In ricordo di Umberto Eco

24 febbraio 2016 di fabio pizzul

Tra le tante manifestazioni di cordoglio e di partecipazione al lutto per la morte di Umberto Eco, c’è stata anche quella del Senato della Repubblica che, in apertura della seduta pomeridiana del 23 febbraio, ha osservato un minuto di silenzio dopo il discorso commemorativo della presidente di turno, la senatrice Linda Lanzillotta.
Sono seguiti poi gli interventi di diversi senatori, compreso il presidente emerito Giorgio Napolitano.
Vi riporto qui di seguito la trascrizione stenografica degli interventi.
Un modo per ricordare il grande intellettuale scomparso a Milano il 19 febbraio scorso e per prendere atto di come in Senato in questi giorni non si parli solo di unioni civili.
Non formulo alcun giudizio sui singoli interventi, ma sorrido immaginandomi come avrebbe potuto reagire ad essi lo stesso Uberto Eco.

Sulla scomparsa di Umberto Eco

PRESIDENTE. (Si leva in piedi e con lui tutta l’Assemblea). Onorevoli colleghi, lo scorso 19 febbraio si è spento Umberto Eco, uno dei più grandi intellettuali italiani ed europei del nostro tempo. Con lui scompare una figura dai tratti geniali e poliedrici, oltre che un protagonista del panorama culturale mondiale.
Critico, saggista, scrittore e semiologo di fama internazionale, uomo di sconfinata cultura, Umberto Eco nasce ad Alessandria il 5 gennaio del 1932. Nel 1954, si laurea, all’età di ventidue anni, all’Università di Torino, svolgendo una tesi sul pensiero estetico di Tommaso d’Aquino ed iniziando ad occuparsi di un settore di indagine – quello della cultura e della filosofia medievale – che non avrebbe più abbandonato. Proprio dallo sviluppo della tesi di laurea trae origine il suo primo saggio, «Il problema estetico in San Tommaso», pubblicato nel 1956, e poi ripreso con aggiornamenti sempre più acuti e sofisticati.
Dopo aver lavorato, dal 1954 al 1959, come editore dei programmi culturali della RAI, negli anni Sessanta insegna, prima, presso la facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Milano, poi, presso le facoltà di architettura dell’Università di Firenze e del Politecnico di Milano.
Ha fatto parte del movimento letterario d’avanguardia Gruppo 63, rivelandosi un teorico acuto e brillante. Nel 1975 diviene professore ordinario di semiotica all’Università di Bologna, dove fonda una scuola accademica di grande prestigio e vivacità. Presso lo stesso ateneo, negli anni 1976-1977 e 1980-1983, dirige l’Istituto di discipline della comunicazione e dello spettacolo, mentre, dal 2008, continua a svolgere l’attività accademica quale professore emerito e presidente della Scuola superiore di studi umanistici.
Eco è stato insignito di molti titoli onorifici da parte di università europee ed americane, ricevendo quaranta lauree honoris causa. Dal 2010, era socio dell’Accademia dei Lincei.
Nel corso della sua intensa attività scientifica, Umberto Eco ha svolto indagini in molteplici direzioni, con particolare riferimento alla storia dell’estetica, alle poetiche d’avanguardia, alle tecniche della comunicazione di massa e alla cultura di consumo.
Gli studi sull’influenza dei mass media nella cultura di massa lo hanno portato a scrivere numerosi contributi su giornali e riviste, poi confluiti in «Diario minimo» (1963) e «Apocalittici e integrati» (1964).
Gli studi semiotici hanno altresì condotto alla pubblicazione, nel 1968, de «La struttura assente», a cui hanno fatto seguito, nel 1975, il «Trattato di semiotica generale» e, nel 1984, «Semiotica e filosofia del linguaggio».
Il 1980 è stato l’anno dell’esordio nel campo della narrativa, con il celeberrimo romanzo «Il nome della rosa» – successivamente tradotto in 47 lingue – che, oltre a rappresentare un grande successo di pubblico e di critica, ha dato ad Eco una meritata fama internazionale.
La molteplice e variegata produzione culturale di un intellettuale come Umberto Eco può essere soltanto vagamente tratteggiata nelle poche righe di un discorso commemorativo. Soprattutto è difficile non ricordare la sua eccezionale curiosità per tutti i fenomeni sociali, una curiosità che lo ha portato ad analizzare e ad aiutarci a comprendere le più varie manifestazioni sociali e culturali della contemporaneità. Sicuramente la sua scomparsa lascia un vuoto difficilmente colmabile nella coscienza culturale e civile del nostro Paese.
Nel rinnovare la partecipazione profonda e sincera del Senato della Repubblica al dolore della famiglia, dei colleghi, degli allievi e dell’intera comunità accademica e scientifica, invito l’Assemblea ad osservare un munito di raccoglimento. (L’Assemblea osserva un minuto di silenzio). (Applausi).

