Diario di Expo del 17 settembre – Dopo Expo, per il momento tante parole

17 settembre 2015 di fabio pizzul

Va avanti a corrente alternata il dibattito sul futuro dell’area Expo.
Qualche giorno fa, sul Corriere della Sera, Elisabetta Soglio, registrando le diverse ipotesi sul futuro, chiosava con un pizzico di mestizia: “Le istituzioni avevano perso tre anni, dopo l’assegnazione della candidatura, per trovare un accordo fra di loro e far partire la macchina che ha costruito l’esposizione, portato i turisti, garantito sicurezza, pulizia e servizi. In quel caso, però, c’era la scadenza inderogabile del primo maggio. Qui non c’è un’inaugurazione programmata: e non vorremmo dover affiancare le foto di oggi a quelle di un’area abbandonata e degradata, ritrovandoci a fare i conti dei troppi soldi investiti senza alcun ritorno per i cittadini”.
Per il dopo Expo non ci sono scadenze da rispettare, se non quella della necessità di non buttare al vento quanto fatto fin qui.
Sull’apertura di Expo avevamo il fiato sul collo e un palcoscenico mondiale da non tradire.
Sul dopo Expo rischiamo di avere solo ombra, se non ci mettiamo subito (ed è già tardi) nell’ottica di costruire un futuro utile e sostenibile.
Per il momento, ci sono alcune proposte sul breve periodo:
– il Fast Post Expo di Maroni, annunciato come chiave per la soluzione del problema e rimasto, mi pare, nelle vaghe parole di una conferenza stampa;
– la proposta di tenere aperto Palazzo Italia fino all’Epifania, raccolta dalla Bracco e non esclusa da Sala
– l’idea di mantenere, oltre a Cascina Triulza e Palazzo Italia, anche il Padiglione Zero
Tutte cose sensate, che devono però fare i conti con il fatto che dal primo novembre ad Expo partirà il grande cantiere per lo smantellamento dei padiglioni. Difficile (ma non impossibile) renderlo compatibile con l’eventuale afflusso di visitatori seppure in un’area limitata.
Ma poi?
Al momento l’ipotesi più accreditata è quella di un tandem tra le proposte dell’Università Statale di trasferire nel sito i dipartimenti di via Celoria e quella di Assolombarda di creare un polo dell’innovazione.
Bisogna però decidere, in fretta, capire se e quante risorse ci sono e mettersi al lavoro per far sì che dall’inizio 2016 si possa partire, evitando nel frattempo il degrado dell’area.
Tante le parole spese, poca finora la concretezza.
Speriamo di non vedere passare troppo tempo e di non dover assistere a una lotta “politica” per mettere il cappello sulla vicenda. Le amministrative milanesi sono alle porte e il rischio che la faccenda diventi materia da campagna elettorale è molto alto.

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