Pensieri a margine del 25 aprile. C’è ancora chi vuole rischiare?

26 aprile 2015 di fabio pizzul

Percorrendo ieri le vie del centro di Milano, con il lento corteo per il 25 aprile, mi sono chiesto che cosa spingesse tanta gente a partecipare e a testimoniare la propria presenza con bandiere e striscioni più o meno probabili o riconoscibili. La risposta affonda probabilmente le radici nella città del passato.

Ogni città è fatta, oltre che di mura e cemento, di anime che lasciano un segno apparentemente intangibile la cui eredità è raccolta da chi la vive oggi.
Settant’anni fa a Milano c’erano molte anime che vivevano i giorni terribili e violenti della fine della guerra.
C’erano anime nere, quelle che vivevano dentro coloro che avevano scelto di sposare la violenza e la follia del regime nazifascista e che tentavano di perpetuare le tenebre della dittatura anche a Milano.
C’erano anime grigie, forse le più diffuse. Appartenevano a coloro che alzavano le spalle, si voltavano dall’altra parte, cercavano comprensibilmente di sopravvivere alla nottata, di non subire troppi danni o conseguenze personali da quello che stava accadendo. Senza far male a nessuno, ma senza neppure aiutare nessuno. Anime che si confondevano, o tentavano di farlo, con il grigiore di una città allo stremo.
C’erano anche anime colorate che tentavano di uscire dal buio e dal grigiore sognando un futuro diverso che oggi noi, per fortuna, stiamo vivendo. La diversità di quelle anime ci ha consegnato un’Italia che ha saputo uscire dalle rovine della guerra con la Costituzione e la capacità di diventare uno dei paesi più sviluppati al mondo. Esito non certo scontato, se si pensa a come era uscita dal secondo conflitto mondiale.
Nel corteo di ieri rivivevano le tante anime colorate che popolavano Milano nel 1945 e che ancora oggi sono necessarie a una città che non vuole rischiare di sprofondare nel grigio e nel nero che qualcuno vorrebbe ancora provare a imporre con violenza e fondamentalismo ideologico.
Nella Milano del 1945, tra le tante anime colorate, ce n’era una che ha rappresentato una vera coscienza critica della città: padre David Maria Turoldo, attivo nella Corsia dei servi, che il corteo di ieri ha sfiorato passando in piazza San Babila.
Padre Turoldo a quarant’anni dalla Liberazione evocava la necessità di non considerarsi ormai tranquilli:
“Perché il Faraone non è stato vinto. Perché ne sono succeduti altri, ugualmente oppressori e schiavisti.
Perché non avrei mai immaginato, dopo tante speranze, che ci saremmo ritrovati in queste
condizioni: provate solo a pensare a questa Europa. (…)
Perché ho imparato sulla pelle che la liberazione è sempre un miraggio, e che raramente è una realtà; o meglio, un miraggio da realizzare tutti i giorni.
Perché ho imparato che ogni uomo – e tanto più un cristiano! — deve ritenersi sempre un
«resistente»: uno nel deserto, appunto.
Perché la Terra Promessa è sempre da raggiungere; come il «Regno» ha sempre da venire; e Cristo è per definizione «posto a segno di contraddizione tra le genti». Perciò la Resistenza fa corpo con lo stesso essere cristiano”.

Lo stesso padre Davide lo aveva riaffermava con forza nella sua pubblicazione, sempre del 1985, “Ritorniamo ai giorni del rischio”, raccolta che comprendeva la poesia seguente:

Torniamo ai giorni del rischio,
quando tu salutavi a sera
senza essere certo mai
di rivedere l’amico al mattino.

E i passi della ronda nazista
dal selciato ti facevano eco
dentro il cervello, nel nero
silenzio della notte.

Torniamo a sperare
come primavera torna
ogni anno a fiorire.

E i bimbi nascano ancora,
profezia e segno
che Dio non s’è pentito.

Torniamo a credere
pur se le voci dai pergami
persuadono a fatica
e altro vento spira
di più raffinata barbarie.

Torniamo all’amore,
pur se anche del familiare
il dubbio ti morde,
e solitudine pare invalicabile

Settant’anni fa qualcuno rischiò vincendo una paura allora più che giustificata per consegnare a noi tutti un futuro migliore. Oggi c’è ancora qualcuno capace di rischiare o siamo tutti bloccati da una paura che, rispetto a quegli anni, pare molto meno giustificata?

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