ZANDA (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ZANDA (PD). Signora Presidente, poche volte, anche di personalità molto eminenti, possiamo dire con parole di verità quel che oggi diciamo di Umberto Eco: è stato un grande italiano.
Come lei ha ricordato, Presidente, è stato uno straordinario innovatore, un fantastico narratore, uno scrittore di sicuro successo, autore di romanzi e saggi di cui ha venduto in tutto il mondo milioni e milioni di copie.
Amava filosofia e storia, semiotica e giornalismo, politica e televisione, nuove tecnologie e antichi incunaboli, libri e fumetti. Ma in fondo, la sua vera vocazione, la più radicata passione di tutta la sua vita sono state la scuola e il rapporto con l’insegnamento. Ai suoi studenti diceva «siate precisi»; mettete a fondamento di ogni cosa che dite o che fate la ricchezza del vostro sapere; ricordatevi che il pensiero moderno può trarre alimento anche dalla filosofia greca del Quattrocento prima di Cristo o dalla teologia ebraica di alcuni millenni fa, dagli insegnamenti di Socrate e da quelli di San Tommaso d’Aquino. In una parola, Eco ricordava che per il governo del tempo presente e la preparazione del tempo futuro dobbiamo conoscere e studiare il nostro passato.
Grandissimo frequentatore di biblioteche, la parola chiave del suo insegnamento era «enciclopedia». Spiegava ai suoi alunni il valore nobile dell’erudizione, ponendo così l’ampiezza e la profondità del sapere a base indispensabile di ogni cultura. La dice lunga il fatto che considerava un suo figlio prediletto, tra tanti più celebrati, il suo saggio «Come si fa una tesi di laurea».
Oltre ad essere intellettuale, docente e scrittore dotato di una gigantesca cultura, oggi lo voglio ricordare anche per la sua straordinaria modernità, per la sua ironica e distaccata interpretazione di un mondo dove la verità sta ormai solo nel pensiero capace di collegare le discipline umanistiche con quelle scientifiche, le analisi sociali con le esperienze storiche e la rivoluzione tecnologica, il pensiero laico con quello religioso, la dottrina politica con le scienze economiche.
Nel nostro tempo, un tempo di specializzazione e di analisi del particolare, Umberto Eco ha rappresentato la vera modernità, che oggi consiste nel saper restituire ad unità i miliardi di frammenti di informazioni del passato e del presente che concorrono, tutti insieme, a determinare la realtà in cui viviamo.
Eco ci ha insegnato che dobbiamo conoscere “l’enciclopedia”, ma dobbiamo anche sapere che nel mondo che stiamo vivendo “tutto si tiene insieme”. E questo spirito di Umberto Eco, fatto di conoscenza e di sintesi, deve essere anche il nostro. Tutto il nostro sapere, tutta la nostra capacità politica, tutta la lealtà verso i nostri partiti, servono a poco se manca quella visione dell’interesse nazionale che è la prima delle ragioni per le quali siamo stati eletti.
Il grande romanzo che ha dato a Umberto Eco la gloria planetaria è «Il nome della rosa», un racconto straordinario e insieme un imperdibile affresco della cultura, della storia e della civiltà medioevale, con tutte le complesse sfaccettature di bellezza e di mostruosità che sempre accompagnano i secoli delle grandi trasformazioni e dei grandi cambiamenti della storia.
In questo eccezionale lavoro, in questo romanzo di grande fascino, Umberto Eco ha rivelato ancora una volta la sua inimitabile modernità. «Il nome della rosa» è stato scritto da Eco negli anni nei quali le strade del nostro Paese erano insanguinate dal terrorismo e conteneva l’incitamento ad usare la tolleranza e la cultura contro ogni violenza politica.
Anche noi, oggi, viviamo in un tempo di mezzo, in un tempo di transizione, un tempo di cambiamenti radicali che in alcune aree del pianeta avvengono in pace, in altre nella guerra. Cambiano gli istituti giuridici, cambiano le istituzioni, cambiano i costumi e le abitudini e, di molte nazioni, cambiano anche i confini.
Anche le persone oggi, come i personaggi del romanzo «Il nome della rosa», sono vittime di angosce, di nevrosi, di forti insicurezze e della paura d’essere rimaste senza più difese in un mondo che quotidianamente cambia sotto i nostri occhi e tutto questo Umberto Eco lo ha visto con chiarezza e ce lo ha raccontato mirabilmente. È, veramente, un grande italiano.
Ho avuto la fortuna di incontrare Umberto Eco negli anni in cui mi sono occupato di carta stampata. Aggiungo, quindi, il mio personale dolore per la sua scomparsa al lutto di tutte le senatrici e di tutti i senatori del Partito Democratico. (Applausi dai Gruppi PD e AP (NCD-UDC) e del senatore De Cristofaro).

