Legge di Stabilità: una piccola guida per capirla meglio (forse)

9 novembre 2014 di fabio pizzul

Nei giorni scorsi ho avuto modo di ascoltare il vice ministro Enrico Morando che ha spiegato la Legge di Stabilità durante in incontro con la Direzione metropolitana del PD milanese.
Mi pare utile proporvi alcuni appunti che sintetizzano il suo intervento e che rendono più chiare le scelte che stanno alla base della Legge di Stabilità.

Sono, come dicevo, degli appunti e risultano pertanto molto densi e concentrati.
Spero non siano troppo criptici e che aiutino a capire un po’ meglio una legge di stabilità che non sempre viene raccontata con uno sguardo d’insieme.
Ovviamente quella che riporto è la versione del Governo. Gli enti locali e le regioni stanno trattando per mitigare l’impatto sui propri bilanci. In questo il viceministro Morando è stato chiaro: si tratti pure, ma i saldi devono rimanere invariati.

In questa legge di stabilitá c’é una visione di Paese: l’obiettivo preciso e puntuale è tornare a crescere stabilmente.
Il tentativo di promuovere lo sviluppo è guidato da 5 forze: due in negativo, il livello sviluppo (con una zona del Paese è in forte ritardo) e il livello di pressione fiscale (se concentrata su lavoratori e imprese è nemica sviluppo); tre in positivo, la qualitá capitale umano e la conoscenza, la qualitá delle istituzioni economiche fondamentali (es. giustizia civile, burocrazia anti impresa, mercato lavoro, ammortizzatori sociali…) e gli investimenti diretti esteri.
A partire da queste 5 forze si può spiegare la Legge di stabilitá:
– Taglia tassazione su lavoro e irpef (6 mld su lavoro +10 mld su 80 euro)
– Taglio Irap + taglio contributi fa un -40% su costo lavoratore neoassunto per imprese
– Servirebbero 35/36 miliardi di gettito in meno per pareggiare il costo del lavoro italiano con quello tedesco; questa finanziaria al proposito di miliardi ne mette 18
– Sulla qualitá del capitale umano si interviene con Buona Scuola (1 mld)
– sulla giustizia arrivano risorse per cambiarla
Ci sono poi più soldi su ammortizzatori sociali per giungere a universalizzarli e più soldi su politiche attive per il lavoro.

Tutto questo finanziato come?
Il primo blocco è l’aumento dell’indebitamento (con OK UE) si passa da 2,2% (ottenuto grazie a governi precedenti) a 2,6% (pari a 11,5 mld)
Il secondo blocco è la spending review con interventi anche su finanza locale:
– Per la finanza regionale si chiede 4 mld di € (regioni ne gradirebbero solo 3). Ma regioni non hanno più vincolo di Patto stabilitá, ma pareggio bilancio.
– Per comuni no anticipo pareggio bilancio e intervento su tre norme: apertura di spazi su Patto Stabilità (3,35 mld), accantonamento residui attivi, contributo in taglio delle spese

Se si vuole essere corretto e realistici nei tagli agli eell non si può prescindere dalla storia
Con il decreto Stammati nel 1978 si tolse l’autonomia finanziaria (tassa di famiglia) e si assunse come riferimento (spesa storica) la situazione di inizio anni ’70 per rafforzare il sistema di autonomie locali.
Siamo in un altro mondo rispetto ad allora, ma le regole sono ancora quelle.
Le regole del Patto di stabilitá fanno riferimento alla spesa storica, bisognerebbe andare oltre a passare al costo standard e ai fabbisogni standard. Le leggi di riferimento sono giá esistenti, pareggio bilancio e federalismo fiscale, nella transizione è difficile fare questa operazione per i governanti centrali, perchè il cambiamento è enorme e non tutti ci guadagnerebbero.
Per le regioni in legge di stabilitá con il pareggio di bilancio si supera il Patto di Stabilità.
Per i comuni rimane la scadenza 1 gennaio 2016 per il pareggio di bilancio, ma il Patto è migliorato nel 2015 per 3,1 mld.
Nella legge di stabilitá 2015 non c’è un assalto agli eell come avvenuto negli anni precedenti.
Il PD deve condurre una battaglia per l’applicazione di costi e fabbisogni standard e per introdurre maggiore capacitá impositiva per i comuni perchè arrivino pronti al gennaio 2016.
Bisogna anche ricordare che comuni molto grandi hanno un vantaggio mediamente consistente dalla applicazione della spesa storica, una svolta verso i costi standard è per questo molto difficile.

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