La memoria della I Guerra Mondiale. Il viaggio di Paolo Rumiz e altre considerazioni.

2 gennaio 2015 di fabio pizzul

Nei giorni scorsi ho letto “Come cavalli che dormono in piedi” di Paolo Rumiz, un racconto coinvolgente e drammatico, che scava nelle storie di chi, italiano, ha combattuto la Prima Guerra Mondiale nelle fila dell’esercito Austroungarico.
Rumiz segue le tracce del nonno Ferruccio, morto prima che lui nascesse, e ci conduce sui fronti orientali, teatro delle sanguinosissime battaglie dell’autunno-inverno del 2014.
Un libro potente e commovente, almeno per me che ho in comune con Rumiz un nonno che ha combattuto contro l’Italia durante il primo conflitto mondiale.

Nel racconto di Rumiz non c’è nulla che possa far pensare a nostalgie o a idealizzazioni. Vi si respira il dramma di una guerra che si poteva e doveva evitare e che portò l’allora pontefice a parlare di “inutile strage”.
Il viaggio del giornalista scrittore triestino riconsegna immagini di una storia spesso dimenticata qui da noi in Italia e accompagna il lettore in un viaggio fino agli estremi confini della Galizia, terra di confine dell’allora Impero, oggi compresa tra Polonia e Ucraina.
Un esercizio di memoria che non è semplice ricostruzione del passato, ma conduce alle radici dell’Europa di oggi, come Rumiz efficacemente scrive in uno dei passaggi che più mi hanno colpito in una lettera al nonno Ferruccio scritta metà in triestino e metà in italiano (pg. 254) che lancia un messaggio chiaro anche per le ormai iniziate rievocazioni della cosiddetta Grande Guerra:

“Ora dovrei dirti un po’ di cose serie. Per esempio che la mia Europa sta perdendo l’anima. Che l’Unione che la rappresenta non è riuscita a dare una lettura sinfonica di quella tua Prima guerra nel segno della pietà. Che ogni miserabile nazione rievoca quell’evento per conto suo. Dovessi dirte che semo pieni de ladri. Che voi ve mazavi per una trincea e ogi noi se mazemo per un parchegio. Dovrei raccontarti che siamo più analfabeti, più cretini, nevrotici, arroganti, ridicoli, omologati di voi. (…) Roba da uscire di testa, non abbiamo imparato niente. In Catalogna sono impazziti tutti, peggio dei balcanici. Barcellona pare Belgrado o Zagabria alla vigilia della guerra del ’91. Questi signori portano allegramente l’Unione allo sfascio in nome dell’identità. (…) Nonna alida s’arrabbiava a sentire dire “Grande guerra”, ma io credo che in una cosa quel conflitto fu grande, anzi enorme: la capacità espressa dagli uomini del tuo tempo di resistere all’annichilimento. Guardo le loro foto e vedo individui, vite scolpite nelle rughe. Oggi vedo facce di plastica in una massa imbottita di anestetici. Cristo santo, voi almeno savevi rider, cantar, sperar. Oggi c’è solo rumore. E dietro il rumore, il silenzio del nulla.”

Parole tristi e apparentemente disperate, che ben si collocano nel lungo viaggio di Paolo Rumiz tra i cimiteri dimenticati del fronte orientale, luoghi in pace con la natura e la storia, in netto contrasto con la retorica nazionalista dei sacrari stile Redipuglia, dove inizia e si conclude il viaggio della memoria. In profonda sintonia con quanto anche papa Francesco ha detto lo scorso 13 settembre di fronte alla bianca scalinata che si arrampica sul Carso (qui un mio post con l’intervento di papa Francesco).
Un libro che vi consiglio di leggere. Fa pensare e un po’ anche vergognare di quello che siamo stati capaci di dimenticare e distruggere come pseudo-europei.

P.S.
Per chi è arrivato a leggere fin qui aggiungo un episodio personale.
Mentre leggevo il libro di Rumiz, che ho simbolicamente voluto acquistare in una libreria di Cividale del Friuli, in terra di confine, ho avuto modo di partecipare a una singolare cerimonia familiare. Ovvero la benedizione di un’icona dedicata al beato SAMSUNGCarlo I d’Asburgo, ultimo imperatore d’Austria Ungheria. L’icona, che vedete nella foto, è collocata sul muro di una casa di Cormons, dove sono nato, ed è stata dipinta da un carcerato dell’Isla santa Maria in Messico. Non ha grande valore artistico, ma vuole rappresentare il dramma di un uomo che ha accompagnato la fine dell’Impero che gli crollava addosso tenendo viva la luce della fede e tentando in tutti i modi di promuovere la pace, come ricordava papa Giovanni Paolo II il 3 ottobre 2004 durante la cerimonia di beatificazione:

“Il compito decisivo del cristiano consiste nel cercare in tutto la volontà di Dio, riconoscerla e seguirla. L’uomo di Stato e cristiano Carlo d’Austria si pose quotidianamente questa sfida. Ai suoi occhi la guerra appariva come “qualcosa di orribile”. Nei tumulti della Prima Guerra Mondiale cercò di promuovere l’iniziativa di pace del mio predecessore Benedetto XV. Fin dall’inizio, l’Imperatore Carlo concepì la sua carica come servizio santo ai suoi popoli. La sua principale preoccupazione era di seguire la vocazione del cristiano alla santità anche nella sua azione politica. Per questo, il suo pensiero andava all’assistenza sociale. Sia un esempio per noi tutti, soprattutto per quelli che oggi hanno in Europa la responsabilità politica!”

C’è chi utilizza la figura di Carlo d’Asburgo in chiave nostalgica austriacante, io preferisco leggerla come monito alla memoria perché non si ripetano più inutili stragi e i popoli dell’Europa possano recuperare quelle radici comuni che parlano di pace e speranza e di cui oggi sentiamo enorme bisogno. Il libro di Rumiz ci permette di riscoprirle.

Un commento su “La memoria della I Guerra Mondiale. Il viaggio di Paolo Rumiz e altre considerazioni.

  1. Giuseppe Ventrella

    Avrei voluto scriverle a Rumiz queste cose ma approfitto del suo spazio perché condivido completamente i suoi commenti. Leggere “come cavalli che dormono in piedi” è più di una buona lettura. E’ una emozione e solo Magris, altro grande triestino, con Danubio mi ha dato sensazioni simili.
    Voglio poi ringraziare Rubiz per il suo grido accorato contro la guerra che non è mai nobile ma solo un cinico pretesto perché i più forti possano depredare e umiliare i deboli. Voglio ringraziare Rumiz che raccontando di guerra ha saputo cogliere momenti di grande fratellanza ed umanità. Decine di linguaggi e bandiere diverse ma la stessa fatica sofferta nei campi, la stessa incapacità di capire perché chi ha un’altra divisa deve essere un nemico sono stati spesso più forti delle esaltazioni alla lotta che venivano da paludati burocrati. Grazie a Rumiz da parte di un piccolo italiano che si vergogna di cosa è stato fatto a Trieste dopo “la vittoria”.

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