CARRARO (FI-PdL XVII). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CARRARO (FI-PdL XVII). Signora Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, Indro Montanelli, uno dei più grandi giornalisti del Novecento, rimproverava gli intellettuali italiani di essere una casta isolata, un apogeo nel quale ci si compiaceva e ci si parlava a vicenda, escludendo quasi coloro i quali non facevano parte del loro mondo.
Certamente non era un tipo di intellettuale del genere Umberto Eco: un intellettuale raffinato, un divoratore di libri ma, contemporaneamente, molto interessato alle persone e alla società, sempre curioso, orientato a capire e desideroso di farsi capire.
Il suo interesse per l’influenza nella società dei mass media, nella televisione, il fatto di essersi dedicato alla semiotica e di essersi occupato di fumetti, di fotoromanzi, di musica popolare, con saggi su James Bond, sull’enigmistica e sul romanzo di appendice, sul labirinto e le società segrete, dimostrano l’ansia di un uomo che divorava libri ma che, contemporaneamente, voleva dialogare con le persone. Ed è un merito che gli va riconosciuto e, come naturale conseguenza lo porta ad essere stato un grande collaboratore di un settimanale e di molti quotidiani.
Forza Italia ricorda con rispetto questo intellettuale, pur se schierato certe volte in modo anche violento nei confronti del nostro Gruppo e del suo leader. Penso che la morte sani i dissidi e che occorra tener presente le idee dell’interlocutore, rispettandolo sempre ed onorandolo per quanto di buono ha fatto a favore della società italiana. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

MONTEVECCHI (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MONTEVECCHI (M5S). Signora Presidente, anche il Movimento 5 Stelle si unisce al ricordo di Umberto Eco.

Non enumereremo nuovamente tutti i campi del sapere e le numerose importanti iniziative di cui Eco fu anima propulsivae fondamentale. Chi come me ha avuto l’onore di frequentare l’Università degli studi di Bologna, conserva dei ricordi anche personali di questo grande professore, perché alle lezioni di Eco si andava anche se non facevano parte del proprio percorso di studi. Umberto Eco ha dato tanto all’Università degli studi di Bologna, fondando e dando impulso a una parte del dipartimento delle discipline per lo spettacolo, al corso di laurea in scienze della comunicazione e alla scuola superiore di studi umanistici.
Noi oggi desideriamo ricordare Umberto Eco per le innumerevoli lezioni di vita che ha dato fuori delle aule universitarie, semplicemente vivendo. Noi crediamo che, con quelle lezioni, Eco abbia insegnato a tutti noi e continuerà ad insegnare alle generazioni future l’importanza di coltivare lo studio e la lettura, di saper mettere in discussione le proprie convinzioni (finanche a cambiarle) e di coltivare la curiosità ed il piglio investigativo di chi non si accontenta di una conoscenza superficiale, ma va a fondo nelle cose per poter sviluppare un sano e pieno spirito critico e navigare in modo sicuro nel mare magnum dell’informazione e del web. Egli ci ha insegnato ad osservare la realtà senza snobismo, ma cogliendo in ogni espressione umana una lezione universale.
A noi piace salutarlo ricordando una delle sue celebri frasi presente in un articolo intitolato: «Perché i libri allungano la vita». Umberto Eco scriveva: «Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge, avrà vissuto 5.000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito (…) perché la lettura è un’immortalità all’indietro».
Noi oggi ringraziamo Eco perché con la sua opera monumentale ci permette ogni giorno di vivere un’immortalità all’indietro. (Applausi dai Gruppi M5S, PD, Misto e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE).

