Pensieri a voce alta dietro lo slogan “Je suis Charlie”

10 gennaio 2015 di fabio pizzul

Je suis Charlie.
Basterebbero queste parole per dire quanto sia importante in queste ore condividere il grido contro ogni violenza e barbarie che percorre la Francia, l’Europa e tutto il mondo.
E’ importante parlarne, confrontarsi, ripetersi quanto sia fondamentale non perdere il rispetto per l’altro che sta alla base della convivenza europea. La Francia moderna, ma un po’ tutto il pensiero contemporaneo, si basa sulla triade “liberté, egalité et fraternité” che non ci ha messo al riparo da drammi e violenze, ma ha permesso di costruire regole e relazioni all’insegna del rispetto per le idee altrui. La libertà di espressione e di stampa trovano lì i loro fondamenti e rappresentano, anche se spesso ce ne dimentichiamo, i presupposti per una convivenza che voglia definirsi civile e non cadere nel buio della barbarie.

Bisogna però fare un passo ulteriore e trasformare il grido individuale in una consapevolezza comune.
Le piazze che si sono riempite di gente in questi giorni dicono molto riguardo la necessità di coniugare i verbi alla prima persona plurale. E allora il “je suis Charlie” potrebbe diventare un “nous sommes Européens”, ovvero siamo parte di un progetto che vuole andare oltre ogni chiusura e ogni fondamentalismo e si batterà fino in fondo per garantire a ciascuno la possibilità di esprimere le proprie idee nel rispetto delle posizioni altrui. Solo così toglieremo la terra sotto i piedi di chi vuole diffondere il terrore e spera che la paura costruisca i presupposti per imporre idee e comportamenti che negano alla radice la possibilità di convivenza tra diversi.
La difesa e la prevenzione di ogni possibile atto di violenza terroristica devono essere incrementate, ma non possono basarsi sull’eliminazione totale dell’altro inteso come possibile fonte di pericolo in una logica che fa rientrare, ad esempio, la pena di morte, tra le opzioni possibili per difendersi dal terrore.
Dire “Nous sommes Européens” significa recuperare l’orgoglio di un cammino che ha consentito di creare i presupposti per una società libera, aperta e solidale in cui non c’è spazio per alcun pensiero unico e c’è la consapevolezza di dover fare assieme la fatica di essere cittadini, ovvero di rinunciare alla pura e semplice realizzazione di ogni proprio desiderio (spesso contrabbandato come diritto) per costruire le condizioni perché ciascuno consenta a chi gli sta accanto di poter vivere ed esprimersi liberamente, oltre ogni costrizione o, come scriveva papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, schiavitù.
Dire “nous sommes Européens” significa anche ribadire che la soluzione non è la trasformazione dell’Europa in una fortezza inespugnabile e sicura di fronte a ogni possibile infiltrazione e attacco, anche perché non lo sarà mai. La strada lunga e difficile non può che essere quella del dialogo, del confronto, della conoscenza tra diversi che creano le condizioni per sentirsi sicuri a casa propria, intesa come luogo in cui costruire identità forti perché capaci di confronto e di dialogo e non perché blindate in un’illusoria sicurezza fatta di omologazione e imposizione di regole formali che, se non condivise e realmente praticate, rischiano di creare frustrazione, solitudine e violenza. Proprio quelle che stanno esplodendo in queste ore in Francia.
Ci vuole un’alleanza con tutti coloro, e sono la grandissima maggioranza, che hanno scelto di vivere in Europa e vogliono continuare a farlo condividendone i valori fondanti; le contrapposizioni e le generalizzazioni servono a poco e rischiano di alimentare un clima che distrugge quegli stessi valori e spiana la strada all’odio.
Pensare che basti dare addosso all’Islam per rendere più sicure le nostre città mi pare francamente, oltre che una semplificazione, una vera e propria follia. Così come sarebbe vera follia abbandonare i valori della cultura europea e della solidarietà cristiana per calarsi nel baratro della cieca violenza scelto dai fondamentalisti come terreno di uno scontro che vuole solo l’annientamento di se stessi e degli altri.

Un commento su “Pensieri a voce alta dietro lo slogan “Je suis Charlie”

  1. cristina m

    Condivido e sottoscrivono ogni parola! Io non amo diverse regole imposte in vari paesi del mondo. Nei paesi prevalentemente islamici c è ancora troppa arretratezza sulla convivenza civile paritaria
    , in Cina nulle garanzie su salute e lavoro, in Argentina ammazzano gli studenti, in India violentano le bambine lasciando impuniti gli aggressori,… Però una Europa senza convivenza tra popoli e culture diverse è impensabile. Siamo tutti qui insieme; diamoci delle regole e delle buone norme per vivere insieme e arricchirci a vicenda. Credo sia possibile e giusto

    Replica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *