Formazione professionale: un piccolo passa avanti, ma verso dove?

13 febbraio 2015 di fabio pizzul

Nei giorni scorsi si erano addensate nubi minacciose sopra la formazione professionale in Lombardia. Le anticipazioni circolate riguardo l’imminente delibera di Giunta sul finanziamento dei centri di formazione pubblici e accreditati raccontavano di tagli pesanti, che rischiavano di mettere in discussione l’erogazione stessa del servizio.
Ieri in commissione formazione l’assessore Aprea ha annunciato una parziale retromarcia della Giunta e raccontato di come i tagli previsti potrebbero diminuire del 70%.
Ma le preoccupazioni per il futuro della formazione professionale rimangono.

L’assessore Aprea ha iniziato il suo intervento in commissione con quella che ormai è diventata una sorta di sigla di apertura di qualsiasi dichiarazione della maggioranza: “tutta colpa di Renzi”.
Prevedibili e scontate anche le considerazioni riguardo la necessità di razionalizzare la formazione professionale regionale in presenza di minori fondi, la necessità di meglio indirizzare il denaro pubblico per non disperdere le risorse, l’opportunità di riqualificare l’offerta formativa con percorsi per qualifiche più innovative.
Vero è che il 70% degli alunni sono concentrati in soli 5 percorsi; verissimo che il proliferare di figure del benessere (parrucchieri ed estetisti) non risponde alle attuali esigenze del mercato del lavoro.
Ma che c’entra tutto questo con i pesanti tagli annunciati?
Gli enti accreditati che erogano formazione in regione sono 104 di cui 14 centri di formazione pubblici provinciali. E sono proprio questi ultimi a rischiare un vero e proprio tracollo economico a causa delle nuove regole ipotizzate dalla Giunta.
All’inizio degli anni 2000, la regione ha trasferito alle province il personale per la formazione professionale. Come sempre accade in questi casi, i dipendenti hanno mantenuto il trattamento economico precedente che li porta a costare circa 15000€ in più all’anno rispetto ai colleghi assunti con il contratto degli enti locali (anche il monte ore settimanale è ridotto). Regione e province avevano all’epoca siglato un protocollo d’intesa in base al quale veniva riconosciuto un contributo annuale per coprire i maggiori costi derivati dal trasferimento dei dipendenti. Ora, con la scusa che le province sono state trasformate in enti di area vasta, la regione è intenzionata a stracciare il protocollo lasciando in capo alle province costi pari a circa 27 milioni di € all’anno. Capite bene come la situazione non sia sostenibile per chi fino a ieri poteva contare sulla copertura di questa spesa.
L’assessore Aprea ha detto chiaramente che la faccenda non la riguarda più e ha passato la patata bollente al collega con delega al bilancio Garavaglia. Nell’ambito del tavolo di confronto con le province, quest’ultimo ha concesso la copertura delle spese di funzionamento fino ad agosto (fine dell’attuale anno formativo), ma ha decisamente negato ogni possibilità di proseguire oltre con il finanziamento.
L’idea della Giunta è di passare a un finanziamento della formazione totalmente garantito dalle doti che sono pari a circa 4500 € per ogni studente. Ai centri di formazione pubblica, che prima percepivano una dote di 2200 € circa a studente, verrebbe garantita la dote piena, ma questo aumento di fondi non compenserebbe l’interruzione del finanziamento di cui parlavamo in precedenza: per l’anno in corso questo significherebbe un buco di circa 8-10 milioni per le province.
Non basta.
L’idea iniziale della Giunta era quella di tagliare orizzontalmente 10 doti per il primo dei tre anni della FP (formazione professionale) a ciascuno dei 104 centri accreditati, creando evidenti problemi di sostenibilità all’intero sistema. Ora questa ipotesi è rientrata e le doti saranno quelle dello scorso anno.
Ci sono poi altre correzioni.
Per poter accedere a una maggiore quantità di fondi europei (sempre più orientati al lavoro) verrà introdotta una quota obbligatoria di apprendistato tra gli alunni del III anni (con una dote di 6000€ a ragazzo).
Come avevamo richiesto a più riprese, verranno anche dirottati sulla FP 5 milioni di euro di Garanzia Giovani e altri 3,2 arriveranno da Italia Lavoro (società interamente partecipata dal Ministero del Lavoro).
Saranno confermati 20 milioni per le doti agli alunni disabili.
Per il 2015 sarà parzialmente finanziato il IV anno, mentre non ci saranno più doti per il V anno che dovrà essere completamente pagato dalle famiglie o effettuato passando negli Istituti Tecnici Statali.
Queste operazioni, come dicevo all’inizio, portano a un recupero di circa il 70% dei tagli ipotizzati per il 2015.
Un passo avanti, dunque, per quest’anno, ma le preoccupazioni per il futuro rimangono.
Chi si occuperà della formazione professionale?
La regione non ha ancora stabilito quali deleghe conferire alle province; avrebbe dovuto farlo entro il 31 dicembre scorso, ma l’unica cosa che ha prodotto è una scarna delibera in cui sostanzialmente si conferma le deleghe alle province senza però fornire le risorse necessarie ad esercitarle. Il consiglio regionale dovrebbe trasformare questa delibera in legge, ma fino a fine aprile la faccenda non è nel calendario dei lavori d’aula. Solo dopo che sarà chiarito il quadro istituzionale si potrà e dovrà ragionare di chi e come deve garantire i fondi necessari al funzionamento della FP.
L’idea della Giunta è di dare tutto in mano al mercato, ovvero di far sì che siano le doti garantite dalla regione agli enti sulla base del numero degli iscritti a fornire i finanziamenti necessari.
Ma come potranno stare in piedi i centri di formazione pubblici provinciali che hanno il fardello del costo dei dipendenti trasferiti anni fa dalla regione? Serve almeno un passaggio graduale alla nuova situazione. Oppure la regione si riprenda i dipendenti.
E come si potrà far fronte alle domande di tutti gli studenti che chiedono l’iscrizione alla FP?
Già ora gli studenti “non dotati” (cioè privi della dote regionale perché in soprannumero rispetto a quanto previsto) sono a carico dei centri di formazione. I numeri non sono certo trascurabili: nel CFP provinciale di Monza quest’anno sono 99 su 819 alunni, a Varese una settantina, a Como 48 su 567 allievi. Nel finanziamento fisso regionale rientravano anche questi costi.
Ma la situazione non è molto diversa anche per i centri privati. Faccio un solo esempio di un centro di formazione del lecchese: su 298 iscritti, 45 sono “non dotati” per un costo di circa 200.000 € di cui si fa carico l’ente di formazione, in questo caso legato a una parrocchia. Come se non bastasse, lo stesso ente dice di aver dovuto rifiutare almeno altre 50 domande di iscrizione perchè non in grado di reggerne i costi.
Tutti i ragazzi non accettati entrano a far parte della cosiddetta dispersione scolastica.
Può permettersi la Lombardia una situazione di questo tipo?
Mancheranno anche i soldi e sarà pur cattivo il governo romano che taglia le risorse, ma è davvero impossibile provare a immaginare un sistema meno escludente?
L’idea di concentrare più risorse sul lavoro togliendole alla formazione sarà anche frutto di indicazioni europee, ma sembra tanto un modo per foraggiare agenzie di collocamento e operatori di vario genere e specie tagliando le gambe a chi fa formazione.
Non nascondiamoci però dietro a un dito: in tanti sulla formazione in Lombardia ci hanno guadagnato, i centri pubblici di formazione hanno margini di risparmio, non tutti gli operatori sono stati trasparenti. In anni di vacche grasse tutto andava bene e i controlli non mi pare siano stati così diffusi. Ora, a fronte di minori risorse, si cala la mannaia dei tagli lineari e a farne le spese rischiano di essere gli enti che da anni fanno formazione seria e si preoccupano davvero di coloro che sono più fragili e a rischio.
Siamo sicuri che l’affidare tutto al mercato risolva le questioni di fondo e mantenga la necessaria dimensione di servizio pubblico che la formazione dovrebbe avere?