MANCUSO (AP (NCD-UDC)). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MANCUSO (AP (NCD-UDC)). Signora Presidente, anche noi del Gruppo Area Popolare (NCD-UDC) ci associamo al dolore non solo della famiglia, ma degli italiani tutti per la morte di uno straordinario italiano, Umberto Eco, che consideriamo precoce a prescindere dall’età, perché egli dimostrava di essere ancora capace ed in grado di dare molto, in termini di cultura, pensiero ed idee, alla società italiana.
Egli fu un personaggio straordinario: un uomo, uno scrittore e un intellettuale di cui la cultura occidentale si occuperà a lungo; un uomo che si qualificava come tale con il suo stile di vita sobrio e semplice, ma anche severo; una grande personalità, con la sua doppia dimensione – unica – di semiologo raffinato e medievista. Ha parlato con la stessa semplicità e acutezza della fenomenologia di Mike Bongiorno e di un mondo complesso come quello che risiedeva nel suo romanzo «Il nome della rosa».
Ma era anche uno scrittore e un uomo molto divertente. Sicuramente non ha avuto una vita noiosa e chi l’ha conosciuto, come i suoi amici, lo ricorda come grande intrattenitore e grande conversatore, pronto a divertirsi in compagnia, a cantare e a ballare. Addirittura sapeva suonare il flauto.
Tutto il mondo desidera ricordarlo e ringraziarlo per quanto ha lasciato in termini di patrimonio di cultura, di sapere e di umanità sincera: il massimo livello di conoscenza e di studio tra filosofia umanistica, storia medievale, etica, semiotica, scienza della comunicazione, un traguardo irraggiungibile riconosciuto a livello mondiale. Egli era capace di raccontare, con parole comprensibili a tutti, la complessità del mondo.
Noi lo ricordiamo e vogliamo, in questo momento, allontanare gli spettri di un personaggio che probabilmente ci era ideologicamente ostile. Lo abbiamo accettato e apprezzato nonostante le sue idee. Tra i suoi aforismi, quello che ricordo meglio e che mi ha colpito è il seguente: «Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge, avrà vissuto 5.000 anni». (Applausi dal Gruppo AP (NCD-UDC)).

