Credito Cooperativo, se il localismo tradisce il mutualismo

14 febbraio 2016 di fabio pizzul

Da tempo si parla delle necessità di riformare le Banche di Credito Cooperativo, una rete di oltre 350 banche sparse un po’ in tutto il territorio nazionale. Di fronte alle nuove regole europee e alle perturbazioni del mercato, queste banche di territorio rischiano di non avere la solidità necessaria per sopravvivere. Nella loro storia hanno sempre coniugato il legame con il territorio e la mutualità, caratteristica fondante del movimento cooperativo. Ora, nel decreto che il governo ha varato nei giorni scorsi, c’è il rischio che venga meno proprio il carattere cooperativistico. Credo che non si debba correre questo rischio.

Da un anno si sta ragionando di riforma delle BCC e il cammino pareva ormai chiaro: dare vita a una capofila a cui affidare il patrimonio delle singole banche così da fornire a tutti gli istituti operanti nei diversi territori le garanzie e la solidità necessaria per tutelare il risparmio e continuare a fornire credito senza incappare in rischi per eccessive sofferenze.
Un meccanismo che, almeno in parte, era già stato costruito con ICCREA Banca, che negli anni era diventata la cassa centrale del sistema e aveva permesso di creare una garanzia per i depositi dei clienti (nella maggior parte anche soci) e un polmone per le banche che risultassero in crisi di liquidità o altro.
Il decreto del governo, giustamente, va nella direzione di rafforzare questo sistema creando i presupposti perchè le garanzie e la solidità del gruppo bancario si consolidino. Un modo per rafforzare il legame cooperativo e mutualistico che credo sia un elemento irrinunciabile per banche di questo genere e con questa storia.
All’ultimo istante, però, nel decreto del governo è comparsa anche una sorta di clausola di uscita, ovvero la possibilità per le banche più grosse (oltre 200 milioni di patrimonio netto) di sfilarsi dall’operazione versando il 20% del patrimonio in cambio della possibilità di rimanere autonome. Con il risultato di cancellare in un sol colpo il postulato dell’indivisibilità del patrimonio, dato fondante di qualsiasi cooperativa.
Pare una concessione alle rimostranze delle più grosse tra le BCC che temono di perdere il proprio legame al territorio e le propria autonomia. I più maligni sostengono che le pressioni più forti siano giunte da alcune banche toscane e che il premier non abbia voluto contrariarle.
Non condivido questa scelta, anche perchè, pur di riaffermare la dimensione locale, rischia di tradire la vocazione mutualistica che è la radice principale del movimento cooperativo, banche incluse.
In queste ore ci sono, probabilmente, alcune banche più grosse e sviluppate tra le BCC (e non solo in Toscana) che sperano che il decreto vada in porto per continuare in una politica di espansione guidata più da criteri tecnico/finanziari che dallo spirito cooperativo. Di più, ci saranno anche alcune banche che tiferanno per la via d’uscita proposta dal governo in nome di un legame con il territorio che rischia di diventare localismo e di entrare in contraddizione con lo spirito cooperativo.
Io spero e, per quanto flebile possa essere la mia voce, che ci siano spazi per modificare il decreto e per togliere questa via d’uscita che ha tanto il sapore di una ferita nei confronti di un movimento come quello bancario cooperativo che, se dovesse perdere il suo spirito unitario e solidaristico, rischia di tradire la sua storia e compromettere il suo futuro.
Il problema, come scrive giustamente oggi Stefano Zamagni su “Avvenire”, non nasce dal governo, ma striscia da un po’ di tempo all’interno del movimento del credito cooperativo e della sua dirigenza.

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