Vino e “frontiere” del Vinitaly 2016

15 aprile 2016 di fabio pizzul

Mattarella a VinitaySi è conclusa lo scorso 12 aprile Vinitaly, la principale rassegna italiana del mondo del vino.
Non sono riuscito a partecipare, malgrado ne fossi molto incuriosito.
Da buon sommelier ci ha fatto però un salto Marco Chiappa con il quale mi sono confrontato maturando alcune considerazioni che pubblico qui di seguito. Non mancano spunti interessanti, soprattutto sul delicato rapporto tra vino e frontiere, tema a me particolarmente caro visto le mie origini…

Pubblico ridotto a causa del raddoppio del prezzo del biglietto – passato ad 80 euro – ma espositori contenti di avere nei padiglioni una platea qualificata più che folle di curiosi. Molti, come sempre, anche gli stranieri. Se questa strategia abbia premiato lo si capirà comunque più avanti.
Quest’anno, però, Vinitaly ha fatto notizia soprattutto per la polemica di Salvini nei confronti del Capo dello Stato Mattarella accusato di essere complice dell’invasione dell’Italia da parte degli stranieri. Il Presidente della Repubblica non ha fatto altro che ribadire che il successo dell’export del vino italiano è la “conferma di come il destino dell’Italia sia legato al superamento delle frontiere, e non al loro ripristino”. Il leader della Lega si è affrettato a commentare su facebook: “Come a dire avanti tutti, in Italia può entrare chiunque. Se lo ha detto da sobrio, un solo commento: complice e venduto”. Il capo dello stato si riferiva al vino, è stato scritto, non ai migranti. Vero, ma la differenza di visione tra chi punta sulle frontiere e chi punto sul loro superamento resta valido. Non ci si pensa mai abbastanza: il viaggio e la permanenza dei migranti in Europa è pagato dall’economia più che dai governi, perché molte sono le relazioni commerciali che i paesi europei intrattengono con le loro nazioni d’origine e che generano introiti attraverso la tassazione. Chi punta su politiche protezionistiche, difficilmente potrà essere paladino della competitività dei nostri prodotti a livello internazionale.

Non tutti i settori hanno nell’export la chiave del successo e non tutte le aziende sono in grado di competere a livello internazionale, è vero, ma certamente per il settore vitivinicolo italiano il mercato estero resterà un volano di crescita decisivo anche nei prossimi anni. In questo senso le potenzialità sono ancora enormemente maggiori di quelle già raggiunte.

E come non sottolineare che per il vino le frontiere sono solo una linea su un foglio di carta?
La differenza tra Collio e Brda è ormai inesistente per chi percorre le colline che collegano le province di Gorizia e Udine, la si percepisce solo sulle etichette dei vini.
Ma c’è chi continua a sostenere che le frontiere e i confini debbano essere ripristinati e rafforzati.

Tornando a Vinitaly, il tema dell’export è stato uno dei leit motif dell’intera rassegna.

«Due anni fa a Vinitaly ci siamo dati l’obiettivo di raggiungere i 7,5 miliardi di export di vino entro il 2020 e di 50 miliardi per il comparto agroalimentare. Eravamo a 30 miliardi e oggi siamo arrivati a 36,9 miliardi, nel vino eravamo a 4,9 miliardi e siamo a 5,4 miliardi: possiamo farcela» ha detto Matteo Renzi durante al sua visita lunedì, giornata nella quale ha incontrato il cinese Jack Ma, fondatore di Alibaba, in un dibattito sul futuro del vino e la sfida del digitale.

«Credo che riusciremo ad accorciare le distanze tra lo spazio di mercato del vino francese in Cina, che è al 55%, contro il 6% della quota italiana» – ha specificato Ma –. «Voglio essere l’ambasciatore dei prodotti italiani in Cina, Alibaba deve essere la porta di ingresso dei prodotti italiani in Cina e faremo in modo di proteggere anche i vostri diritti su proprietà intellettuale».

Sono tanti i segnali incoraggianti per l’export del vino italiano, dunque, e prova ne è soprattutto l’aumento del numero di buyer esteri presenti quest’anno a Vinitaly: Stati Uniti (+25%), Germania (+11%), Regno Unito (+18%), Francia (+29%), Canada (+30%), Cina (+130%), Giappone (+ 21%), Paesi del Nord Europa (+8%), Paesi Bassi (+24%) e Russia (+18 per cento), solo per citarne alcuni.

L’Italia, in continuità con Expo2015 ha l’ambizione di guidare le strategie e le politiche agroalimentari d’Europa e del Mondo, e nulla stride con questa ambizione più della dichiarazione indispettita del leader della Lega, partito che amministra due regioni chiave nel settore come la Lombardia e il Veneto – quest’ultima non a caso sede del Vinitaly, benché oggi l’Assessore Lombardo Fava dichiari che andrebbe spostato a Milano. Al di là dei piccoli interessi di parte, che ha dimostrato di saper tutelare fin troppo in chiave territoriale o corporativa, la visione del mondo della Lega Nord molto difficilmente può essere quella capace di condurre e guidare quei processi che – anche laddove è stata ed è forza di governo – sin qui ha solo subito e al massimo a mala pena criticato.

Nei padiglioni del Vinitaly non si trovano solo bottiglie di vino e calici per l’assaggio da difendere rispetto all’offerta straniera, ma spazi dedicati all’innovazione e alla convegnistica scientifica che per definizione non possono che essere anche internazionali e multidisciplinari: è da qui che occorre partire se si vuol dare al settore la possibilità di esprimere al meglio le potenzialità che ha già dimostrato di saper in parte intercettare. La sede del Vinitaly, in questo senso, può anche essere un tema da affrontare con attenzione, ma certamente non può essere quello dirimente per vincere la concorrenza di Dusseldorf.

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