DE CRISTOFARO (Misto-SEL). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE CRISTOFARO (Misto-SEL). Signora Presidente, ascoltandolo oppure leggendolo c’era ogni volta da chiedersi di quante ore fosse fatta la giornata quotidiana di Umberto Eco. Nessuno come lui poteva essere definito al tempo stesso filosofo, filologo, semiologo, romanziere o saggista; nessuno come lui e non soltanto in Italia. Siamo rimasti infatti sorpresi nell’apprendere che dalla Francia agli Stati Uniti, come in tante altre parti del mondo, la sua scomparsa è stata la notizia di apertura dei canali televisivi di informazione. Ma in realtà siamo rimasti sorpresi perché, immersi come siamo nelle miserie del dibattito pubblico, soprattutto quello politico del nostro Paese, abbiamo finito con il trascurare, anche semplicemente considerandola normale, la presenza di una coscienza critica che, in nome della cultura, del sapere e della ricerca, ogni volta rischiarava le nebbie del tempo, fosse quello cupo e lontano del Medio Evo come quello incerto del nostro presente.
Quella sua cultura, che giustamente è stata definita sterminata, come non avesse in alcun punto fine, era molto di più di una già rara erudizione. Lo era per il fatto che il metodo del suo sapere agiva in profondità per creare ogni volta connessioni, relazioni e interazioni di tempo, di cultura e di disciplina anche radicalmente distanti le une dalle altre. Ed è proprio qui che si situa la sua originalità, la sua unicità di scienziato della parola, dell’immagine, del sapere del mondo e della vita umana come di un’opera aperta, per usare appunto una sua felice espressione.
Ma le testimonianze che si sono sollevate in sua memoria in queste ore, seguite alla notizia della sua scomparsa, ci rendono conto di un aspetto forse meno noto e che invece vogliamo qui richiamare: la dimensione di Eco come insegnante, una dimensione permanente, portata avanti nelle università italiane, francesi e americane, dove adesso ci si forma sui suoi trattati di semiologia; un esercizio di tempo incalcolabile, dedicato a preparare una lezione, a ricevere gli studenti, a leggere e a discutere una tesi; un tempo prezioso e unico per trasmettere nel modo più diretto la conoscenza e per formare la coscienza di ogni studente. È un esercizio che Umberto Eco non ha mai delegato, come talvolta è costume in ambito universitario, per il fatto che delle università aveva proprio quell’idea e quella pratica originaria propria di un rapporto diretto, libero, dove le idee si confrontano e si misurano sempre, siano quelle di chi siede in cattedra come quelle di chi prende appunti.
Quel che Eco con la sua opera e il suo lavoro ci ha insegnato è davvero qualcosa di ricco e complesso e il tempo che verrà dopo la sua scomparsa ci dovrà servire a coltivarne non solo la memoria ma l’approfondimento critico e ad indagarne gli sviluppi futuri e oggi ancora inesplorati che essa contiene.
Dico questo perché la grandezza del suo lascito culturale non riguarda soltanto lo smisurato dislivello che il mondo oggi conosce, un mondo sempre più informato, sempre più connesso, sempre più apparentemente documentato, tra conoscenza ed ignoranza; un dislivello entro cui agiscono differenze, discriminazioni, ingiustizie, forme di possesso e di potere. In Eco c’è qualcosa di più complesso, appunto, che riguarda la conoscenza in sé; una conoscenza che va a sua volta cambiata, che non è mai autosufficiente, che necessita anche di strumenti inediti, dinanzi, come siamo, a stravolgimenti del pianeta, dell’antropologia dell’umano, dell’intelligenza artificiale. Penso si possa collocare qui la sua visione – diciamo pure né apocalittica, né integrata – anche, per esempio, dell’irrompere degli stessi social network nella vita quotidiana della moltitudine, determinandone linguaggi e valori, quasi una compiuta visione del mondo. La sua, invece, è una visione molto critica e molto severa, ma critica e severa in quel preciso punto in cui l’uso dello strumento si affina sino a snaturare il vivente, il suo punto di vista autonomo, il valore di un confronto vivo e fertile, conflittuale e democratico; proprio l’opposto di quella a volte banalizzazione del sistema binario del “mi piace” e del “non mi piace”.
Questo modo di conoscere e pensare il mondo non poteva non accostare Eco, sin dall’inizio del suo percorso, ad una dimensione che definirei democratica e progressista della società e del suo strumento per realizzarlo, cioè la politica. Fu protagonista in tutte le battaglie di libertà, riguardassero il nodo tra potere ed informazione, il superamento del conflitto di interessi, il ruolo pubblico e culturalmente innovativo della RAI. Non ha mai taciuto, nemmeno una volta, la sua opinione.
Penso davvero che non ci sia niente di retorico nel dire che Umberto Eco ha dato onore al nostro Paese. (Applausi dai Gruppi Misto-SEL e PD).