Un commento su “Formazione professionale: un piccolo passa avanti, ma verso dove?

  1. patrizia guerrieri

    Buonasera Dott.Pizzul, lavoro per un CFP Pubblico da 15 anni. Volevo fare qualche precisazione. Noi eravamo tutti dipendenti regionali che di punto in bianco si sono trovati a dover passare in provincia (senza che questo cambiamento fosse evitabile). Il protocollo di intesa nacque proprio con l’intento di rendere il meno traumatico possibile questo trasferimento obbligatorio (per molti fu veramente una forzatura) che venne parzialmente attutita da uno “zainetto” economico ( circa 50 euro in sostituzione della legge 104 che dava molte agevolazioni economiche alle famiglie) e una posizione funzionale in più ( es. da D2 a D3). Ripeto non fu una libera scelta ma un passaggio obbligato in Provincia. Qualche anno fa sono nate le AFOL e gli stessi dipendenti ex-regionali sono diventati provinciali distaccati nelle AFOL con rinnovi del distacco annuali che scadono sempre a metà anno scolastico (il prossimo scade a dicembre). Adesso con la soppressione delle province siamo ex provinciali , potremmo dire dipendenti della costituenda città metropolitana ( che però non ha per ora attribuita la funzione della formazione) distaccati in AFOL. Ovviamente anche noi rientriamo in quel 30% che la riforma potrebbe mettere in mobilità, ma questo si saprà più avanti. Infine da quello che si legge nel suo articolo il protocollo d’intesa iniziale potrebbe essere messo in discussione, ma se ci avevano garantito in 1000 modi che valeva fino alla pensione……….insomma una situazione assurda e difficile. Mi piacerebbe anche dirle qualche cosa sull’orario ridotto e sul lavoro con l’utenza dei CFP. Le 28 ore + 8 di autoaggiornmento valgono per i docenti e sono state stabilite da una delibera regionale del 1985, alcuni di noi sono amministrativi a 36 ore. Assolviamo nel biennio l’obbligo scolastico e io vedo le famiglie che mandano i loro figli da noi e le assicuro che non hanno i soldi per una retta. E infine personalmente se la Regione ci riprendesse nei suoi ruoli non avrei da obiettare, mi spiacerebbe lasciare un lavoro che faccio con passione ma se non fosse più possibile rientrerei nei ranghi della regione. Spero di essere stata chiara, volevo far capire che noi sino ad oggi abbiamo fatto il nostro lavoro e continuiamo a farlo, non siamo dei privilegiati, le circostanze hanno portato dei cambiamenti e abbiamo cercato di adattarci garantedo un buon servizio alla collettività. La ringrazio comunque per il suo impegno su quesro fronte tanto delicato e importante. Buona serata.

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