I segni di un nuovo umanesimo lombardo

15 gennaio 2015 di fabio pizzul

A più riprese, negli ultimi mesi, il cardinal Scola ha sottolineato la necessità di recuperare la peculiarità di una storia e di una cultura dalle grandi tradizioni: «L’umanesimo lombardo come fattore fecondo di cultura e di socialità, capace di solido realismo e di duttile apertura. Un umanesimo dalle radici teocentriche, sempre attento all’uomo “intero” e non solo alle sue esigenze spirituali o soltanto a quelle materiali e sociali». Sono parole tratte dal discorso alla città pronunciato lo scorso dicembre in San’Ambrogio durante i primi vespri della solennità del santo patrono di Milano. Quello evocato da Scola è un umanesimo della responsabilità, “piedi per terra e sguardo volto al cielo”. Ci sono già tantissimi esempi di come ancora oggi si possa interpretare questa radice storica lombarda.

Mi viene da pensare soprattutto all’articolato mondo del terzo settore che offre risposte a situazioni di disagio, coglie le opportunità dei territori e promuove l’iniziativa delle più diverse realtà sociali mettendo al centro l’attenzione alla persona riletta nel concreto delle sue esperienze quotidiane. Ci troviamo soprattutto all’interno dell’articolato mondo che fa riferimento al welfare e che spesso consente di dare risposte flessibili e innovative a bisogni che la spesso complessa struttura pubblica non riesce a intercettare. La sfida è quella di far sì che lo spirito di attenzione alle persone, molto in sintonia con l’umanesimo lombardo cui facevamo riferimento, non finisca per lasciare spazio a pure e semplici formule organizzative utili a superare ostacoli burocratici o economici.
Un esempio tra i tanti possibili è quello della sartoria di San Vittore, la casa circondariale di Milano. Un vero e proprio laboratorio sartoriale attivo all’interno del carcere milanese e di quello di Bollate che, grazie alla collaborazione con la cooperativa Alice, nata nel 1992, garantisce ormai stabilmente lavoro a sei persone che provengono da percorsi di detenzione. Non è, come qualcuno potrebbe pensare, un tentativo di fornire assistenza a chi farebbe fatica a entrare nel mondo del lavoro, è una vera e propria impresa di successo che presenta ormai regolarmente le proprie collezioni stagionali e ha una clientela stabile che apprezza la produzione per la qualità dei tessuti e l’originalità dei modelli. Sono nati così veri e propri brand, come quello dei “gatti galeotti” e il laboratorio ha lavorato negli ultimi anni anche per soggetti istituzionali, non ultimo il Tribunale di Milano che ha commissionato una serie di toghe per i propri magistrati.
Da qualche mese la sartoria ha un punto di vendita esterno, in via Gaudenzio Ferrari 3, non lontano dalla Darsena e dalla storica basilica di Sant’Eustorgio.
Un progetto che sta funzionando e che speriamo possa svilupparsi, un bel modo concreto per riaffermare come anche in tempi di crisi si possa creare lavoro mettendo al centro le persone e le loro spesso insospettabili risorse.
Quale esempio migliore di un umanesimo lombardo con i piedi per terra e lo sguardo rivolto al cielo?

http://www.sartoriasanvittore.com/

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