Che cosa ci ha lasciato Expo?

4 novembre 2015 di fabio pizzul

E’ stato utile essere ad Expo?
Una domanda legittima, per i visitatori e per chi ha allestito e gestito un padiglione o uno spazio.
Un articolo di Fabio Colagrande su Vinonuovo.it prova a rispondere a proposito della presenza della chiesa, che si è articolata in molti spazi, appuntamenti ed eventi. Hanno lasciato il segno?
E voi che cosa dite?
Per voi è stato utile essere ad EXPO?
Che cosa vi ha lasciato l’esposizione universale?
Il lascito per la città metropolitana è tutto da costruire, ma per quello personale è già possibile un bilancio.

Installazione o profezia? La lezione di Expo

Per provare a rispondere alla domanda del titolo rilancio anche un breve contributo di Alessandro Aleotti, direttore di “Milania”

La questione che Expo pone al nostro futuro

L’Expo è terminato ed è stato certamente un successo, nonostante il martellamento retorico che ci viene quotidianamente propinato dalla macchina, sempre in funzione, della commistione tra interessi e propaganda. Anche se l’apologia è un classico indicatore della diffusione di “monete false”, tuttavia, non mi interessa soffermarmi sull’incanto demagogico della propaganda, poiché credo che ognuno debba essere in grado di trovare autonomamente quella dose di disincanto che trasforma il retorico in ridicolo e il potere in illusione. Voglio, invece, proporre una riflessione su Expo (della cui buona banalità è più che legittimo essere orgogliosi), che cerchi di superare le griglie del pensiero superficiale attualmente egemone sulla questione.

Il successo di Expo deriva, prevalentemente, dal numero dei suoi visitatori, tra cui spicca la quota – più rilevante del previsto – di italiani. Indubbiamente, questa manifestazione ha contribuito a riposizionare Milano in una nuova centralità nello scenario globale occidentale. La logica ci dice che ogni successo è una creazione e quindi anche una cancellazione dello stato precedente. La domanda che ha senso porsi è: che cosa ha cancellato il successo di Expo? La risposta ha una forma ambivalente, insieme positiva e negativa

La positività prende corpo qualora si accetti che la modernizzazione occidentale sia l’unico e il migliore dei mondi possibili. È in questo quadro che Expo è un successo, poiché ci proietta nello scenario della modernizzazione globale. Tuttavia, in questa dinamica c’è anche una non trascurabile criticità. Expo, infatti, è un classico evento globale che avrebbe potuto svolgersi ovunque (non a caso viene assegnato attraverso una gara). In sé, quindi, Expo non appartiene a una storia e non produce un futuro, ma vive solo di un presente costituito dai numeri che riesce a produrre (e il vincolo statutario della volatile temporaneità delle strutture – apparentemente così illogico e incomprensibile di fronte al successo della manifestazione – è il sintomo più eloquente di un evento che vive di “puro presente”). Tuttavia, per quanto di successo, l’Expo di Milano rimane un evento prodotto da un piccolo paese di 60 milioni di persone (e qui arriva il risvolto negativo della questione) che, se confrontato con i numeri dei colossi indo-cinesi e statunitensi, resta confinato in una periferia dello scenario contemporaneo.

La domanda che la vicenda di Expo pone al nostro paese dovrebbe, allora, essere la seguente: è possibile, nello scenario della contemporaneità, immaginare un tipo di centralità che non dipenda dalla possibilità di mettere in campo il peso numerico del mercato di massa? Se guardiamo alla storia del nostro paese, la risposta è inequivocabilmente positiva: dal Rinascimento alle nostre eccellenze estetiche contemporanee, ogni successo italiano è stato frutto del genius loci delle élite, non dei battaglioni in marcia tipici dei successi, come quello di Expo, che vengono prodotti dalle grandi società di massa.

Quindi, se è vero che il successo di Expo ci porta a salire su un angolo del proscenio dei fenomeni di massa, esso rischia anche di allontanarci – anziché avvicinarci – a quel tipo di centralità che il nostro paese ha saputo esprimere nei suoi momenti storici più felici. Qui sta il contributo di riflessione a cui dovrebbe indurre Expo.

Alessandro Aleotti

2 commenti su “Che cosa ci ha lasciato Expo?

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