NAPOLITANO (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

NAPOLITANO (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signora Presidente, il discorso su quel che Umberto Eco ha rappresentato per l’Italia e ben oltre i confini dell’Italia, su quel che da lui abbiamo ricevuto e su quel che con lui oggi perdiamo, può essere affidato solo ad un concerto di voci e di saperi che si è già largamente e con grande passione manifestato negli ultimi giorni. Mi limiterò quindi a ricordare in modo particolare l’uomo, come l’ho conosciuto nel corso di decenni.
Umberto Eco non era un uomo che sapeva tutto, né tanto meno che pretendeva di sapere tutto, anche se sapeva molto. In lui non ci fu mai neppure l’ombra di un atteggiamento di presunzione o di aristocratica superiorità. Fu invece più di chiunque altro sensibile e vicino, interpretandoli, a tutti gli impulsi, i talenti, i gusti popolari, a tutte le forme di espressione più dirette ed immediate. E quando scrisse, da geniale narratore, scrisse per tutti e scrisse per i giovani. A chiunque l’avvicinasse appariva com’era: uomo semplice, aperto, ricco di ironia, di curiosità e di umori vitali, di senso concreto e comprensivo della realtà; un uomo capace sempre di porsi in sintonia con gli altri, di trasmettere e di suscitare simpatia. Per tutto questo, sarà ricordato da molti italiani di ogni ceto sociale e di ogni generazione.
Mi si lasci infine ricordare il contributo che egli diede ad un’iniziativa svoltasi in Quirinale nel novembre 2014, in occasione della Presidenza di turno italiana dell’Unione europea, sul tema dell’Europa della cultura. Ai giovani e alle ragazze delle scuole superiori di diverse Regioni, raccolti nel Salone dei corazzieri, egli offrì, da grande maestro qual era, una sintesi di straordinaria forza comunicativa della nozione di cultura europea: cultura europea come realtà cresciuta nel lungo corso della storia, accogliendo e accomunando, nella loro molteplicità, le tradizioni e le culture nazionali; comune cultura europea che nessuna regressione politica nazionalistica potrà cancellare e che si presenta oggi come un’ancora di salvezza per il progetto di pace, di libertà e di progresso dell’Europa unita. (Applausi dai Gruppi PD e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE)).

MAZZONI (AL-A). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MAZZONI (AL-A). Signora Presidente, credo che la migliore immagine postuma di chi è veramente stato per la cultura Umberto Eco ce l’abbia regalata Bernard-Henri Lévy: un pozzo senza fondo di scienza, una riserva quasi infinita di intelligenza. Henri Lévy ha ricordato quando, alla metà degli anni Settanta, in un’assemblea affollata di autonomi a Roma, Eco cercò di spiegare, tra le urla e le contestazioni di quella gioventù alla deriva, che la lotta armata era una mostruosità, una ripetizione del fascismo, insomma una follia. Furono parole limpide a fronte della minaccia terroristica, anche se nel 1971 lo stesso Eco era stato uno 757 firmatari della lettera aperta a «l’Espresso» sul caso Pinelli e dell’autodenuncia di solidarietà al direttore di «Lotta Continua», accusato di istigazione a delinquere. Tale contraddizione segnò in negativo in quegli anni drammatici tanta parte della cultura di sinistra.
Umberto Eco è stato quindi anche questo: un geniale maestro delle contraddizioni. Ce lo ha raccontato in questi giorni Vittorio Messori, a cui Eco parlò della sua definitiva apostasia da ogni fede religiosa, a cominciare ovviamente da quella cattolica, lui che da giovane era stato tra i dirigenti della Gioventù italiana di azione cattolica (GIAC), e che aveva scelto San Tommaso D’Aquino per la sua tesi di laurea.
È stato senza ombra di dubbio uno dei più importanti intellettuali italiani del Novecento e probabilmente il più grande dal secondo dopoguerra: filosofo, semiologo, saggista, studioso attentissimo dei mass media in tutte le loro sfaccettature e in tutte le implicazioni sociali; resta leggendaria la sua “Fenomenologia di Mike Bongiorno” e resta fondamentale la sua diga culturale contro i pericoli di Internet.
Eco è stato anche un formidabile narratore, ma il suo nome va inevitabilmente iscritto nella schiera di quegli intellettuali di sinistra che, negli anni dei Governi Berlusconi, non hanno mai smesso, nemmeno per un istante, di affermare la superiorità etica e politica della sinistra sulla destra, dando ad esso una connotazione quasi antropologica. Tuttavia, Eco, rispetto al panorama troppo spesso grigio e conformista dell’intelligentia di sinistra, aveva il dono raro dell’ironia e soprattutto dell’autoironia, che ne smussavano dunque la faziosità.
Credo che, per ricordare nel modo più degno Umberto Eco, convenga rileggere «Il nome della rosa», in cui si ricostruisce l’Italia medioevale delle controversie religiose e degli scontri tra papato e impero, e «Il pendolo di Foucault», due delle rarissime opere grazie alle quali la cultura italiana è riuscita a imporsi a livello mondiale.
Eco è stato un autentico gigante del pensiero, ma anche un grande cultore dell’umorismo: così lo ha ricordato il suo grande amico Moni Ovadia; una voce che mancherà moltissimo a una cultura che lui molto più di altri ha contribuito a svecchiare. (Applausi dal Gruppo AL-A).

