Diario di Expo del 23 settembre – Le tappe forzate del “dismantling”

23 settembre 2015 di fabio pizzul

In una giornata a Milano già più che autunnale, il flusso di visitatori non pare arrestarsi, ma si pensa già a quanto accadrà dal 1° novembre in poi.
5-600 operai all’inizio fino alla fine dicembre, 1500-2000 con l’inizio del nuovo anno.
Questi i numeri che i tecnici della società Expo hanno presentato ai commissari di tutte le nazioni partecipanti all’esposizione per il cosiddetto «dismantling», come ha raccontato nei giorni scorsi sul Corriere della Sera Elisabetta Soglio.
Sono stati ispezionati i primi 25 padiglioni, per verificare le intenzioni dei Paesi sul futuro della struttura.
Agli arredi ci penseranno i singoli paesi, che provvederanno a portarli via autonomamente.
Poi ci sono diverse situazioni in campo: alcuni padiglioni hanno già una destinazione futura nel Paese di origine (quello francese, per dire, verrà ricostruito a Parigi, quello degli Emirati Arabi andrà a Masdar City, in pieno deserto); altri, in realtà al momento solo quello del Principato di Monaco, andranno in Paesi meno ricchi per opere di solidarietà (in Burkina Fasu, dove i container diventeranno un centro di primo soccorso); altri ancora non hanno ancora deciso che fare.
Lo stesso vale per i padiglioni delle imprese e dei privati: alcuni ricostruiranno tutto altrove (Fiera Bologna userà le strutture del padiglione della biodiversità alla Fiera di Parma), altri regaleranno la struttura (l’area Coca Cola diventerà un campo da basket che la multinazionale ha donato al Comune di Milano), altri faranno beneficenza (le piastrelle del padiglione Vanke andranno all’asta e il ricavato servirà a realizzare in Cina un tempio «Dei cinque draghi»).

La società Expo ha dato 15 giorni di tempo ai padiglioni più piccoli e 20-25 a quelli più grandi per concludere la prima fase.
Una volta sgomberati gli interni, da fine novembre circa, si passerà alle strutture.
Anche qui opzioni diverse: chi ricostruisce ex novo, appunto, chi invece aveva utilizzato materiali poco pregiati e vuole abbattere, cercando al massimo un accordo con le imprese per vendere acciaio piuttosto che legno.
C’è poi la data finale per lo smontaggio dei padiglioni, attualmente fine marzo.
In questo quadro, peraltro già abbastanza complicato, si inserisce il discorso della fase intermedia. In attesa di una destinazione finale, la Cisl ha chiesto che Palazzo Italia e l’Albero della Vita restino ancora fino al 6 gennaio: la richiesta è stata formalizzata anche in una lettera al commissario del Padiglione Italia Diana Bracco e per conoscenza al ministro Maurizio Martina, al governatore Roberto Maroni e al presidente dell’autorità Anticorruzione Raffaele Cantone. Tutti disponibili a parole, compreso Marco Balich, ideatore del fortunato Albero della Vita.
Il commissario Sala ha precisato la sua posizione: «Ne parlerò con la presidente Bracco perché il problema qui è capire chi gestirà le visite, chi metterà lo spazio in sicurezza (visto che il resto dell’area sarà un cantiere con via vai di camion e operai), chi controllerà gli ingressi e le uscite del pubblico».
Insomma, tutto ancora da definire.
L’unica cosa certa è che Expo alle 23 del 31 ottobre chiuderà i battenti.
E il discorso più importante, ovvero la destinazione futura delle aree, è tutto ancora da definire.

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