Davanti alle immagini di morte e disperazione dei migranti… Dov’è l’Europa?

27 agosto 2015 di fabio pizzul

I morti nel Mediterraneo, quelli del camion sull’autostrada austriaca, le immagini dei profughi che scavalcano o superano strisciando il filo spinato al confine tra Serbia e Ungheria.
La disperazione bussa alle porte dell’Europa e irrompe nelle nostre case con immagini che sembrano arrivare da altri tempi.
L’Europa fin qui ha taciuto. Troppo.
La discussione politica si concentra in modo populistico e ideologico su concetti astratti come “accoglienza” o “se ne tornino a casa loro”.
Qualche riflessione…

Cadiamo un po’ tutti nella tentazione di credere che quello che vediamo non sia affar nostro. Almeno fino a quando non ci troviamo un gruppo di profughi o migranti sistemato vicino a casa nostra.
Siamo già in difficoltà noi; non c’è lavoro neppure per gli italiani; che cosa vogliono da noi questi che non scappano neppure da una guerra e pagano migliaia di euro per attraversare il mare? Perché non si pagano con quei soldi un biglietto d’aereo e arrivano regolarmente a cercarsi lavoro?
Considerazioni e domande apparentemente legittime e di puro buon senso che però non fanno i conti con la realtà. Questa ci parla di persone disperate che non hanno nessun’altra prospettiva che quella di fuggire alla ricerca di una qualsiasi prospettiva per il proprio futuro.
Ma che c’entra l’Italia con tutto questo? Che c’entra l’Europa? Non abbiamo forse il diritto di opporci a questa invasione?
Ancora il buon senso e la legittima paura di vedere messo in discussione il poco che ci siamo conquistati (o abbiamo avuto la fortuna di ricevere).
Il problema esiste ed è enorme: centinaia di migliaia di persone fuggono da una situazione che per la guerra, la tirannia o anche solo l’estrema povertà non consente loro di avere alcuna speranza di vivere, o meglio, di sopravvivere.
L’Europa, se non vuole disintegrarsi in un nugolo di nazionalismi certificato da muri e fili spinati deve confrontarsi con la necessità di dare una risposta alla disperazione di chi non bussa alla sua porta, ma cammina inesorabilmente verso di essa e le tenta tutte per entrare, a qualsiasi costo.
Se non ci si pone il problema di regolare questo esodo e di individuare canali legali per incanalare queste persone, il rischio è che arrivino ugualmente e mettendosi nelle mani di criminali senza scrupoli: purtroppo la disperazione non porta a valutazioni razionali su che cosa sia lecito o meno rischioso.
Le grida e i muri non fermeranno questo esodo. Anche se ci piacerebbe poterlo credere.
Si deve muovere l’Europa. Per distribuirsi il peso e l’impatto dei profughi, ma anche e soprattutto per creare le condizioni perché a livello internazionale si ponga la questione di questa marea umana che cerca a tutti i costi una possibilità di vivere. Dobbiamo considerarli nemici?
Bernard Henry Levy sul Corriere della sera di ieri rispondeva così: “nessuno sembra rendersi conto che siamo davanti a una popolazione non di nemici, venuti per distruggerci o per vivere alle nostre spalle, ma di candidati alla libertà, innamorati della nostra terra promessa, del nostro modello di società, dei nostri valori, che inneggiano «Europa! Europa!» proprio come milioni di emigranti europei, sbarcati a Ellis Island, gridavano «America! America!». E non voglio nemmeno far cenno a quelle infami dicerie che questo assalto immaginario sarebbe orchestrato dagli strateghi clandestini di un travaso di popolazioni venute a soppiantarci, o peggio ancora, da una jihad internazionale che avrebbe trovato la filiera perfetta per infiltrare i suoi futuri terroristi nei Thalys di domani”.
Dovremmo avere il coraggio o la lucida follia di dimostrare che i valori che hanno fondato l’Europa e la rendono desiderabile per chi vuole raggiungerla esistono e valgono ancora qualcosa. Sarebbe il miglior modo per difendere questa nostra Europa dal declino. A meno che non siamo convinti che l’unica prospettiva sia la sua fine e il ritorno a stati nazionali o piccole patrie che la globalizzazione ha già travolto e che rischierebbero di consumarsi nel giro di qualche anno o, al più qualche decennio.
Ancora Henry Levì: “siamo davanti a un’Europa ripiegata sulle sue contraddizioni, aizzata da nazionalisti e da xenofobi, travagliata da mille insicurezze, un’Europa che volta le spalle ai suoi valori perché ha semplicemente smarrito la sua identità. Per chi suona la campana? Anche per l’Europa, che vediamo agonizzare sotto i nostri occhi”.
Le soluzioni non sono né semplici né a portata di mano, ma possono essere cercate da un’Europa che voglia essere all’altezza della propria tradizione culturale, politica e, mi permetto di aggiungere, spirituale.
Lo spread, le manovre della Banca Centrale, il trattato di Dublino, la flessibilità di bilancio sono cose importanti, ma rischiano di essere gli strumenti con cui affossare definitivamente il sogno di un’Europa unita, alla stessa tregua dei muri e dei fili spinati a cui qualcuno guarda con simpatia.
Il presidente della Commissione Europea Juncker si difende dicendo che le colpe sono degli stati nazionali e che l’Europa ha già proposto la sua agenda sull’immigrazione nello scorso maggio.
Anche l’Alto commissario dell’Onu per i rifugiati ha criticato il sistema di asilo che vige nell’Unione Europea, António Guterres lo ha definito “completamente inadeguato” sottolineando che l’Europa dovrebbe proteggere i profughi dai trafficanti di esseri umani e “creare un sistema che funzioni in modo ordinato e permetta di richiedere asilo in modo legale”.
E’ sempre più chiaro che l’Unione Europea negli ultimi anni è stata messa sotto scacco dagli interessi dei singoli Stati: Barroso è stato un presidente debole per questo e Juncker fatica ad affrancarsi da questa condizione. L’emergenza profughi potrebbe essere l’occasione, forse una delle ultime, per provare a cambiare registro e creare le condizioni perché ci sia uno scatto d’orgoglio e una risposta corale dell’Unione Europea. Se ne sta forse accorgendo anche la cancelliera Merkel.
Una provocazione: e se il piano di investimenti di cui Juncker parla dall’inizio del suo mandato lo scorso 1° novembre si concretizzasse in una sorta di “Piano Marshall” sui migranti coinvolgendo tutti i Paesi dell’Unione in una grande opera di gestione di coloro che arrivano e di pressione politica e sostegno economico ai Paesi di provenienza?
Mi parrebbe un bel modo per tornare a costruire un’Europa che non muoia di regole e vincoli, ma dia un segnale di leadership culturale, politica ed economica a livello mondiale.

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