FERRARA Mario (GAL (GS, PpI, M, Id, E-E, MPL)). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FERRARA Mario (GAL (GS, PpI, M, Id, E-E, MPL)). Signora Presidente, io non condivido molto la necessità di intervenire da parte dei singoli senatori in occasione del venir meno di personaggi importanti come Umberto Eco. Tuttavia, il fatto che siano intervenuti il presidente Zanda e addirittura il presidente Napolitano mi fa capire che il non farlo sarebbe una scortesia istituzionale e, anche se rappresentante di uno dei Gruppi più piccoli, mi accingo a farlo con sentimento.
Infatti, anche se inizialmente e istintivamente guardavo con antipatia a Eco per il suo scrivere fortemente pervaso di un sentimento politico contrario al mio nella rubrica «La bustina di Minerva» e in altre sue manifestazioni letterarie, l’aver letto «Il nome della rosa» mi ha cambiato la vita. E lo dice lo stesso Umberto Eco, quando cerca di superare lo schernimento dei grandi romanzieri rispetto al comune dire che, se non fosse bruciata la biblioteca di Alessandria, nulla avrebbe dovuto o potuto essere più scritto, superando a questo punto l’avanguardia e scrivendo qualcosa che dicesse quanto già è stato scritto, in modo diverso.
Come diceva il presidente Napolitano, in quanto persona che sapeva tantissimo, appunto e proprio perché sapeva tantissimo, egli sapeva di non sapere. Scrivendo «Il nome della rosa», lo riscrive come un romanzo storico, che ripercorre la traccia de «I promessi sposi», attraverso il ritrovamento del manoscritto di Adso; lo fa scrivendo un romanzo storico che, oltre a ripercorrere la tradizione del romanzo manzoniano, omaggia la tradizione letteraria inglese, chiamando il protagonista Guglielmo di Baskerville proprio in ossequio a quello che lui riconosceva come un grande romanziere, sir Conan Doyle, che aveva scritto «Il mastino dei Baskerville»; lo fa, ancora, dividendo il racconto in sette giorni come – ricordiamo – è diviso in sette giorni l’Antico testamento. Fa tutto questo proprio perché dice di non sapere e deve rivolgersi a ciò che è già stato scritto e detto nel passato: nulla può essere detto se non quello che è già stato detto, in modo leggermente diverso.
Alla fine fa incendiare la biblioteca e non riesce a salvare la seconda parte della «Poetica» di Aristotele, che era quella che i monaci cercavano di nascondere, perché lì erano scritti i fondamenti della commedia, tra i quali – ricordiamo – il riso. Questo poi è il compimento magico di Eco. Perché il riso? Qual era lo slogan più utilizzato e affascinante del Sessantotto? «Una risata vi seppellirà». Ecco che Eco, allora, richiama il riso nella parte ultima e compie un miracolo, che va oltre la semiologia e la semiotica e fa parlare i ricordi. Dobbiamo soltanto ricordarci di questo, che lui stesso dice nell’appendice a «Il nome della rosa» e che ci fa capire che ci siamo trovati e che abbiamo avuto, come concittadino di questo straordinario Paese, un genio. Dobbiamo sempre ricordarci del romanzo storico «Il nome della rosa» e di tutto ciò che ci ha lasciato Umberto Eco, perché oggi i soggetti siamo noi e corriamo il rischio che una risata ci seppellisca. (Applausi del senatore Liuzzi).

