Referendum trivelle. Proviamo a capirci qualcosa.

3 aprile 2016 di fabio pizzul

In Italia ogni appuntamento elettorale, sia esso referendum o voto amministrativo, si trasforma in una sorta di giudizio finale sul governo in carica. dopo le vicende che hanno portato alle sacrosante dimissioni del ministro Guidi, anche il referendum sulle trivelle del prossimo 17 aprile sembra assumere questa caratteristica.
Non mi pare corretto. E’ bene piuttosto tentare di capire perchè siamo chiamati a un referendum di cui quasi tutti ignorano il contenuto e quali conseguenze provoca una scelta piuttosto che l’altra.

Molto utile, in quest’ottica, mi pare la pagina che Avvenire ha dedicato nella sua edizione odierna al tema referendum.
Vi riporto il testo dell’articolo di Paolo Viana.

Il referendum popolare del 17 aprile è come l’innesco di una bomba. Se fa cilecca non succede nulla. Se invece si attiva, le conseguenze sono ben superiori a quelle promesse dal quesito. Tra due settimane, agli elettori maggiorenni di tutta Italia che si recheranno alle urne dalle 7 alle 23 verrà chiesto infatti di rispondere alla seguente domanda: «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, ‘Norme in materia ambientale’, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 ‘Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)’, limitatamente alle seguenti parole: ‘per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale »? Più chiaramente: volete che, al termine delle concessioni già rilasciate, le società ! petrolifere che attualmente estraggono gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane, non possano continuare a farlo fino ad esaurimento del giacimento, senza limiti di tempo? Come sempre, il referendum sarà valido se verrà raggiunto il quorum (50% + 1 degli aventi diritto); vince chi si aggiudica la maggioranza dei voti validi.

Se vince il ‘sì’. Questo referendum abrogativo è stato promosso da nove Regioni (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) e produce effetti giuridici solo in caso di vittoria del ‘sì’. In ogni caso, non sono in discussione tutte le concessioni petrolifere e – sul piano strettamente giuridico – il voto non avrà effetti sull’intera politica energetica del Paese: condizionerà solo alcune delle concessioni marine già riconosciute, ossia quelle ubicate ent! ro le 12 miglia dalla costa o dalle aree protette (poiché le ! altre co ntinueranno a durare al massimo 30 anni), che, diversamente dal passato e da tutte le altre concessioni pubbliche, in base alla legge di Stabilità sono rinnovate oltre la loro scadenza fino a che il giacimento non è più considerato remunerativo. Se tutta la questione si esaurisse qui, una vittoria del ‘sì’ imporrebbe unicamente di interrompere quelle perforazioni o di trattare nuovamente royalties e scadenze con le società minerarie (italiane e straniere). Quindi, nessuno stop immediato alle piattafor- me attive né la perdita di posti di lavoro. Tuttavia, in caso di vittoria del ‘sì’ alla scadenza delle concessioni governative, decine di giacimenti dovrebbero essere abbandonati, con una perdita economica e occupazionale certa ancorché difficile da stimare, perché, come accade spesso in politica, i numeri vengono piegati alle convenienze di parte.

Quante piattaforme ‘r! ischiano’.

I numeri sono sufficientemente chiari se ci si ferma alla fotografia delle concessioni su cui impatta il referendum. Rispetto all’intera industria estrattiva, che conta, secondo il ministero dell’Ambiente, più di 1.200 pozzi che coprono il 10% del fabbisogno nazionale di gas e il 7% del petrolio, la consultazione popolare, stando ai dati di Legambiente, mette a repentaglio il 27% del totale del gas e il 9% del greggio estratti in Italia che rappresentano però lo 0,95% del fabbisogno nazionale di petrolio e il 3% di gas. Più analiticamente, il voto popolare condizionerà, in caso di vittoria del ‘sì’ il futuro delle 35 concessioni di coltivazione che si trovano entro le 12 miglia; di queste, 3 sono inattive, 1 è in sospeso e 5 non risultano produttive. Pertanto, sono 26 le concessioni attive (79 piattaforme e 463 pozzi) che rischiano di vede! r saltare il proprio piano industriale in caso di vittoria de! i refere ndari e, di queste, 9 concessioni (38 piattaforme) sono già scadute o si trovano in scadenza e hanno già presentato una richiesta di proroga, mentre 17 (41 piattaforme) scadranno tra il 2017 e il 2027 e andranno alla normale scadenza anche in caso di vittoria dei ‘sì’.

