Condannati fuori dal carcere: questione di civiltà e convenienza

20 maggio 2015 di fabio pizzul

Ci sono profezie che si autoavverano. Quella fatta ieri dal ministro della giustizia Orlando risponde ai requisiti richiesti: l’inizio degli Stati Generali dell’esecuzione della pena non farà notizia.
Sui media di oggi nessuna traccia, se si fa eccezione per il Manifesto e alcuni siti specializzati.
Eppure ieri nel carcere di Bollate erano riuniti i massimi esponenti del sistema carcerario italiano per dare inizio a un percorso di confronto e riflessione di sei mesi sul significato e le modalità di esecuzione della pena.
In tempi di proclami su sicurezza e affini non avrebbe dovuto essere un appuntamento secondario.
Eppure…

Eppure domina ormai la vulgata del “buttate via la chiave” per ribadire, urlando il più possibile, che chi sbaglia deve essere buttato in prigione e da lì non uscirne più, così almeno non sarà più un problema per i cittadini onesti.
Il ministro Orlando, introducendo la mattinata che si è aperta con la proiezione di uno spezzone del film “Ombre della sera” di Valentina Esposito, ha parlato di effetto paradosso: l’Italia è il paese europeo che spende di più per l’esecuzione delle pene (in carcere) ed ha come risultato le recidive più alte.
Il rischio, ha continuato il ministro, è che l’opinione pubblica oscilli tra il pietismo per le condizioni delle carceri e l’inseguimento delle paure della società, ma così non si risolve nulla. Gli stati generali intendo parlare di dignità, diritti e sicurezza senza retoriche o affermazioni di principio, ma partendo dalla realtà carceraria, all’interno della quale anche chi si è macchiato di delitti gravi non può vedersi negati diritti e dignità.
Si parlerà di pene alternative, di giustizia riparativa, di sanzioni di comunità, per andare oltre l’assioma che la pena debba essere sempre e solo scontata in carcere. Tra l’altro con costi molto più alti per l’intera società.
Rinchiudere in carcere le paure, ha concluso il ministro, è un modo per esorcizzare temi difficili, ma affrontarli è un atto necessario per migliorare la civiltà del nostro Paese. Parole forse impopolari, ma molto nette e significative, soprattutto perchè pronunciate nella città di Cesare Beccaria.
Nel corso della mattinata sono intervenuti anche i professori Ferraiolo e Onida che hanno parlato, tra l’altro, di necessità di distinguere tra carcere e pene, di superare l’ergastolo, di garantire l’uguaglianza delle pene (cosa attualmente non garantita a seconda del carcere in cui si capita), dell’opportunità di non contrapporre sicurezza e diritti, legalità e rieducazione.
Temi complessi e lontani dalle semplificazioni che piacciono all’opinione pubblica.
E’ però urgente trovare strade alternative alla semplice pena detentiva, non solo per questione di diritti, ma anche perchè conviene, dal punto di vista economico e sociale.
Dagli stati generali, secondo il ministro Orlando, dovrà nascere un “patto sul carcere” tra tutti i soggetti che vi operano, dai direttori ai volontari.
Una sfida che rischia di passare per impopolare, ma mi pare necessaria per provare a uscire da una concezione di sicurezza che magari porta qualche voto, ma non fa fare il minimo passo avanti alla società e, dunque, a noi tutti.

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