delle questioni e non per dare segnali simbolici e per prendere le distanza da chi intende solo dare una spallata al Governo.
Di solito, in politica, si deve fare sintesi, ma non è detto che, alla fine, non prevalga il cuore.

P.S.
Ben venga la riforma della Costituzione appena approvata dal Parlamento che aumenta il numero delle firme per ottenere un referendum abrogativo (da 500.000 a 800.000), abbassa il quorum (per renderlo valido basterà la metà degli elettori delle ultime elezioni politiche, anziché la metà degli iscritti alle liste elettorali) e introduce la possibilità di referendum propositivi (da regolare con apposita legge).

4 commenti su “Referendum trivelle. Che cosa farò domenica?

  1. Barbara Meggetto

    Caro Fabio, ho letto con piacere. Il Si non e’ un voto del cuore ma di realta’.
    Primo, perche’ dobbiamo tenere fede agli accordi per abbassare la temperatura del pianeta che non e’ una fantasia.
    Secondo, dopo le estrazioni, quali altre concessioni concederemo per l’eternita’? Quelle idriche, ad esempio?
    Terzo, ma se non ha mai termine la concessione, chi sara’ tenuto a smantellare piattaforme? Anche la Lombardia e’ disseminata di cadaveri industriali privati, evitiamoli in mare.
    Io credo che il SI dica proprio che i beni comuni devono essere regolati e amministrati con cura. Anche quelli non rinnovabili, prorpio perche’ prima o poi finiscono.
    Grazie per la tua riflessione
    Barbara

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  2. Mauro

    Voterò sì con molto disagio, per le stupidaggini dette da molti sostenitori, per l’antirenzismo serpeggiante, per l’inefficacia di questo strumento democratico. Ma sarei più a disagio a non andare o a votare no. Quello che mi preoccupa è se il referendum scava un fossato oppure è solo una normale divergenza di opinioni.

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  3. Ambrogio Giussani

    Analisi lucida, equilibrata e ben argomentata sotto il profilo tecnico, ambientale e politico e soprattutto non “pietistica” per gli eventuali posti di lavoro persi, in quanto, in caso di incidente, sarebbero per superiori ai 10.000 i posti di lavoro persi nel settore della pesca e del turismo. Ho anche apprezzato la “non allineata” posizione rispetto alla maggioranza “Renziana” in quanto, giustamente, sostenere questo governo non significa essere anche servili come molti politici di turno. Anch’io sono dibattuto (55% a favore del sì, 45% per il no) per le ragioni sopra esposte… ma alla fine, anche nel mio caso prevarrà il cuore.
    Ambrogio Giussani – Bresso

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