Soldi e lavoro. Ben più complessa la stima degli effetti economici del referendum. Il ministro dell’Ambiente, Gianluca Galletti, nei giorni scorsi ha parlato di «ricadute oc- cupazionali pesantissime» quantificando in «10mila posti più l’indotto e miliardi di investimenti» il costo di una vittoria del ‘sì’. Valutazioni che Nuova Ecologia smonta così: «Assomineraria parla di 13mila occupati nel settore estrattivo in tutta Italia, tra attività a terra e a mare (dentro e fuor! i le dodici miglia) e 5mila posti di lavoro a rischio con il referendum (…). Le stime ufficiali riguardanti l’intero settore di estrazione di petrolio e gas in Italia (fonte Isfol – Ente pubblico di ricerca sui temi della formazione, delle politiche sociali e del lavoro) parlano invece di 9mila impiegati in tutta Italia e di un settore già in crisi da tempo. Secondo l’ultimo rapporto della società di consulenza Deloitte, il 35% delle compagnie petrolifere, a causa del crollo del prezzo del greggio, è ad alto rischio di fallimento nel 2016, con un debito accumulato complessivamente di 150 miliardi di dollari».

Le ragioni del sì. Il fronte del ‘sì’ è composito, perché va dalle Regioni ai comitati No Triv. Semplificando, chiede agli italiani di recarsi a votare il 17 aprile e di votare ‘sì’ perché le ricerche di petrolio e gas mettono a rischio gl! i habita t marini e non danno un beneficio durevole al Paese; in particolare, teme un incidente come quello avvenuto nel 2010 nel Golfo del Messico. Propone di convertire i lavoratori dell’industria mineraria nella produzione di energie rinnovabili da cui dipende più del 40% della nostra energia elettrica e che dà già lavoro a 60mila addetti, con una ricaduta di 6 miliardi di euro.

Le ragioni del no. Anche il ‘no’ rappresenta una galassia complessa, che va dal governo, che ha negato l’accorpamento del referendum alle elezioni amministrative per disincentivare la partecipazione, al comitato Ottimisti e Razionali, l’alter ego ‘industriale’ dei No Triv. Chi chiede agli italiani di non andare alle urne o di votare ‘no’ avanza motivi economici e ambientali: secondo gli Ottimisti e Razionali, se si limita la durata delle concessioni – oltre a perdere lavo! ro e ricchezza nazionale – ci saranno meno investimenti e quindi anche meno si- curezza degli impianti, la cui sostenibilità, comunque, è garantita dalla rigidità delle procedure autorizzative e dal fatto che questo tipo di industria produce meno rifiuti rispetto ad altre, come la chimica e la siderurgia.

La posta in gioco. Su un punto sono tutti sinceri. Dal premier che cercherà di imporre la linea del ‘no’ alla direzione Dem di domani, che si preannuncia infuocata, al ministro Galletti, secondo cui il referendum significa solo «farsi del male»; da Legambiente, la quale annuncia che «il tempo delle fonti fossili è scaduto », al coordinamento nazionale No Triv, secondo cui «far esprimere gli italiani sulle scelte energetiche strategiche è la vera posta in gioco di questo referendum». La vera posta in gioco è politica. L’esito del! referendum può indicare l’adesione degli italiani a un ! modello di sviluppo diverso da quello che ispira il governo e che i fautori del ‘sì’ giudicano eccessivamente piegato alle logiche del mercato e poco partecipativo. In questa logica, si comprende anche il ruolo delle Regioni, soggette, da tempo, a un ridimensionamento politico e finanziario.

I cattolici. La Chiesa italiana in questi anni ha lavorato intensamente sui temi ambientali, una sensibilità catalizzata dalla ‘Laudato si’’: nelle scorse settimane alcuni vescovi, organismi diocesani e comunità si sono pronunciati in favore del sì al referendum. Esprimendo la posizione della Conferenza episcopale italiana, il segretario generale, monsignor Nunzio Galantino, ha spiegato che «non c’è un sì o un no da parte dei vescovi al referendum» ma ha invitato a «coinvolgere la gente a interessarsi alla questione». Manca il confronto ed invece bisogna «parlarne, non fe! rmarsi al sì o al no, perché manca un sufficiente coinvolgimento delle persone. E non si tratta – ha sottolineato – del solo problema delle trivelle, domani ci sarà quello del nucleare, poi altri ancora. Manca piuttosto l’approccio culturale, il ragionare sulle cose».

Utili anche la grafica qui di seguito e i successivi box di testo che riporto più in basso.
Ovviamente, se fate riferimento direttamente a “Avvenire” è tutto più chiaro e gradevole a livello grafico, ma mi è parso utile rilanciare il bel lavoro della redazione.

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Se vince il ‘sì’ (con quorum raggiunto)

STOP ESTRAZIONE

Con il sì, le società petrolifere dovranno mettere fine alle loro attività di ricerca ed estrazione secondo la scadenza fissata dalle loro concessioni, e quindi secondo la data stabilita al momento del rilascio dell’autorizzazione alle compagnie stesse, al di là delle condizioni del giacimento. Lo stop, quindi, non sarebbe immediato, ma arriverebbe solo alla scadenza dei contratti già attivi.