*LIUZZI (CoR). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LIUZZI (CoR). Signor Presidente, se potessimo immaginare un aldilà ad alta definizione potremmo trovarci Umberto Eco aggirarsi con fare affabulatorio, incamminarsi e intrattenersi discettando ancora di segni, di significati, di percezione dei segni e degli scenari sempre nuovi e affollati di soggetti del mondo classico e di derivazione moderna, di lemmi, di segnali, di concetti, di suoni, di visioni. Insomma, il suo mondo, il milieu consono ad una personalità eclettica dal multiforme ingegno e dalla vasta cultura quale egli era.
Ci ha lasciato alcuni giorni fa, rendendo – ahinoi – l’Italia e l’Europa orfane improvvisamente di un protagonista, di un mattatore culturale, finora in grado di assicurare alle arti visive ed audiovisive l’autorevolezza di un profeta.
Era un esteta, anche quando, per supponenza, appariva spocchioso e non faceva nulla per evitare di sembrare spocchioso. Eco era l’antitesi della dimensione populistica tanto in voga nella società italiana, denunciando con finezza di argomenti il ricorso frequente e pernicioso della politica, della classe dirigente contemporanea – dall’amministrazione dello Stato, all’imprenditoria, all’editoria, al giornalismo, al mondo della televisione e dell’intrattenimento, all’università, al complesso ambito dell’istruzione e della formazione dell’opinione pubblica – alla demagogia.
Si occupava a pieno titolo di industria culturale nazionale, con una conoscenza straordinaria dell’organizzazione continentale dei prodotti culturali. Altezzoso anche: spocchia che si perdona soltanto ai grandi uomini. Indulgenza che, a posteriori, non possiamo non riconoscere a quell’Umberto Eco che rifugge dall’esercitare il suo sapere e le sue competenze quando si oppone alla casa editrice «Bompiani» che diviene “berlusconiana” – confondendo probabilmente la militanza con la committenza – quando, ad onor del vero, e per molteplici testimonianze di autorevoli autori, il mondo Mondadori è fatto prevalentemente di spiriti liberi con un’inclinazione al business più che a confermare ideologie e pratiche ideologiche, almeno nell’accezione storicistica.
Affascinante il suo contributo alla conoscenza del Medioevo, quell’età storica di mezzo che ancora oggi segna il carattere italiano, la specificità europea. Medievista che ci tramanda il mistero e, disvelandolo, ci svela il peculiare di quella società apparentemente chiusa, che è foriera di quel Rinascimento e di quel Seicento traboccanti di scoperte, bellezze, invenzioni che hanno finito per connotare l'”eccezione italiana”.
Eco ha introdotto nel nostro Paese la semiotica. Basterebbe questo importante primato per assimilarlo ai Padri della Patria, a quella categoria di italiani che ha dato più che prendere, in controtendenza rispetto a quella consuetudine nazionale che ha finito per impoverirci moralmente lasciandoci alla mercé della società ladrona, che rinnega l’onestà, mortifica il concetto fondamentale di bene comune, svilisce la Costituzione con alla base l’esercizio della cittadinanza.
Semiologo erudito come pochi, Umberto Eco sarà ricordato come teorico dell’indagine intellettuale razionale, della mente che si interroga, dell’organizzazione dell’esperienza umana. Scrittore, dunque, romanziere, filosofo, linguista e semiologo. Farà piacere ai bibliotecari se amabilmente – lo dico soltanto con immensa simpatia – mi permetto di definirlo topo di biblioteca, per avere voluto nobilitare quell’iter singolare dell’anima prima e della ricerca dopo, che è la frequentazione delle library, dei depositi attivi di volumi, incunaboli e pergamene. Nasce da tale attitudine il suo più conosciuto capolavoro, «Il nome della rosa», forse innesto felice della conoscenza diretta di quello scrigno di scienze umanistiche che, nell’abbazia salentina di Casole, conobbe la funzione universale della tutela della cultura, del sapere.
Ci hai svelato il nome di un umile monaco miniaturista, amico Eco, di quell’Adelmo da Otranto che oggi diventa paradigmatico monumento di un mondo segnato dall’atrocità dell’ISIS, nemico degli uomini e del loro luminoso passato. (Applausi del senatore Bruni).

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