LE CONCESSIONI

A oggi nel nostro mare entro le 12 miglia sono presenti 35 concessioni di coltivazione (ovvero, estrazione) di idrocarburi, di cui 3 inattive, una è in sospeso fino alla fine del 2016 (al largo delle coste abruzzesi), 5 non produttive nel 2015. Le restanti 26 concessioni, per un totale di 79 piattaforme e 463 pozzi, sono distribuite tra mar! Adriatico, mar Ionio e canale di Sicilia (si veda anche la cartina pubblicata sopra).

EFFETTI DAL 2018

Il referendum avrebbe conseguenze già entro il 2018 per 21 concessioni in totale sulle 31 attive: 7 sono in Sicilia, 5 in Calabria, 3 in Puglia, 2 in Basilicata e in Emilia-Romagna, una in Veneto e nelle Marche. Il quesito referendario riguarda anche 9 permessi di ricerca, tra i quali quattro nell’alto Mare Adriatico, 2 nell’Adriatico centrale, uno nel mare di Sicilia e uno al largo dell’isola di Pantelleria.

Se vince il ‘no’ (o se manca il quorum)

DOPPIO ESITO

Con la vittoria del no o il mancato raggiungimento del quorum (perché sia valido, come vuole la Costituzione, il referendum dovrà infatti raggiungere la partecipazione del cinquanta per cento più uno degli elettori), la legge in vigore non sarebbe abrogata e le attività di ricerca ed estrazione non avrebbero una data di scadenza certa, ma potrebbero proseguire fino all’esaurimento dei giacimenti interessati.

PROROGHE POSSIBILI

Le concessioni attualmente in essere hanno una durata di trent’anni con la possibilità di due successive proroghe, di dieci e di cinque anni che, in caso di vittoria del no, potrebbero essere concesse, prolungando così il periodo di attività delle trivellazioni. Con una modifica apportata al testo in materia dall’ultim! a legge di stabilità potrebbero però rimanere ‘per la durata di vita del giacimento’.

IMPATTO AMBIENTE

Con la vittoria del «no» al referendum del 17 aprile, o con il mancato raggiungimento del quorum del 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto, la possibilità di proroghe illimitate rimarrebbe, ovviamente nel rispetto delle valutazioni di impatto ambientale che andranno in ogni caso fatte in caso di richiesta di rinnovo della concessione alle trivellazioni.

Tornerò sul tema nei prossimi giorni per dirvi, se vi interessa, come intendo comportarmi il 17 aprile.
Intanto mi pareva utile favorire un po’ di informazione sul tema.

2 commenti su “Referendum trivelle. Proviamo a capirci qualcosa.

  1. Gianluigi Brambilla

    E non si smetterà di usare petrolio importato dagli arabi, perché nessuno smetterà di riscaldare casa e viaggiare in automobile per almeno altri trent’anni.
    Il metano poi cosa c’entra…al momento è l’energia fossile più pulita.
    Bisogna essere coerenti, se si vota si…viaggiare in bicicletta, riscaldare una sola stanza, vacanze nella propria città, abiti di fibra naturale anche se costosi, cibo a km zero, curarsi con metodi naturali e quando è grave, caput.
    Certo….l’energia alternativa, solare, eolica, idroelettrica, ma la più promettente è la geotermica e anche qui bisogna usare le trivelle, il calore si trova nelle profondità della terra e la tecnologia arriva dalle attuali perforazioni …..

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  2. riccardo

    Per dare un contributo alla informazione sul referendum del prossimo 17 aprile consiglio anche di leggere l’articolo de La Voce
    http://www.lavoce.info/archives/40490/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-di-trivelle-e-referendum/ (tasto destro clicca)

    Non si tratta di dare un giudizio sul governo o meno salvo il voler strumentalizzare sempre tutto.
    La consultazione referendaria assume in sintesi questi significati, pur rendendomi conto che ogni semplificazione può risultare fuorviante :
    1) il SI ha valore simbolico e di coerenza con gli impegni che anche il nostro paese ha preso alla recente conferenza di Parigi di attivarsi per la riduzione dei combustibili fossili e del gas serra . Il tutto in linea con un concreto passo secondo i principi ideali della Laudato si’.
    2) il NO esprime una valutazione pragmatica e di realismo circa la consapevolezza che dal petrolio ancora dipendiamo per il nostro vivere quotidiano. Quello che abbiamo in casa non lo dobbiamo importare, anche se un quota piccola del nostro fabbisogno. Royalties da ( ri) negoziare con i concessionari.
    Riccardo Magni

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